Essere per la morte

Da Libro bianco.

Categoria: Voci

L'espressione "essere per la morte" è la tralsazione in italiano del tedesco Sein zum Tode. A questo proposito non è inutile ricordare ciò che Heidegger scrive in una lettera a Hannah Arendt (21 aprile 1954):

«...gravi errori possono prendere stabilmente piede, come quello che si è insediato attraverso le prime traduzioni francesi - e che ormai è quasi impossibile da sradicare -, e cioè la traduzione della locuzione Sein zum Tode con être pour la mort anziché être vers la mort» (M.H. – H.A. Briefe 1925-1975, Klostermann, Frankfurt a. M. 1988)

In che cosa consite il "grave errore"? Nel fatto di intendere Sein zum Tode come se volesse dire Sein für den Tod, cioè essere (vivere) con il pensiero e l'azione costantemente rivolti all'eventualità di morire, ad esempio "accettando" la morte (la "fine della vita"), o preparandosi alla morte, cioè impegnandosi in una meditatio mortis al fine di "imparare a morire" o di cercarvi stimoli per vivere più intensamente, oppure assumendo un atteggiamento spavaldo e sprezzante dinanzi alla morte - quasi che Heidegger avesso voluto coniare questo "concetto" per introdurre un tocco di pathos e di brivido nell'altrimenti noiosa esistenza quotidiana (nell'anonima e "inautentica" quotidianità del cosiddetto "esserci").

Ma Sein zum Tode non ha nulla a che vedere con la "vita umana" e tutto il resto: il fenomeno indicato da tale concetto esistenziale è quello secondo il quale la rotta fondamentale del Dasein, che compagina tutte le altre rotte e direzioni, è verso la morte - la quale, in senso fenomenologico, non è mai semplicemente la "fine" della "vita", ma appunto la custodia delle attendibilità costitutive dell'umano adessere.

Per fare un esempio delle conseguenze cui possono portare errori di comprensione di questo genere, citiamo senza commento un passo tratto dall'Introduzione di Remo Bodei alla traduzione italiana del pamphlet di Th. W. Adorno Il gergo dell'autenticità (Bollati Boringheri, 1989):

«La morte è ... l'unico evento che dà senso alla vita. Per questo, pur non essendo Essere e tempo un testo prenazista [sic !], il "principio di anarchia", di sregolatezza, di arbitrio - che la morte instaura sul piano individuale, per il fatto di spalancare e rendere autentiche tutte le possibilità e decisioni - consente il passaggio non traumatico dalle posizioni del 1927 a quelle del 1933, da un'ideologia della morte individuale a una della morte in serie, dall'arbitrio privato all'arbitrio politico» (p. XLIII)

Il tema di Heidegger come "ideologo della morte" ha avuto una certa fortuna in Francia negli anni '60 e '70, prima di essere riportato in auge all'inizio degli anni '90 dal libro di Domenico Losurdo sull'"ideologia della guerra" (sottotitolato, appunto, La comunità, la morte, l'occidente - si vedano i metodi della Citazione selettiva e della Coincidentia verborum). Infine, la retorica sull'essere-per-la-morte ha trovato il proprio coronamento nella fiction, nel romanzo di J.P. Feinmann L'ombra di Heidegger, dove ci viene spiegato che:

«Ogni esistente autentico assume che essere è essere-per-la-morte. Questo differenzia un SA[1] dai miserabili esseri inautentici, che vivono negando la morte attraverso la "chiacchiera", la "curiosità", o sottomettendosi allo "stato interpretativo pubblico". Un SA è un Dasein che guarda in faccia la possibilità che è in agguato in tutte le possibilità: quella di morire. E' un Dasein che accetta la finitezza. Che accetta il suo essere-per-la-morte. E questo lo differenzia dagli altri. Dagli inautentici. Dai mediocri. Da coloro che hanno una tale paura di morire che vivono negando la Morte» (p. 36).

Come informano Antonio Gnoli e Franco Volpi nella postfazione al romanzo, questa è «la via della finzione letteraria, che con la sua agilità aggira l'indispensabile ma prolissa letteratura scientifica e, intentio obliqua, arriva con maggiore efficacia al punto» (sic, p. 177)

Note

  1. Si veda la voce Simpatia per le SA

Voce utilizzata nei seguenti Articoli:

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