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Da Libro bianco.

Heidegger, l'antisemitismo dei "Quaderni"

L'Avvenire, 17 Luglio 2014

Costantino Esposito


Comunque lo si voglia giudicare, Heidegger continua a dare scandalo. L’ultimo è quello ormai noto scoppiato con la pubblicazione, tre mesi fa, dei Quaderni neri (tre volumi di Riflessioni redatte tra il 1931 e il 1941; Avvenire se ne è occupato, con Anna Foa ed Edoardo Castagna, il 19 dicembre e il 6 febbraio scorsi) che avrebbe infine comprovato quello che sinora si era escluso o taciuto, e cioè che la prossimità al nazionalsocialismo da parte di Heidegger implicasse anche una sua posizione esplicitamente antigiudaica.

Ebbene, tra il ’39 e il ’41 Heidegger registra i suoi giudizi storico-destinali, di tono nettamente negativo, sul ruolo degli ebrei nella storia del mondo. Egli stigmatizza nell’«ebraismo mondiale» il prevalere di un «principio razziale» occultato sotto le vesti del cosmopolitismo e dello sradicamento dalla terra, e tutto giocato nella riduzione del mondo al pensiero del calcolo e del commercio (senza che per esempio gli ebrei tedeschi si assumessero la responsabilità di versare il proprio sangue, come invece erano chiamati i figli della Nazione in guerra). In questo l’ebraismo mondiale porterebbe una forte, fatale responsabilità nel processo ormai imperante della dimenticanza dell’essere, cioè del puro nichilismo.

Tanto è naturalmente bastato per riaccendere i fronti contrapposti (in Germania ma soprattutto in Francia), tra i circoli di decisa fede heideggeriana, a tendenza negazionista, e gli interpreti che in maniera opposta spiegano l’intero pensiero del filosofo con le chiavi del suo nazismo e del suo antisemitismo. Di recente è stata pubblicata in Germania (presso Klostermann) la nuova edizione di un libretto scritto dal curatore dei Quaderni neri, Peter Trawny, un filosofo di Bochum, intitolato Heidegger e il mito del complotto giudaico mondiale, in cui si arriva a coniare una nuova categoria interpretativa dell’intero pensiero heideggeriano, vale a dire l’«antisemitismo storico-ontologico».

Esso non corrisponderebbe tanto all’ideologia razziale del regime nazionalsocialista, ma sarebbe più radicalmente centrato nell’individuazione di un “nemico” interno alla storia stessa dell’essere, da cui il pensiero autentico deve distaccarsi in direzione di una «purificazione dell’essere». Ma come spiegare che Heidegger abbia disposto di pubblicare questi Quaderni solo alla fine della sua Opera omnia? Per i detrattori ciò significa che egli avrebbe riservato a questa “stoccata” finale i criteri autentici (ma finora nascosti) per interpretare tutto il suo pensiero.

O forse – come alla fine riconosce lo stesso Trawny – si tratta di una specie di “ferita” non rimarginabile del suo pensiero, un fallimento esplicito che non si può espungere.

La questione è tutt’altro che chiusa. Ora interviene il curatore principale dell’intera Opera heideggeriana, Friedrich-Wilhelm von Herrmann, contrario alla pubblicazione delle note “antigiudaiche” dei Quaderni neri, per il semplice motivo che esse non rientrerebbero nella concezione che il filosofo aveva della storia dell’essere. Come si può leggere nella risposa a Trawny che egli ci ha concesso (vedi il testo qui a fianco), Von Herrmann, da profondo conoscitore delle pieghe più intime dell’enorme corpus heideggeriano, rivendica l’insignificanza filosofica dell’antigiudaismo di Heidegger su basi “filologiche”: se infatti tutte le riflessioni contenute nei Quaderni corrispondono precisamente agli scritti, pubblici e privati, degli anni Trenta e Quaranta, al contrario in questi scritti non vi sarebbe alcun accenno alle tesi antisemite. Il timore, naturalmente, è che l’antisemitismo possa essere inteso come la cifra segreta dell’intero pensiero della storia dell’essere.

A me sembra che si debba in qualche modo ripensare entrambe le soluzioni interpretative. Com’è possibile che un autore letto finora (soprattutto in ambienti francesi e italiani) quale momento di emancipazione e di liberazione da una tradizione metafisica non più in grado di spiegare i movimenti della società contemporanea, si riveli poi non solo ideologicamente affine al nazismo ma addirittura all’antisemitismo? Forse bisogna riaprire la questione del rapporto tra ciò che Heidegger ha permesso di pensare e i prezzi che in un modo o nell’altro ha imposto di pagare: la neutralizzazione della tradizione ebraico-cristiana, da un lato, e di quella illuministica dall’altro. Un nuovo autoritarismo, dunque, covato all’interno di un pensiero utilizzato in senso progressista ed emancipativo?

Ma il pensiero di un grande filosofo dà prova di sé per le possibilità che apre, più che per le dottrine che sostiene. E che una diversa lettura del suo pensiero, anche in ordine alla politica, sia possibile, sta a ricordarcelo una sua allieva e amica, insospettabile quanto alle simpatie totalitarie, l’ebrea secolarizzata Hannah Arendt, la quale proprio nelle sue fondamentali ricerche sull’origine dei totalitarismi novecenteschi metteva in luce che la peculiarità di questi ultimi (rispetto alle tirannie e alle dittature del passato) risiede nel tentativo di neutralizzare, regolamentare e infine spegnere la capacità del pensiero che contraddistingue ogni singola persona. E, di converso, che è solo sulla forza del pensiero del singolo individuo che si può far leva per una critica e un’opposizione reale delle ideologie totalitarie. Si tratta, come Arendt sottolinea, di una posizione appresa proprio dal suo maestro Heidegger, la cui forza e decisività risultava alla fine più grande, e finanche oppositiva, rispetto alle sue stesse errate e tragiche simpatie politiche.

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