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Heidegger e l’antisemitismo, “MicroMega” riapre il processo

ilprimatonazionale.it, 6 aprile 2015


Adriano Scianca


Il “caso Heidegger” sembra destinato a non chiudersi, almeno in tempi recenti. L’eco degli Schwarzen Hefte, i Quaderni neri in corso di pubblicazione e al cui interno si troverebbero “sconvolgenti” rivelazioni sull’antisemitismo del filosofo, non ha ancora smesso di risuonare in un allibito mondo accademico.

E mentre scatta la corsa all’abiura degli ormai ex heideggeriani “democratici” (Günther Figal si è addirittura dimesso dalla carica di presidente della “Martin Heidegger Gesellschaft”), i nemici giurati del filosofo innalzano il vessillo della vittoria sulle macerie dell’edificio filosofico demolito dallo scoop.

Nel suo ultimo “Almanacco di filosofia”, la rivista MicroMega ci torna sopra con un dossier composto da tre corposi articoli. Non casualmente, nello stesso numero si trova un lungo scambio epistolare fra Paolo Flores d’Arcais e Maurizio Ferraris a proposito del “nuovo realismo”, ovvero la corrente emersa in questi ultimi anni che vorrebbe congedare con disonore dalla hall of fame filosofica il postmodernismo e l’ermeneutica. Il che significa, in buona sostanza, spiegare all’intellighenzia di sinistra che è ora di smetterla di citare Nietzsche e Heidegger come capisaldi del pensiero libertario.

Esattamente in questa ottica di ripulitura del pantheon progressista – peraltro, dal loro punto di vista, estremamente coerente, va detto – vanno inquadrati i tre articoli che compongono il dossier sullo “sciamano della Foresta Nera”.

Il primo, con l’immaginifico titolo di “Essere e svastica”, è ovviamente di Emmanuel Faye, ormai assurto al rango diheidegger pubblico inquisitore del filosofo tedesco per eccellenza. Le tesi dello studioso sono note e qui vengono unicamente aggiornate all’affaire Quaderni neri: Martin Heidegger non solo fu nazionalsocialista, non solo lo fu convintamente e radicalmente, non solo lo fu a lungo e ben oltre la nota parentesi del rettorato, ma egli, in fin dei conti, non fu neanche un vero e proprio filosofo. La sua, infatti, non fu altro che la pura e semplice “introduzione del nazismo nella filosofia”, come recita il titolo della sua opera più nota.

Una tesi che Faye ha se non altro avuto il merito di cercare di dimostrare con ben più documentazione di Victor Farias, il primo che negli anni ’80 cominciò a porsi il problema della reale portata della militanza crociuncinata del filosofo. Ma in Faye si ritrova anche una dose non trascurabile di paranoia, che lo ha portato nel suo testo più noto a vedere una svastica dietro uno schema heideggeriano sulla poesia di Hölderlin, a intravedere in filigrana i forni crematori dietro le evocazioni del fuoco da parte del filosofo e così via.

Non-filosofo Heidegger lo è anche per Richard Wolin, altro studioso, stavolta americano, di professione acchiappafantasmi. Qui, però, l’ipoteca yankee rende la requisitoria ancora più straniante, poiché vi viene espressa l’incomprensione tipicamente statunitense per tutto ciò che non è misurabile e quantificabile. Insomma, che cos’è questo Essere? Dove sta, quanto pesa, quanto è lungo? L’argomentazione è più o meno su questo livello: ad essere contestato è innanzitutto il vocabolario heideggeriano, il suo modo di argomentare e, citando qualche nota (comprensibilmente) vendicativa di Jaspers, il suo modo di insegnare autoritario e oracolare. Insomma, Heidegger sarebbe nazista fin dal suo modo di scrivere.

Decisamente più convincente, invece, l’analisi del marxista Stefano G. Azzarà, che se non altro fissa alcuni punti fermi: a) “esiste un legame profondo, sul piano filosofico e non solo biografico, tra il pensiero di Heidegger e l’esperienza nazista”; b) “le sue posizioni sulla questione ebraica […] non fanno mai riferimento alla razza in senso biologico e alla natura”; c) la lotta al Weltjudentum, al “giudaismo mondiale” non è in Heidegger primaria, ma secondaria.

In altre parole, Heidegger è “antisemita” così come è “anticomunista”: lo è perché sia il giudaismo che il bolscevismo rappresentano per lui due fenomeni (derivati e non originari) dello sradicamento, della modernità tecnomorfa, dell’errato sentiero “umanistico” intrapreso dall’occidente dai tempi di Platone.

Insomma, Azzarà invita opportunamente a non compiere l’errore inverso a quello di chi, per anni, ci ha spiegato che fra Heidegger e la Nsdap non c’era davvero nulla in comune, ribaltando oggi il discorso e pretendendo che il filosofo e Hitler dicessero le stesse cose, appiattendo Essere e Tempo sul Mein Kampf.

Heidegger fu nazionalsocialista, lo fu in maniera convinta, radicale e duratura, ma lo fu con una sua originalità heidegger2irriducibile. E, cosa più importante, anche il suo (parziale) congedo dal nazionalsocialismo, prima e dopo il 1945, fu tutto interno a una dialettica non-democratica, non-egualitaria, non-liberale e ovviamente non-comunista, tant’è che anche nei suoi scritti auto-assolutori del dopoguerra finirà per imputare al nazismo di essere stato alla fin fine identico al comunismo e all’americanismo, quindi di averli combattuti con troppa poca radicalità.

Cosa che, con ogni evidenza, vanifica ogni possibile recupero “da sinistra” del pensiero heideggeriano del tutto a prescindere dalla natura dei rapporti del filosofo con le gerarchie naziste. Il resto sono solo chiacchiere, psicodrammi progressisti e pensiero sbirresco.


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