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Da Libro bianco.

Indice

I Quaderni neri di Heidegger, cattolico nazista e antisemita

La formazione cattolica del Mago di Messkirch è alla radice delle sue teorizzazioni antisemite e naziste. Il dibattito in Italia, Francia e Germania si fa sempre più serrato.


babylonpostglobalist.it, 23 maggio 2014


Giampiero Minasi


L'antisemitismo è un'invenzione cristiana conseguente all'accusa di deicidio al popolo di Israele, colpa collettiva originaria e insanabile che ne segnò in maniera tragica il destino. Ampiamente tollerati nel mondo musulmano, tanto che negli scambi epistolari intercorsi tra i mercanti ebrei risulta come essi si sentissero pienamente parte di quella koinè economica e culturale che si stendeva dalla Andalusia alla Baghdad del Califfo, i figli di Giuda andarono viceversa incontro a persecuzioni di ogni sorta nell'Europa cristiana. Sin dal costituirsi della cristianità, la discriminazione nei loro confronti divenne universale e sistematica, avvalorata dalle tesi di teologi come "san" Giovanni Crisostomo nel IV secolo (gli abominevoli giudei erano animali feroci, uccisori di bambini, gente bugiarda rapace ladra e omicida, e le loro sinagoghe postriboli) o Agobardo di Lione nel IX sec. Massacrati a migliaia durante le Crociate, furono, a seguito del Concilio Laterano del 1215, soggetti ad una serie di norme (obbligo di portare segni di riconoscimento, interdizione da numerose attività commerciali) che ne segnarono il destino per secoli. Sia il loro costituirsi, per scelta e per costrizione esterna, in comunità custodi di diversità religiosa e culturale, anche fisicamente appartate dal resto della popolazione (prima ancora della cinquecentesca istituzionalizzazione dei ghetti), sia il loro costante rifiuto di convertirsi che suonava scandaloso per le intolleranti pretese universalistiche cristiane (v. F. Della Pergola, Il problema dell'unicità e della trascendenza di Dio, in Il Sogno della Farfalla, 2014, n. 2), ne facevano un corpo estraneo facilmente individuabile cui attribuire ogni genere di colpa nella logica del capro espiatorio. Fu così per la peste che flagellò l'Europa a più riprese, dando adito a sommosse popolari antisemite, spesso appoggiate dalle autorità, come nel rogo di 2000 ebrei nel 1349, a Strasburgo. Fu così per le ricorrenti carestie.

Durante il tardo medioevo, all'interno dei territori spagnoli, furono i predicatori francescani a distinguersi nella costruzione dell'arsenale linguistico finalizzato ad un uso politico (Giuda, infidelis traditore per denaro, prototipo eccellente dell'avido mercante ebraico) di cui si avvalsero Ferdinando di Castiglia e Isabella di Aragona per decretare la conversione forzata o l'espulsione degli ebrei, sotto l'ombra sinistra dell'Inquisizione di Torquemada, in seguito delegata anche a certificare la "limpieza de sangre" (assenza di antenati ebrei per l'accesso a cariche pubbliche), primo esempio di persecuzione degli ebrei non fondata su appartenenza religiosa, ma razziale. Bisognò aspettare Illuminismo e Rivoluzione francese, perché nell'Europa occidentale del XVIII e XIX secolo, con la progressiva separazione di Stato e Chiesa, si arrivasse ad una sensibile diminuzione della persecuzione degli ebrei, con la loro graduale integrazione nel sistema politico ed economico. Cosa che non avvenne invece nell'Europa orientale, dove il processo di emancipazione non ebbe mai luogo per responsabilità del potere zarista che, per allontanare da sé il malcontento popolare, preferì fomentare i pogrom susseguitisi dal 1881, anche mediante la pubblicazione dei "Protocolli degli anziani di Sion", un falso della polizia segreta che rivelava una presunta cospirazione internazionale degli ebrei per dominare il mondo. Ma l'antisemitismo non demordeva neppure in Occidente, anzi. Verso la fine dell'Ottocento, al tradizionale armamentario dell'antisemitismo religioso di cui si ergeva a campione la rivista gesuita "Civiltà cattolica", si aggiunsero a sostegno e non disgiunte da esso le teorie pseudoscientifiche razziste, fondative dell'antisemitismo biologico, fortemente radicato in Francia, Inghilterra, Germania, secondo cui esisteva una razza ebraica, una "razza inferiore mista", in eterna lotta con quella "ariana", pura e portatrice di cultura.

In continuità con l'antisemitismo religioso e biologico (nonché con quello di parte non piccola della cultura e politica tedesche, che richiederebbe un approfondimento a parte), si pone il nazionalsocialismo di Hitler. Nonostante la sua patina neopagana, il nazismo, specie nella fase ascendente, si mostrò in intima connessione col mondo cristiano sia nei simboli (si pensi, ad esempio, al Gott mit uns, "Dio è con noi", dei Cavalieri Teutonici, motto immutato dell'esercito tedesco); sia, stando allo storico Enzo Collotti, nell'intento di salvare i valori della società tradizionale cristiana su cui si sentiva aleggiare minacciosa la presunta "cospirazione giudeo-bolscevica" del comunismo sovietico. È al riguardo emblematica la figura di Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII, che, nunzio apostolico a Monaco e Berlino negli anni Venti, si mostrò ossessionato dall'associazione semitismo-bolscevismo. Cominciò pertanto a guardare al nazismo come ad un argine, tanto da spianargli la strada nel 1933, quando, ormai Cardinale segretario di Stato, impose l'immediato ritiro dalla politica tedesca del partito dei cattolici (che si sentirono così incoraggiati ad aderire al nazionalsocialismo) , in cambio del Concordato. Un sostegno decisivo che non venne mai meno, nemmeno con l'ascensione nel 1939 al soglio pontificio, inaugurato dalla censura su un importante discorso di rottura con il nazismo preparato dal predecessore papa Ratti, e proseguito poi col silenzio sull'Olocausto e col sostegno vaticano alla fuga dei gerarchi e criminali di guerra nazisti al termine del conflitto. ( v. A. Farkas, "Pacelli aiutò Hitler a prendere il potere" , Corriere della Sera 7 settembre 1999).

Né più tiepido fu l'appoggio dei luterani che, grati nei confronti di Hitler per aver rimosso la Repubblica di Weimar (per essi un' entità irreligiosa che aveva portato alle dimissioni del Kaiser e re di Prussia, autorità luterana per eccellenza), approvarono senza riserve la persecuzione degli ebrei, per la quale anzi rivendicavano una loro primogenitura: erano loro gli antisemiti "originali", considerato che Lutero aveva già incitato a cacciare gli ebrei e a distruggere con il fuoco le sinagoghe (v. A. Galli, "Intervista a Stephan Linck. Luterani, mea culpa su Hitler", Avvenire 19.2.14). Tipicamente religioso è poi il meccanismo del "capro espiatorio" ampiamente usato da Hitler. Agli ebrei si doveva la sconfitta nella I guerra mondiale: i moti rivoluzionari del novembre 1918, che avevano costretto il Kaiser alla fuga e l' esercito tedesco alla resa (la "pugnalata alla schiena"), erano stati organizzati dai partiti di sinistra, in cui massiccia era la presenza di ebrei. Ebreo era Karl Marx, di origine ebraica la fondatrice del partito comunista tedesco Rosa Luxemburg e il fondatore dell'Armata Rossa Trockij e più alla lontana lo stesso Lenin, ebrei 9 dei 12 dirigenti del Partito comunista russo del 1918, a conferma che Rivoluzione russa e bolscevismo altro non erano se non la cospirazione ebraica per il dominio mondiale annunziata dai "Protocolli di Sion". Agli ebrei si doveva pure la disastrosa situazione del dopoguerra: ebrei i banchieri d'oltreoceano e tedeschi che affamavano la Germania, i primi con l'imposizione dei gravosissimi debiti di guerra, i secondi con la responsabilità della crisi economica e dell'inflazione devastante.

Proprio indagando il concetto di "colpa", basilare nel programma di propaganda di Hitler, si possono cogliere le radici profondamente cristiane dell'antisemitismo nazista. Ogni ebreo era parte integrante di una massa omogenea, nella quale tutti avevano le stesse colpe. Se un qualsiasi ebreo commetteva un delitto, automaticamente tutti gli ebrei l'avevano a loro volta commesso. Ebbene, l'idea di colpa collettiva trasmissibile di generazione in generazione è estranea se non a tutto l'ebraismo, almeno a quella sua corrente di gran lunga prevalente che si riconosce nella teologia del Patto (secondo la quale ognuno paga per le proprie colpe, così come accede alla salvezza ogni giusto, a qualunque fede appartenga) ed è invece tipicamente cristiana, derivante dall'idea del peccato originale. Solo il battesimo, per i cristiani, può emendare dalla colpa originaria, dal male insito nella natura umana. "L' uomo che non vive la conversione dal peccato non ha in sé alcuna immagine divina, e perdere l'immagine divina significava perdere l'essenza umana stessa, quindi essere de-generati, "fuori" dal genere umano, perché l' imago dei era ciò che distingueva gli esseri umani dagli altri esseri vivificati. Di conseguenza nella logica cristiana l'essere umano senza battesimo - in quanto non redento dal peccato - non era diverso da un animale." (v. F. Della Pergola, cit.). Degenerati, animali, non-esseri umani: cosa altro erano gli ebrei per i nazisti? Dai deliri religiosi all'antisemitismo biologico razzista, profuso a piene mani nel "Mein Kampf" del 1925, il passo è breve. La Germania era stata sconfitta perché gli ebrei, simili a "vermi che si annidano nei cadaveri in dissoluzione", virus portatori di inquinamento razziale, coi matrimoni misti avevano contaminato la purezza del sangue e dei geni della razza ariana, fiaccandone la forza necessaria nella lotta per la supremazia. Insieme con l'organismo, avevano infettato le menti ( il che conferma quanto, nello stesso nazismo, la dimensione culturale prevalesse sul biologismo) propugnando pacifismo, democrazia, pluralismo, socialismo, cosmopolitismo, umanitarismo, veri e propri disvalori rispetto agli autentici valori ariani rappresentati dalla forza, dal dominio, dall'onore, dalla risolutezza, dall'attaccamento esclusivo alla propria razza e alla propria nazione.

A questa farneticante costruzione antisemita costruita nei secoli, che si avvale in primis di elementi religiosi, e poi politici, economici, culturali, razziali, non poteva mancare l'apporto della filosofia di Martin Heidegger. L' intima essenza nazista del suo pensiero e l'adesione continuativa all'hitlerismo sono ormai note e denunciate già da tempo. Primo, solitario, è stato Massimo Fagioli, sia con la sua prassi terapeutica opposta all'esistenzialismo heideggeriano di Binswanger e Basaglia, sia con la fondamentale teoria della nascita umana in "Istinto di morte e conoscenza" (L'Asino d'oro ed., 2010, I ed. 1972) e con l' ininterrotta elaborazione di pensiero condotta anche, a partire dal 2006, sul settimanale Left, che svelano e contrastano il nucleo religioso e nazista del pensiero del filosofo tedesco (per un approfondimento si consiglia l'articolo di G. De Simone, La religione del silenzio, Left 17 maggio 2014). Quindi, da metà degli anni '80, sono arrivati Farias, Hugo Ott, Matussek; infine nel 2005 Faye (Heidegger: l'introduzione del nazismo nella filosofia, L' Asino d'oro, 2012), di cui si annuncia un nuovo libro, nel quale fra l'altro tratterà la vicinanza del proprio concetto di "negazionismo ontologico" con la fagioliana "pulsione di annullamento" (v. L. Profeti, Meglio tardi che mai, Left, 28 dicembre 2013; L. Profeti, L'aletheia di Volpi su Heidegger, Left, 15 maggio 2009).

Il testo di Faye del 2005 provava ampiamente anche l'antisemitismo di Heidegger, ma se mai fossero rimasti dei dubbi in proposito, a fugarli completamente giunge oggi la pubblicazione in Germania per l'editore Klostermann degli "Schwarzen Hefte" ("Quaderni neri", dal colore della loro copertina cerata) del filosofo. Si tratta di taccuini redatti dal 1931 al 1975, di cui il 14 marzo sono usciti in libreria quelli relativi al periodo dal 1932 al 1941, un "diario personale" pressoché giornaliero, concepito però non come appunti privati, né come espressione riservata del suo odio verso il popolo d'Israele che era più restio a mostrare in pubblico, dove astutamente alternava momenti di delazione e di relazione nei confronti dei suoi colleghi e conoscenti ebrei. Infatti, il filosofo stesso li aveva per volontà testamentaria destinati a coronare postumi la pubblicazione della propria opera omnia, in un futuro prossimo quando, scommetteva, si sarebbe finalmente arrivati a comprendere che l'hitlerismo non era che una tappa sul percorso dell' Essere e lo si sarebbe sostituito con un ultra-nazismo attualizzato, filosoficamente legittimato e ormai privo di complessi (v. Frankfurter Allgemeine Zeitung del 20 febbraio 2014). Per quanto presumibilmente censurato dai passaggi più compromettenti che dovevano essere contenuti nei due quaderni che "stranamente" risultano mancanti all'appello, si tratta quindi di un materiale esplosivo di cui sono bastate le anticipazioni di alcune frasi per suscitare già da dicembre dello scorso anno un acceso dibattito negli ambienti filosofici e in numerosi articoli sulla stampa tedesca, francese e italiana, molti dei quali consultabili sul sito Segnalazioni, che li ha meritoriamente acquisiti e tradotti. In attesa di un'edizione italiana dei "Quaderni neri", ci baseremo su questi articoli per conoscere le teorizzazioni antisemite di Heidegger, le quali rimarrebbero però a un livello parziale di comprensione se non vi premettessimo la circostanza fondamentale della formazione cattolica del Mago di Messkirch.

Figlio di un sagrestano di stretta osservanza apostolica romana, il giovane Martin fece il liceo in scuole cattoliche e al termine manifestò l'intenzione di entrare nell'Ordine dei Gesuiti. Respinto all'ammissione per probabili motivi di salute, egli militò poi in movimenti giovanili cattolici reazionari, dove si mise in luce per essere un antimodernista, apologeta del papato e del dogma della sua infallibilità, studioso dei mistici medievali, ammiratore del monaco agostininiano Abraham famoso nel '600 per la sua predicazione antiebraica. Dopo essersi sposato con la protestante Elfride nel 1917 secondo il rito cattolico, si allontanò dalla prassi della fede, che non gli sembrava conforme ad un'esperienza religiosa irrazionale e mistica, salvo riaccostarvisi negli ultimi anni della sua esistenza. (v. Peter e Paul Matussek, Heidegger, in Il Sogno della farfalla, n.3, 2009; A. Torno, Negli scritti giovanili il passaggio dalla teologia alla filosofia. Heidegger cattolico, Corsera 13/3/07; A. Torno, Il filosofo del Reich, un cattolico nascosto. La dimensione religiosa di Heidegger, Corsera, 20 giugno 2011).

Gli anni della maturità e dell'impegno filosofico non furono comunque mai la rescissione del legame originario e costitutivo con la tradizione cristiana, come risulta non solo da affermazioni dello stesso Heidegger (si definì filosofo e teologo cristiano) e da testimonianze di familiari, ma da più cogenti elementi teorici. A dare l'impronta decisiva a tutto quel periodo è infatti la lettura dei testi di san Paolo condotta nel corso universitario del 1920/21, che un heideggeriano particolarmente ferrato in tema di cattolicesimo quale Vattimo ritiene alla base dell'opera esistenzialistica "Essere e tempo" del 1927: la definizione paolina di autentica solo quell'esistenza che vive nell'attesa del ritorno del Messia informa di sé l'ontologia del destino dell'Essere e può spiegare come, in tal senso, Heidegger (per un equivoco, una breve avventura, secondo lui) abbia potuto apprezzare il regime di Hitler (G. Vattimo, Quando Heidegger preferiva San Paolo, Tuttolibri, 20 dicembre 2003). Estimatori di Heidegger, significativamente per nulla allarmati dal suo nazismo, son peraltro persone ancora più addentro di Vattimo in materia di cattolicesimo, quali i più illustri teologi del Novecento e lo stesso papa dimissionario Benedetto XVI, nonché quel Sinodo dei Vescovi del 2008, nel quale si è affermato che la ricerca del giovane Heidegger sull'«esserci» umano, riconfermata nei "Contributi alla filosofia" (del 1936, in pieno nazismo) è strettamente connessa con «l'interrogazione intorno a un essere cristiano originario»; che le lezioni su Paolo di Tarso sono "la culla" e "le radici cristiane" della grandiosa architettura di "Essere e tempo"; che i termini heideggeriani di «compimento o destinalità» sono in connessione con l'intreccio tra storicità ed escatologia contenuto nella Lettera ai Tessalonicesi (v. L. Profeti, La polvere nazista di Heidegger, Left, 9/1/2009; L. Profeti, L'ombra di Heidegger sul Sinodo, Avances, 25 ottobre 2008).

È quindi a pieno titolo un filosofo-teologo cristiano l'Heidegger che riprende il tradizionale antisemitismo, apportandovi però due elementi originali che gli fanno superare a destra lo stesso hitlerismo: da un lato lo fonda filosoficamente, intrecciandolo alla sua teorizzazione dell'Essere, anche mediante la traduzione nel suo oscuro linguaggio dei più odiosi stereotipi antiebraici; dall'altro lo motiva diversamente, individuando l'origine della colpa degli ebrei in circostanze precedenti l'uccisione di Cristo. Da esegeta della Bibbia quale egli era, parte dai Profeti, i quali avrebbero segretamente concepito il progetto di un messianismo universale, l'"ebraismo mondiale", (declinazione filosofica dei "Protocolli di Sion") basato sull'uguaglianza degli esseri umani e della morale. Lo hanno fatto con una tecnica - la profezia, appunto - che serviva a nascondere e a fuggire da ciò che di vero c'è nella storia, ossia la "competenza" ("geschick"), l'evento universale per cui un popolo è autentico se è legato alle "forze del suolo e del sangue", se conserva la sua eredità precedente. Con la conseguenza di una auto-estraneazione e imbastardimento dei popoli, di uno sradicamento dell'Essere, che è la vera colpa primordiale da imputare agli ebrei ( versione filosofica della "colpa originaria" di deicidio).

L' "assenza di mondo" è ciò che caratterizza gli ebrei; essi sono senza luogo, cosmopoliti privi di patria, sono anche privi dell'esistenziale heideggeriano dell'essere-nel-mondo, per ciò stesso completamente disumani, immondi (versione filosofica del de-genere, fuori dal genere umano - v. Left, 28 dicembre 2013, cit.). L'invenzione dell'universalismo ha permesso al popolo di Israele di farsi riconoscere come uguali agli altri, loro che invece vivono secondo quel "principio della razza" che non vogliono gli venga applicato. L'uguaglianza è stato quindi un trucco per assicurarsi potere e influenza, profittando del loro innato talento per il "calcolare e trafficare". Termini che sono la versione filosofica del tema medievale dell'usuraio calcolatore, tutto intento a fare il conto dei denari di Giuda (v. F. Rastier, Non c'è nessun affaire Heidegger, Alfabeta 2, 2 marzo 2014). Senonché Heidegger su questi termini innesta un che di apocalittico: chi calcola non pensa, si abbandona ad una vuota razionalità totalizzatrice che, unita al trafficare, genera il "Gigantesco", una condizione perturbante, una opacità demoniaca talmente onnipresente che rimane incomprensibile all'uomo (v. Die Zeit 1/2014, 27 dicembre 2013). Sarebbe questa, a quanto ci è dato di capire, la condizione catastrofica che incombe sul mondo da quando il pensiero occidentale, da Eraclito in poi, ha abbandonato la strada dell'Essere, privilegiando la tecnica e il pensiero scientifico. Ciò che da allora si è sedimentato e che Heidegger ha in odio totale - l'impero della tecnica, la razionalità cartesiana, il pragmatismo inglese, l'americanismo, il bolscevismo - è tutto a derivazione dal pensiero calcolatorio degli ebrei che ha infettato il mondo. Alimentato dal suo tradizionalismo cattolico avverso alla modernità e alla scienza, l'antisemitismo di Heidegger arriva qui a un radicalismo delirante mai raggiunto in precedenza: aggiungendo colpa a colpa - lo spirito calcolatorio all'assenza di mondo -, gli ebrei diventano una mostruosa entità metafisica responsabile addirittura dell'oblio planetario dell'Essere. Solo il popolo metafisico per eccellenza, il popolo tedesco, può rispondere con la forza del "boden", ossia del radicamento al suolo, alla dissoluzione dell'umanità, conducendo una definitiva battaglia militare per annientare l'"ebraismo mondiale", estinguendone la colpa primordiale (v. Frankfurter Allgemeine Zeitung 27 dicembre 2013; Der Spiegel n. 11 del 10 marzo 2014).

Non sorprende che da qui si possa arrivare alla più disumana e irrisoria delle conclusioni, enunciata non nei "Quaderni neri", bensì nella conferenza di Brema del 1949 dal titolo Die Gefahr. Per Heidegger, responsabile dello stermino è stata la tecno-scienza, ma gli ebrei non vanno compianti: da un lato, essi ne sono corresponsabili, avendola originata col loro spirito calcolatorio; dall'altro essi, puri enti senza rapporto con l'Essere, quasi accidenti senza sostanza, non hanno lo statuto di esseri umani (versione filosofica dell'essere senza battesimo?) e quindi la loro scomparsa non è degna di essere chiamata morte (v. Faye, cit., p.430 segg.; Left, 15 maggio 2009, cit.; Rastier, cit.; Left, 28 dicembre 2013, cit.). Non resta che la domanda finale. Heidegger può ancora essere considerato il più grande filosofo del Novecento, la fonte del pensiero moderno, un maestro il cui pensiero produce libertà? Negli anni abbiamo assistito alle tattiche di occultamento e alle acrobazie dialettiche degli heideggeriani per depotenziare le denunce e le rivelazioni che man mano venivano fuori (v. G. De Simone, cit.). Prima si è cercato tout court di celare il nazismo del filosofo; poi lo si è derubricato alla breve parentesi dell'anno di rettorato a Friburgo, salvo poi, di fronte all'evidenza di un'adesione protrattasi fino alla fine (v. R. Polese, "I Quaderni neri. Confessioni che non lasciano dubbi", Corsera, 14 marzo 2014), ricondurlo all'illusione, tipica dei filosofi, di voler cavalcare i movimenti politici; poi, ancora, acclarato il nazismo, si è voluto allontanare da lui l'accusa di razzismo e antisemitismo, utilizzando a piene mani la sua relazione con la Arendt.

In questa operazione di depistaggio culturale si sono distinti gli heideggeriani francesi epigoni di Sartre e Derrida, tuttora i più tetragoni, tanto da aver cercato di impedire la pubblicazione dei "Quaderni neri", in cui a sentir loro ci sarebbe solo un antisemitismo culturale puramente "spirituale" (v. Frankfurter Allgemeine Zeitung, cit.; Die Zeit, cit.; A. Iadicicco, "Heidegger e gli ebrei, tutto quello che avreste voluto sapere", La Stampa, 13 marzo 2014). Né potevano esimersi i nostri vari Vattimo, Rovatti, Gnoli e anche Volpi (almeno fino alla presa di distanza del suo ultimo periodo), nonché vari ambienti culturali tedeschi. Argomentazione principe di tutti costoro: l'uomo Heidegger si può al limite deprecare, ma bisogna salvarne il pensiero, secondo il principio che vita e opera di scrittori e pensatori sono da tenersi strettamente separati, come se i testi fossero qualcosa di direttamente mandato da Dio. "Mentalità spiritual-aristocratica da stronzi" la definisce, con rude efficacia, Der Spiegel (cit.). Ora, di fronte alle affermazioni dei "Quaderni neri", "un delirio filosofico e un crimine del pensiero" (v. Die Zeit, cit.), i margini di manovra sembrano ulteriormente restringersi, ma non mancano sconcertanti tentativi di difesa, fra i quali si segnalano quelli di Figal e di Donatella Di Cesare, rispettivamente presidente e vice della società filosofica heideggeriana. La Di Cesare, anche membro della comunità ebraica, pur sconvolta dalle rivelazioni, si consola col dire che nell'antisemitismo del suo maestro non c'entrano niente il sangue e la razza, trattandosi solo di una questione metafisica e teologico-politica, che peraltro avrebbe il merito di una profonda intuizione del messianismo ebraico, anche se dal lato sbagliato (v. A. Gnoli, Martin Heidegger.Nei "Quaderni neri" gli appunti segreti contro gli ebrei, Repubblica 18 dicembre 2013; Left, 28 dicembre 2013, cit.; G. C. Zanon, "Shoah: nei Quaderni neri l'infamia nazista di Heidegger", I giorni e le notti, 26 marzo 2014).

Quanto a Figal, inizialmente ammette con onestà che le frasi di Heidegger sono disgustose e terribili, che il suo antisemitismo è forte e radicato, che se prende le distanze dal nazismo è solo per un contrasto filosofico e non politico e morale: i nazisti non sono criminali, ma al fondo sono anch'essi declinazione di quella razionalità tecnico-scientifica che lui, antimodernista, riteneva fatale. Ma se Heidegger, "abdicando così radicalmente alla ragione", diventa "una delle figure chiave per capire le patologie del XX secolo", è perché dagli anni '30 in poi ha voluto reinterpretare politicamente quella volontà di rifondazione filosofica che invece aveva benissimo espresso in "Essere e tempo" del 1927, "uno dei più importanti testi della filosofia moderna" che non ha bisogno di essere "interpretato diversamente rispetto a come è stato interpretato sino a oggi" (v. T. Mastrobuoni, "Disgustose e terribili quelle frasi del mio Heidegger", La Stampa, 18 marzo 14). Dispiace che all'illustre presidente (e non solo a lui) sfugga che proprio nella teorizzazione di "Essere e tempo" affondi il nazionalsocialismo di Heidegger, o forse sarebbe meglio dire l'heideggerismo di Hitler. In quell'essere-per-la-morte che, andando oltre la coscienza e il comportamento, assume come verità originaria dell'uomo l'istinto di morte, cioè il Nulla da cui si è "gettati" nel mondo, e lo fa diventare propria capacità di fare il nulla, cioè di mettere fine alle situazioni inautentiche "pro-gettando" continuamente la propria vita al di là di esse.

L'essersi però fermato al Geworfenheit, l'esser-gettato nel mondo (=parto animale), senza arrivare a trovare l'origine nella nascita umana e nelle sue dinamiche di trasformazione, conduce Heidegger alle tragiche conseguenze denunciate da Fagioli: l'identità umana si realizzerebbe come essere per la pulsione di annullamento; il No che vede e rifiuta le situazioni negative viene confuso con la negazione che altera la verità (v. G. De Simone, cit.). E quando poi dall'ambito individuale si passa alla "comunità di destino e di popolo" e ci si lega alla prassi politica, il percorso di "liberazione" dell'individuo autentico che è-per-la-morte, diventa il percorso collettivo del popolo tedesco che dà la morte. Gli altri (gli ebrei, ma anche tutti coloro che non rientrano nei canoni di purezza della razza ariana), privati del significato di essere altri con cui avere un rapporto, una dialettica, delirantemente ridotti a semplice presenza inautentica, sono destinati all'Olocausto. Movimento di pensiero e prassi che mentre svelano la dimensione religiosa da cui originano - il Nulla trascendente e non umano -, addirittura la radicalizzano in un'onnipotenza assoluta, totalmente distruttiva e astratta, priva di ogni immagine, probabilmente vicina al misticismo medievale da cui Heidegger era stato attratto in gioventù. Se il rogo della donna e dell'eretico distrugge il corpo perché l'anima, libera dalla sua prigione, possa ricongiungersi a Dio, i crematori di Auschwitz hanno ad unico scopo l'inesistenza assoluta delle vittime.


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