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Da Libro bianco.

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Heidegger e la centralità dell’antisemitismo

Intorno al filosofo tedesco il dibattito si infiamma; e non poteva essere altrimenti.


Agorà, 30 dicembre 2014


Fabio Della Pergola


Il grandissimo merito di Donatella Di Cesare è stato quello di aver individuato nell’antisemitismo il nucleo essenziale del nazismo. Per dirla con parole sue (L’ultimo segreto (nero) di Heidegger, Corriere, La Lettura del 02/11/2014) l’antisemitismo del filosofo di Messkirch «non fu un di più ideologico, ma il cardine del nazionalsocialismo».

Proprio questa asserzione così tranchant (ma estremamente articolata nel suo Heidegger e gli ebrei) permette - credo per la prima volta - di spogliare gli ebrei dei panni laceri delle vittime inerti e silenti per presentarli, finalmente, in quelli degli involontari comprimari, dei protagonisti, dell’immane tragedia che conosciamo come Shoah.

In tutte le analisi storico-filosofiche che abbiamo letto finora, agli ebrei è stato infatti riservato il ruolo di sconvolgenti corpi morti, accatastati alla rinfusa ai lati della strada maestra della storia, dove si disquisiva con tatto e (più o meno) buon gusto se e quanto Heidegger fosse nazista o al contrario se e quanto il suo fosse il pensiero di un grande filosofo, maldestramente sciupato in qualche misura da una sorta di misunderstandig della realtà politica del periodo.

Così la Shoah diventava un crimine contro l’umanità (cosa che ovviamente è), ma perdendo la sua caratteristica di essere uno specifico crimine di programmata, efficace e metodica lotta all’ultimo sangue contro l’ebraismo. Fino all'ultimo uomo, donna o bambino, fino all'ultimo minuto dell'ultima tragica e devastante guerra mondiale.

Sfumando la caratterizzazione antisemita dello sterminio nazista si contribuiva così, surretiziamente, ad affermare una sorta di irrilevanza dell'antisemitismo stesso.

Fino al punto - raro per fortuna, ma mai sottovalutare la potenza devastante della Rete - di considerare gli ebrei dei fastidiosi ed arroganti prevaricatori che si appropriano di ogni anfratto del dolore universale: le polemiche, le negazioni, le sovrapposizioni (perché non parlare dalla Nakba? è la più gettonata) che ogni anno emergono proprio in occasione del Giorno della Memoria insegnano.

Ri-portare al centro del dibattito filosofico e storiografico il nucleo antisemita del pensiero nazista sposta finalmente - finalmente! - l’attenzione dal “perché i tedeschi?” alla seconda domanda impellente e necessaria per affrontare la questione nazista: “perché gli ebrei?”.

Le due domande, insieme, sono anche il titolo di un libro dello storico tedesco Götz Aly e tornano in occasione di ogni convegno sulla Shoah, segno che sono tuttora senza risposta.

Ma mentre l’analisi critica del pensiero hedeggeriano, svolta dai vari Farìas, Ott o Faye, chiariscono una volta per tutte l’indiscutibile nazismo del pensiero, oltre che dell’uomo Martin Heidegger - costringendo così ad uscire dal voluto equivoco di una impossibile separazione tra pensiero e biografia - Di Cesare apre la strada per la comprensione, nuova, che l’ebraismo non era un inconsapevole accidente sulla strada dell’affermazione nazista, ma il nemico centrale, il cardine, del nazismo stesso.

Tesi contestata da Roberta De Monticelli (I traditori di Socrate, Domenica de Il Sole 24 ore, 28/12/2014), che torna, appunto, all’usuale “accidente” storico: «L'antisemitismo può essere un effetto accidentale della negazione di quel fondamento illuministico di una possibile civiltà».

Proprio Donatella Di Cesare, ripercorrendo con rigore e metodo tutte le tappe dello storico antisemitismo europeo, provvede nel suo libro a smontare la tesi - peraltro ampiamente discutibile anche a prescindere dall’antisemitismo - del “fondamento illuminista”: non bastano le belle parole, insomma, ci vogliono anche fondamenti teorici ben più robusti per una “possibile civiltà”; se scrivere la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” portò Olympe De Gouges sulla ghigliottina già nel 1793, di quale prospettiva di civiltà, teoricamente fondata, stiamo parlando?

In contemporanea è apparso l’articolo di Livia Profeti (Heidegger antisemita perché razzista, Il Corriere della Sera, 28/12/2014) la quale ricorda che «grazie a quanto scoperto dallo psichiatra Massimo Fagioli si è chiarito il senso dell’"essere-per-la-morte" heideggeriano, che cela l’idea di un istinto di morte innato»; intepretazione attribuita al pensiero dello psichiatra romano nella versione on line del quotidiano, ma inspiegabilmente (inspiegabilmente?) assente nella versione su carta del quotidiano.

«Gli Ebrei, nei Quaderni neri, non appartengono nemmeno ad un mondo diverso (si legga inferiore) da quello tedesco, ma sono senza mondo, esclusi dall’Essere» scrive Profeti, ma se l’Essere rimanda ad un “istinto di morte innato” e gli ebrei sono «esclusi dall’Essere» torna - se la logica non è un optional - la diversità ebraica nel contesto del panorama heideggeriano e la radicalità dello scontro totale con l’ebraismo che, a sua volta, determina la centralità del “problema ebraico” nell’Europa nazistificata.

O forse, più correttamente, dovremmo dire “Europa cristianizzata”, dal momento che “istinto di morte innato” è definizione che veste perfettamente quel concetto paolino di colpa originaria su cui si fonda, indiscutibilmente - Vito Mancuso perdonerà - l’essenza del cristianesimo: può essere utile ricordare che «un Heidegger appena trentenne propose all’università di Friburgo un corso di Introduzione alla fenomenologia religiosa, la cui seconda parte era dedicata a un’“Explikation” fenomenologica dell’“esperienza cristiana della vita” sulla base di tre Lettere paoline, quella ai Galati e le due ai Tessalonicesi» (Heidegger e San Paolo, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2008).

Allora la centralità dell’antisemitismo metafisico nel pensiero heideggeriano «lascia emergere, com'è giusto che sia - scrive Di Cesare - il retaggio dell'antigiudaismo cristiano». Ma più che nella teologia esso trova sponda e conferme nella centralità antropologica del rifiuto ebraico - duemila anni di ostinata e coraggiosa "cocciutaggine" - di quel “peccato originale” che, spuntato dall’interpretazione neotestamentaria (proprio in Paolo di Tarso) come colpa contro Dio, ha attraversato la cultura dell’occidente cristianizzato trasformandosi nel e impregnando di sé ill kantiano “legno storto” e l’essere-per-la-morte di cui sopra.

Si tratta, ancora, dell'“innato istinto di morte”, declinato nelle varie e diverse forme che la cultura occidentale ha voluto dargli, ma pur sempre di questo si parla: del fatto che gli esseri umani - ma è ideologia non certo verità umana - nascerebbero immersi in un proprio nulla primordiale di sostanziale narcisimo anaffettivo, prima ed oltre la "dimensione umana pre-razionale" come la definisce Livia Profeti.

Sono quindi due antropologie antitetiche quelle che hanno convissuto, contrapponendosi fra prevaricazioni, aggressioni, espulsioni e pogrom - in ruoli ben definiti di aggressori gli uni e vittime gli altri - negli ultimi venti secoli di storia europea; due antropologie inconciliabili in quanto assolute: o l’uomo è per l’istinto di morte o non lo è (e forse dovremmo ripensare con più attenzione anche a certe tesi della Arendt, oltre che studiare sempre più a fondo Fagioli).

Diversità antropologica quella dell'ebraismo - perché vede l’uomo nascere “ritualmente puro” e non ontologicamente macchiato dalla colpa - che è diventata insopportabile diversità quando la storia ha portato il nucleo profondamente razzista del cristianesimo (“i bambini battezzati non sono lo stesso dei bambini non battezzati”, dice ancora oggi Papa Francesco nell'Udienza Generale dell’8 gennaio 2014) alla estrema sintesi della purezza nazista di eliminazione delle “diverse diversità” stabilite dalla delirante normotipia hitleriana.

Filosofia, antropologia e psichiatria possono allora trovare una sintesi per definire, una volta per tutte, ciò che la storia ha mostrato esistere, con la sua assoluta crudeltà, nel cuore di un'Europa che si credeva e si dichiarava culla e faro della civiltà. A partire da quel secolo dei lumi cui ancora alcuni guardano con malcelata nostalgia.

Una sintesi necessaria, non per un malinteso “filoebraismo” di maniera, ma perché i casi sono solo due: o si affrontano, fino a sviscerarle, le origine più profonde del nazismo o esso, prima o poi, si presenterà di nuovo sul palcoscenico mondiale, nelle forme che si vorrà dare e individuando le vittime che vorrà scegliere.

I rigurgiti di razzismo populista in tutta Europa vanno, indiscutibilmente, in questa drammatica direzione.

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