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Da Libro bianco.

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Dialogo Iran-Occidente: svaniscono i fantasmi del passato?

Non era dunque sbagliata l’idea che la strana e inaspettata apertura iraniana verso gli ebrei preludesse ad un’apertura più ampia di Teheran verso un Occidente definito fino ad oggi in termini demoniaci.


Agorà, 30 settembre 2013


Fabio Della Pergola


Grande Satana per indicare gli Stati Uniti e Piccolo Satana per indicare Israele erano infatti i “nomi” che il Grande Ayatollah Khomeini aveva affibbiato ai nemici storici della sua repubblica islamica. E tali erano rimasti anche dopo la sua morte e durante la lunga (contrastata e contestata) presidenza di Mahmud Ahmadinejad, che ha portato allo sviluppo del progetto nucleare.

Progetto che Israele ha sempre interpretato come una minaccia potenzialmente letale alla sua esistenza e che l’Iran ha invece sempre difeso come sviluppo di un sistema di produzione di energia a scopi pacifici e quindi legittimo secondo il Trattato di Non Proliferazione Atomica che il paese degli ayatollah, al contrario di Israele, ha sottoscritto.

Il primo passo del disgelo è stato l’imprevisto tweet di auguri di “buon Ha Roshanà” rivolto dal nuovo presidente iraniano Hassan Rouhani agli ebrei in occasione del Capodanno ebraico.

Anche se poi è stato smentito che il presidente avesse un account che gli permettesse di cinguettare, il neo ministro degli Esteri, Javad Zarif, aveva ripreso il tema in uno scambio di tweet, questa volta confermati, con la figlia di Nancy Pelosi, speaker democratica al Congresso americano.

Nell’occasione Christine Pelosi gli aveva polemicamente ricordato il negazionismo di Teheran in merito alla Shoah, e Zarif aveva risposto che “l’Iran non ha mai negato lo sterminio degli ebrei” e che “colui che era stato percepito come negazionista ora era andato via”. Il riferimento ad Ahmadinejad era evidente e lo scambio fra i due era apparso subito, dato il profilo pubblico dei due "cinguettatori", molto significativo.

Come se non bastasse, lo stesso Presidente Rouhani è poi intervenuto sull’argomento, dichiarando pubblicamente in un’intervista concessa a Christiane Amanpour della CNN che l’Iran considerava la Shoah “un grande crimine commesso dai nazisti ai danni degli ebrei”.

Come ogni altro assassinio, peraltro, ivi comprese le violenze israeliane in Palestina, naturalmente, ma questo "doveroso” equilibrio dialettico - comprensibile anche alla luce delle polemiche interne alla repubblica islamica immediatamente accese da parte dell’ala dura e pura dei basiji che hanno contestato il presidente - non deve far perdere di vista il cambiamento diplomatico in corso a Teheran.

E' innegabile che in epoca Ahmadinejad il Negazionismo fosse di casa in Iran; il convegno negazionista di Teheran nel dicembre 2006 (con annesso concorso internazionale di vignette) richiamò nella capitale iraniana il fior fiore dei negazionisti e revisionisti della Shoah, definita un "mito" dal presidente iraniano.

D'altra parte come stupirsene se l'organizzatore del convegno fu l'allora Ministro della Cultura, Mohammad Ali Ramin, altrettanto noto per le sue affermazioni esplicitamente negazioniste, che non esitò ad invitare fra gli altri anche personaggi del calibro di Bendikt Frings, leader del partito neonazista tedesco NPD o il leader del Ku Klux Klan, David Duke, la cui ex-moglie ha partecipato alla fondazione del noto sito razzista e antisemita Stormfront. Frequentazioni molto discutibili, insomma, che la dirigenza iraniana non esitava ad invitare, accogliere ed ascoltare con sussiego.

Per quanto le frasi dell'ex-presidente sulla "distruzione" di Israele siano sempre state oggetto di interpretazioni divergenti, la svolta della nuova dirigenza sembra essere propedeutica ad un cambiamento, quantomeno di stile (che in diplomazia conta parecchio), sia nei confronti della drammatica storia ebraica, che - come ovvia conseguenza - con lo stesso stato di Israele.

Anche se la delegazione israeliana non ha ancora dismesso l’automatismo di alzarsi e andarsene dalla sala dell’Assemblea Generale dell’ONU appena il leader iraniano ha iniziato a parlare, ma si può pensare che l’atteggiamento imbronciato dei rappresentanti di Gerusalemme - che potrebbero aver subìto l’imprinting del fosco premier Bibi Netanyahu - non sia una disattenzione reale a quello che sta succedendo; né, forse, una aprioristica chiusura, ma solo un arroccamento in attesa di "vedere" i fatti.


Fatti che si sono concretizzati nel primo incontro ufficiale fra le diplomazie americane e iraniane e nel primo colloquio diretto fra i due presidenti, dopo la drammatica vicenda degli ostaggi all’ambasciata americana di Teheran nel 1979.

La diplomazia si muove dunque ad ampio raggio dopo la conclusione positiva (almeno per ora) della crisi dei gas siriani in cui il presidente americano Barack Obama ha giocato un ruolo ben più sottile ed energico (e non davvero guerrafondaio) di quanto non si voglia ammettere.

I segnali di apertura di Rouhani e Zarif sulla Shoah non hanno l’aria di una pura e semplice manovra diplomatica, finalizzata ad ammorbidire le sanzioni economiche imposte per le discusse reticenze durante i controlli dell’AIEA nei siti atomici iraniani. Anche se questo aspetto non va ovviamente trascurato, come non va sottovalutata l'ipotesi che quelli attuali siano solo tentativi di prendere tempo per poter proseguire con un programma nucleare a scopi militari, come continuano a sostenere le destre americane e israeliane.

Ma non bisogna sottovalutare nemmeno gli aspetti ideologici che potrebbero essersi messi in movimento dopo le ultime elezioni e che si possono intuire dietro la fine del negazionismo.

Non è molto noto - ad esempio - che un ex allievo persiano del filosofo Martin Heidegger, Ahmad Fardid, diventò il personaggio centrale di un organismo fondato dall’Imam Khomeini, il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Culturale Islamica, nel 1980, appena la Rivoluzione islamica arrivò al potere. E Fardid costituiva il punto di riferimento di un gruppo di intellettuali che si richiamava esplicitamente al pensiero del pensatore tedesco, nazista fin nel midollo, nonostante quello che ne pensano alcuni - ma non tutti, visto che qualcuno ci ha ripensato - suoi tardi epigoni, molto interessati a disconoscerne gli aspetti imbarazzanti.

Secondo un filosofo anti-khomeinista radicale, Amir Taheri - non esattamente da prendere per oro colato, politicamente parlando (secondo qualcuno pare che abbia accusato proprio il ministro degli esteri Javad Zarif di essere uno degli studenti sequestratori del ’79) - “gli ‘heideggeriani’ si erano proposti un obiettivo essenziale: la denuncia della democrazia in ogni sua forma, in quanto del tutto incompatibile con l’Islam e con la filosofia (…) Fino al 1989 gli ‘heideggeriani’ furono la forza filosofica dominante nel sistema creato da Khomeini (...) Per un breve periodo i "popperiani" (avversari degli heideggeriani, il cui esponente di punta il mullah Mutahhari fu assassinato nel 1979, NdA) furono in grado di invertire parzialmente la rotta del potere, ma la loro sorte fu segnata quando la presidenza della Repubblica Islamica venne conquistata da Mahmud Ahmadinejad. Il nuovo presidente era infatti un attivo seguace di Fardid e di Heidegger”.

Nonostante l’influenza del cristianesimo sul pensiero di Heidegger, sembra chiaro che in Iran alcuni videro una notevole contiguità fra il filosofo dell’essere-per-la-morte e certa teosofia islamica, nell’ottica, scontatamente, di un antimodernismo-antitecnicismo che non poteva avere altre ricadute politiche che l’astio antioccidentale più dogmatico e implacabile.

Uno degli esponenti dell'opposizione "popperiana" interna al movimento islamico, Abdul Kerim Sorus - secondo lo storico della filosofia Victor Farìas - ci andò giù decisamente più duro: "Fardid e i suoi discepoli hanno teorizzato tutto ciò che Ahmadinejad e Mashbah (un ayatollah sostenitore, secondo gli israeliani, dell'armamento nucleare come di un "dovere religioso", NdA) dicono e fanno oggi (...) Fardid è sempre stato antisemita, l'antisemita più radicale della storia dell'Iran (...) Fardid, esattamente come Hitler e i nazisti, venera i Führer e ridicolizza la democrazia. Quello che abbiamo in questo paese è fascismo..."

Insomma, se il riconoscimento della Shoah e la fine del negazionismo ideologico da parte dei dirigenti politici di Teheran hanno un senso, potrebbe forse essere individuato nel tramonto dell’area “heideggeriana” al potere finora nella Repubblica islamica.

Se così fosse - ma qui il condizionale è d'obbligo - l’attuale “abbassamento di tensione” fra Occidente e Iran potrebbe essere molto più reale di quanto non si sia potuto ipotizzare finora, anche se non rappresenta comunque, in alcun modo, un'adesione acritica tout-court alla cultura ed alle politiche occidentali.

Il cambiamento di paradigma teorico, filosofico-teocratico, se confermato, potrebbe essere molto significativo e dare un contenuto concreto a quelle che, a tutt'oggi, potrebbero essere ancora interpretate come pure e semplici manovre diplomatiche di facciata.

Qualcosa quindi da prendere molto più sul serio di quanto non sia stato fatto finora a Gerusalemme. Non fosse altro perché potrebbe aprire una credibile prospettiva pacifica alla crisi che attanaglia i due paesi ormai da oltre trent'anni.


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