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Da Libro bianco.

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I traditori di Socrate

Il Sole 24 Ore, 28 dicembre 2014


Roberta De Monticelli


Enzo Paci pubblica nel 1968 per Il Saggiatore la traduzione italiana la Crisi delle scienze europee di Husserl. Sua la ricca e vivace introduzione: ma non una parola sulle circostanze in cui Husserl lo aveva scritto, fra il '36 e il '37, ultimo messaggio nella bottiglia all'umanità europea, nel rinnovato tradimento dei suoi chierici. Non una parola sul senso disperato di quell'espressione husserliana, il filosofo come «funzionario dell'umanità» sotto la penna di un uomo privato della sua funzione pubblica (come fu per le leggi antisemite). Ma soprattutto di un filosofo che vedeva tanto apertamente negati i due principi che Husserl propose come i due pilastri di un'Europa a venire. E cioè il principio di personalità – col suo corollario di (pari) dignità e diritti di tutte le persone; e l'universalismo della legge (di quella morale, certo – ma in linea di principio anche del diritto, sovra statuale e sovranazionale). Sono i due principi che dopo la guerra ponemmo a fondamento della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Essere Umano, e delle costituzioni delle Repubbliche rifondate, compresa la nostra. Heidegger costruì il suo pensiero sulla negazione di quei due principi, e sulla loro sostituzione con due principi opposti: la concezione destinale della storia, con la rimozione dell'autonomia e della responsabilità morale degli individui; e l'adozione di un principio di comunità, radice e destino come esplicitamente più fondamentale di quello di personalità, e sulla base del quale fu possibile a H. esaltare il Fuehrerprinzip e i legami della terra e del sangue, salutando «l'intima grandezza del Nazionalsocialismo». Ecco: come fu possibile non vedere in questi principi la demolizione della ragion pratica, oltre alla negazione violenta e sanguinaria dell'idea husserliana d'Europa? Di un'Europa che Husserl aveva visto come il paese che ci sradica, sì: perché al valore delle radici antepone la questione critica sulla propria identità, sull'ethos ricevuto, il vaglio di ogni tradizione e la veglia dell'interrogativo. Prima viene il chiedere ragione: perché? Questo che fai, perché lo fai? In che modo è giusto, o forse non lo è? Questo che dici, su quali basi d'evidenza lo dici? Possono forse coesistere, quei due fondamenti del pensiero heideggeriano, con quell'idea di Europa che è sempre rinascente eccedenza dell'ideale sul reale e del diritto sul potere, del valore sul fatto e della ricerca sul dogma? Non possono, evidentemente. Ma vollero vederlo e insegnarcelo, i nostri maestri di allora? Macché. Non una parola, allora, non una parola per venti, trent'anni ancora su questo. Non dal nostro maestro Paci, non da alcuno di quelli che, oh molto peggio, non hanno solo ignorato (come l'intera intellighentsja francese e poi italiana del secolo scorso, con poche luminose eccezioni) il nazismo di Heidegger, ma la sua radicale irresponsabilità logica e concettuale nell'uso del linguaggio, e anzi a tutt'oggi la imitano e la trasmettono, con i risultati che si sono visti, quanto alla presenza al nostro tempo dei filosofi della mia generazione, al nostro ruolo di coscienza critica e ragione indipendente nello spazio pubblico delle ragioni, di sentinelle della democrazia e di ispiratori di vera ricerca. Parziale rimedio e simile stupore di fronte alla nostra indifferenza di quegli anni si trova nelle recenti Conversazioni su La crisi delle scienze europee di Husserl (reperibile presso Lulu.com all'indirizzo: http://www.lulu.com/shop/giovanni-piana/conversazioni-sulla-crisi-delle-scienze-europee-di-husserl/paperback/product-21316384.html) di un altro dei nostri maestri: Giovanni Piana, con il suo accorato flash sulla diversa umanità di maestro e allievo, al tempo in cui il primo (deposto dalla sua cattedra perché ebreo) denunciava il tradimento di Socrate, e il secondo scriveva infami lettere delatorie sui colleghi ebrei da rimuovere. Oggi, mentre i Quaderni neri di Heidegger sono in via di traduzione italiana da Bompiani e anche a seguito del libro di Emmanuel Faye (Heidegger, l'introduzione del nazismo nella filosofia, L'asino d'oro edizioni, Roma 2012) appare a proposito Heidegger e gli ebrei. I Quaderni neri (Bollati Boringhieri, novembre 2014) di Donatella Di Cesare, che naturalmente meriterebbe una recensione a parte. E torna sulla questione con due tesi: l'attribuzione del nazismo di Heidegger essenzialmente al suo antisemitismo, e il salto di qualità metafisico che indubbiamente Heidegger avrebbe all'antisemitismo fatto compiere, sullo sfondo però di una tradizione antisemita che coinvolgerebbe l'intero pensiero filosofico occidentale, e non risparmierebbe, per citarne solo uno, neppure Kant. Proprio lui, il più ferreo assertore dell'universalismo morale, nelle due direzioni personalistica e cosmopolitica. Ecco: proprio per questa ragione, e per un'esperienza personale di insegnamento simile a quella assai lucidamente esposta da Ermanno Bencivenga su queste pagine (30/11/2014), io non credo si possa ascrivere all'antisemitismo il peggiore tradimento di Socrate che la filosofia (non solo Heidegger) abbia perpetrato nel Novecento con le adesioni e i sostegni ai totalitarismi. L'antisemitismo può essere un effetto accidentale della negazione di quel fondamento illuministico di una possibile civiltà che Husserl sentiva nutrire l'Inno alla gioia di Schiller e Beethoven. Ma quanta parte della filosofia accademica insegnata da noi, ancora per tutto il secolo scorso e forse ancora oggi, continua a vivere di quel pensiero ebbro e carismatico, «dittatoriale e irresponsabile» come «un incantesimo totalitario» (Jeanne Hersch), al seguito del quale la filosofia ha ancora per mezzo secolo dimenticato la sua vocazione socratica? E le dimissioni della ragione pratica hanno la loro bandiera ancora e sempre in una frase celebre di Heidegger, che un ragazzo mi ha orgogliosamente ribadito ieri a lezione: «Tanto peggio per la logica».


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