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Da Libro bianco.

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Ma fra la purezza dell'essere e la purezza ariana un nesso c'è

La sua biografia dimostra che personalmente non ha mai manifestato atteggiamenti rimarchevoli verso gli allievi ebrei. Invece la questione razziale per lui era una questione metafisica


Avvenire 15 febbraio 2015


Edoardo Castagna


La pubblicazione dei Quaderni neri ha cambiato i contorni dell'interrogativo sull'antisemitismo di Heidegger. Non si tratta più di chiedersi se Heidegger sia stato o meno antisemita, ma se il suo conclamato antisemitismo sia stato un accidente individuale o un elemento essenziale della sua filosofia. E proprio alla luce dei Quaderni resta difficile arginare l'antisemitismo heideggeriano a una mera inclinazione personale, che poco o nulla si riflette sul suo pensiero.

La biografia di Heidegger al contrario mostra- e non da og- gi - la figura di un accademico che, personalmente, non ha mai manifestato atteggiamenti rimarchevoli nei confronti degli ebrei. Lo erano molti dei suoi allievi - da Karl Lòwith a Hannah Arendt - e nulla di significativo pare essere mutato nei loro rapporti né con l'ascesa al potere di Hitler, né con l'assunzione dell'incarico di rettore "nazista" a Friburgo, né altrimenti in seguito. Mai "il messaggero della Foresta Nera" si è levato a scacciare l'ebreo intruso dalla sua aula, o dalla sua casa. Il tentativo di ridurre l'antisemitismo heideggeriano a mero atteggiamento personale appare così, oltre che riduttivo, anche poco fondato storicamente.

D'altra parte, che il problema non sia individuale ma filosofico lo dichiara Heidegger stesso, con la massima chiarezza: «La questione riguardante il ruolo dell'ebraismo mondiale non è una questione razziale, bensì è la questione metafisica su quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall'essere il proprio "compito" nella storia del mondo». Così scrive nella prima parte dei Quaderni neri, pubblicata l'anno scorso e che copre il decennio 1931-1941.

Oggi il secondo torno, relativo agli anni 1942 - 1948 e di imminente uscita in Germania (ancora curato da Peter Trawny per Klostermann e in parte anticipato da Donatella Di Cesare nei giorni scorsi sul Corriere della Sera), sviluppa il ragionamento avendo come sfondo storico non più solo le leggi di Norimberga - la legislazione antisemita nazista promulgata nel 1935 -, ma la "soluzione finale" in pieno svolgimento. E che per Heidegger è non già "annientamento", ma "autoannientamento": «Solo quando quel che è essenzialmente "ebraico", in senso metafisico, lotta contro quel che è ebraico, viene raggiunto il culmine dell'autoannientamento nella storia».

«In senso metafisico», dunque. Giinter Figal si è dimesso dall'incarico di presidente della Società heideggeriana in seguito alla pubblicazione dei Quaderni, dichiarando la sua «completa sorpresa». Se la "sorpresa" è dovuta all'esplicita trasparenza degli scritti heideggeriani, la si può anche capire. Un po' meno, se invece la si riferisce all'antisemitismo sistematico del pensatore. Perché è perfettamente coerente con la sua demolizione della filosofia occidentale, per risalire a monte sia di Atene sia di Gerusalemme. Ancora i Quaderni: «È nell'epoca dell'Occidente cristiano, cioè della metafisica, il princi- pio di distruzione». E se l'«ebraismo mondiale» è la «questione metafisica» della modernità tecnica, e se le camere a gas sono là dove l'Occidente dispiega appieno la propria tecnica, ecco che Auschwitz è «il culmine dell'autoannientamento della storia». Ma non il culmine della "colpa". Per Heidegger peggio delle camere a gas è stato il non aver riconosciuto il destino del popolo tedesco. Anche qui i nuovi Quaderni sono esplitici: «L'averci repressi nel nostro volere il mondo, non sarebbe forse una "colpa" ancor più essenziale, la cui enormità non può essere misurata all'orrore delle "camere a gas?».

Il pensiero di un filosofo è sempre "universale", non vincolato al tempo e al luogo in cui è stato formulato. Ma da quel tempo e da quel luogo è comunque, in qualche modo, condizionato: non si può comprendere Platone senza la repubblica ateniese o Marx senza la condizione operaia dell'Ottocento. Anche Heidegger è figlio della sua epoca; purtroppo per i suoi estimatori postumi, era anche quella di Hitler. Ed è difficile continuare a negare che, tra l'anelito heideggeriano alla purezza parmenidea dell'Essere e quello nazista alla purezza ariana del Volk, un qualche nesso ci sia.

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