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Da Libro bianco.

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Heidegger, il filosofo della stupidità impettita. C'era il dubbio ma, dopo aver letto estratti dei Diari 1942-48, ce n'è la certezza

Italia Oggi, 10 febbraio 2015


Ishmael


Autrice di Heidegger e gli ebrei. I «Quaderni neri», Bollati Boringhieri 2014, pp. 360, 17,00 ", ebook 5,99 euro, un grande libro sul lato oscuro (secondo alcuni il solo) del filosofo tedesco che ha fondato l'esistenzia-lismo moderno, Donatella Di Cesare torna sui diari di Heidegger (i quaderni dalla copertina nera sui quali prese pomposi appunti dai primi anni trenta alla morte, nel 1976) con un articolo uscito sulla Lettura, il magazine letterario del Corriere.

Dopo i diari che coprono il periodo 1931-1941, già àbbastanza sinistri, stanno per uscire in Germania i diari che vanno dal 1942 al 1948. Di Cesare ne riporta alcuni brani, quello per esempio nel quale l'autore di Essere e tempo (con un triplo salto mortale dialettico e senza neanche un fremito nei suoi baffetti a spazzolino da fan del sosia di Charlot) dice che la Shoa è l'autoannientamento degli ebrei». Sono stati loro, gli ebrei, a introdurre nel mondo «la tecnica», compresa la macchina omicida della «fabbricazione di cadaveri», che ha industrializzato la morte e reso possibile la Shoa. Non c'è colpa, scrive Heidegger, nel popolo tedesco, ma il mondo è colpevole nei confronti della Germania: «Il mancato riconoscimento del nostro destino, l'averci repressi nel nostro volere il mondo, non sarebbe forse «una colpa»; e «una colpa collettiva» ancor più essenziale, la cui enormità non può essere misurata all'orrore delle «camere a gas», una colpa più terribile di tutti i «crimini» ufficialmente «stigmatizzati», della quale nessuno si scuserà in futuro?» Che dire? Be', come a Karl Kraus, nel 1933, non veniva in mente niente a proposito di Hitler, oggi non viene in mente niente a proposito di Heidegger.

Lascio la parola a Thomas Bernhard (Antichi maestri, Adelphi 1992). «Heidegger», scrive Bernhard, «non riesco a vederlo altrimenti che seduto sulla panca davanti a casa sua nella Foresta Nera, e accanto a lui vedo sua moglie, e all'uncinetto tutti i berretti, e gli infornava il pane, e gli tesseva le lenzuola, e gli confezionava personalmente persino i sandali. Heidegger era una mente inzuppata di kitsch, diceva Reger. Un imbecille delle Prealpi, un ruminante della filosofia, una vacca della filosofia gravida in permanenza, che pascolava sui prati della filosofia tedesca e che per decenni ha lasciato cadere il suo lezioso sterco nella Foresta Nera. Ho visto una serie di fotografie di Heidegger con quella sua aria da pingue ufficiale di stato maggiore in pensione che ha sempre avuto, diceva Reger; in quelle fotografie Heidegger scende dal letto, si rimette a letto, dorme, si risveglia, indossa i mutandoni, infila i pedalini, beve un sorso di mosto, esce dalla casamatta e contempla l'orizzonte, intaglia il bastone, si mette il berretto, si toglie il berretto, tiene il berretto in mano, divarica le gambe, alza la testa, china la testa, mette la mano destra nella sinistra di sua moglie, sua moglie mette la mano sinistra nella sua destra, cammina davanti a casa, cammina dietro casa, si dirige verso casa, s'allontana da casa, legge, mangia, prende una cucchiaiata di minestra, si taglia una fetta di pane (fatto in casa), apre un libro (scritto in casa), chiude un libro (scritto in casa), si china, si stiracchia, e così via, diceva Reger. Se già i wagneriani sono insopportabili, figurarsi gli heideggeriani, diceva Reger».

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