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Da Libro bianco.

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L'antisemita impresentabile

Gianni Vattimo riflette sull'antisemitismo del suo maestro Martin Heidegger


Informazionecorretta, 27 agosto 2015


Donatella Di Cesare


Riprendiamo dall'ESPRESSO di oggi, 05/12/2014, a pag. 109, con il titolo "Heidegger antisemita indispensabile", la riflessione di Gianni Vattimo sulla figura di Heidegger e sul libro " Heidegger e gli ebrei. I Quaderni neri", a cura di Donatella Di Cesare.

Gianni Vattimo sostiene come secondo Martin Heidegger gli ebrei siano l'emblema dello sradicamento, dell'incapacità moderna di radicarsi in un territorio e in valori stabili. Entrambi si dimenticano però di dire che una simile condizione si è verificata in parte nell'Europa moderna, ma soltanto nella misura in cui gli ebrei sono stati discriminati, perseguitati, scacciati. La figura dell'ebreo come individuo senza patria è frutto dell'imposizione altrui ma soprattutto, per altro verso, è una invenzione dell'antigiudaismo prima e dell'antisemitismo poi. Gli ebrei, infatti, sono da sempre profondamente radicati in una comunità ideale, un sentire comune che è anche all'origine del sionismo e quindi di Israele. Vattimo ritiene inoltre che "l'errore filosofico" di Heidegger - ovvero l'antisemitismo come simbolo della metafisica, cioè della decadenza della filosofia - sia "più grave di quello politico". Ma non dice che questa è una aggravante, in quanto tentativo di giustificazione "filosofica" dell'antisemitismo come problema politico e culturale, che viene comunque prima. Non stupisce da parte di un personaggio, Gianni Vattimo, che si è distinto per gli appelli esplicitamente antisemiti e che per decenni ha approfittato della cattedra universitaria per dispensare a piene mani odio nei confronti degli ebrei e di Israele, invitando ad arruolarsi con Hamas per distruggere lo Stato ebraico. Donatella Di Cesare, studiosa di Heidegger e vice-presidente della Fondazione Martin Heidegger, ha scritto un libro che definire ambiguo è poco


Ecco l'articolo:

Dei "Quaderni neri" di Martin Heidegger è forse più interessante la storia esterna che il contenuto filosofico. Non intendo sminuire l'importanza dei testi ora pubblicati (che conosco solo attraverso la lettura di Donatella Di Cesare in "Heidegger e gli ebrei. I 'Quaderni neri", Bollati Boringhieri). Ma semmai sottolineare che per ora la loro importanza sembra legata non tanto a ciò che essi dicono, ma agli effetti a cui stanno dando luogo, come appunto il libro della Di Cesare. ll quale è la vera novità, il testo mai ancora scritro che, più che offrire strumenti per rileggere Heidegger lo illumina come un vero e proprio documento d'epoca, in cui si riassume una parte decisiva della cultura del Novecento.

Tutto si gioca intorno alla battaglia heideggeriana per il superamento della metafisica. Che egli, come si sa, concepiva come il peccato originale della civiltà occidentale, quella tendenza a identificare l'essere con l'ente, con l'oggetto, che culmina nella riduzione di tutto, compreso il soggetto umano, a «risorsa disponibile», manipolabile secondo criteri matematico scientifici, insomma nel trionfo della tecnica. Che c'entra questo con gli Ebrei? Per Heidegger, essi sono il popolo metafisico per eccellenza: sradicati da ogni rapporto con il territorio - non hanno patria, e dunque non rispondono a un destino storico - sono l'emblema della astrattezza matematica che caratterizza la razionalità moderna.

Si ricorderà qui che Di Cesare è autrice di un libro ("Israele. Terra, ritorno, anarchia") in cui molti concetti hcideggeriani sono messi a frutto in una intensa analisi dell'ebraismo, e che nessuno pensa di accostare ai "Quaderni neri" di Heidegger, «complici» di Auschwitz. Ciò che c'è di comune, però, è quello che Di Cesare illustra nel lungo excursus storico sull'antisemitismo nella filosofia europea. Molti dei temi che ricorrono in questa storia confluiscono nella visione heideggeriana. Che non risulta ovviamente legittimata da questi richiami, ma appare meno contingentemente legata al suo "nazismo". Con l'excursus storico viene in luce la novità dello studio di Di Cesare, che produce una sorta di corto circuito: mentre si credeva di processare Heidegger e la sua teoria, qui siamo messi di fronte al fatto che questa teoria è solo la punta di un iceberg che galleggia da secoli nella nostra cultura. Ma insomma, Heidegger risulterebbe così assolto dalla colpa di aver " fiancheggiato", per lo meno, il nazismo e Auschwitz? Ritorniamo così all'aspetto "biografico" del tema.

I "Quaderni neri" sono un documento d'epoca ma anche un pezzo della biografia di un pensatore del quale la filosofia del Novecento non può fare a meno. Sul conto del documento d'epoca si deve mettere ancora il mito a cui Heidegger sembra aver ceduto: l'idea tardo settecentesca, già di Hölderlin, che la Germania, non ancora industrializzata e divisa in piccoli stati, potesse essere una nuova Grecia presocratica, quella sognata da Nietzsche, ancora immune dal razionalismo e perciò pre-metafisica. L'errore anzitutto storico di Heidegger è stato di pensare che questa nuova Grecia potesse essere la Germania di Hitler, stretta fra il comunismo sovietico e il capitalismo anglo-americano, vista come ultimo baluardo dell'Europa umanistica.

Ma più grave è stato qui l'errore filosofico di Heidegger, l'idea, contraddittoria con la sua filosofia della differenza ontologica, che potesse risorgere una civiltà pre-metafisica, come se la metafisica potesse essere davvero superata in una civiltà con la presenza dell'essere (che non può mai identificarsi con l'ente presente). È possibile ritenere che questa auto-contraddizione sia solo una "caduta" del pensatore (che aveva vissuto gli anni drammatici di Weimar e che, anche con l'idea di Israele popolo metafisico, poteva illudersi di ridurre alla ragione filosofica l'antisemitismo hitleriano). Resta da vedere se invece proprio l'esito tragico del nazismo non costringa a rivedere persino la nozione heideggeriana di metafisica e di conseguenza tutta la sua visione della modernità.

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