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Heidegger, dove si "nasconde" il senso delle cose?

ilsussidiario.net/letture, 19 giugno 2013 http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/6/19/LETTURE-Heidegger-dove-si-nasconde-il-Senso-delle-cose-/3/404548/


Costantino Esposito


La formazione heideggeriana, come è noto, è avvenuta sotto l'ala della Chiesa cattolica e nel segno della teologia: una provenienza che, come lo stesso Heidegger dirà molti anni dopo, «resta sempre futuro». Quello che comunque resta è il fatto che l'intera problematica di questo filosofo sorge - sebbene in maniera aspramente critica - all'interno della tradizione metafisica (cioè ontologica e insieme teologica) veicolata dal cattolicesimo. Solo che il suo tentativo è stato quello di ripensare alcuni concetti o fenomeni propri di questa tradizione (per esempio: la differenza tra l'ente e l'essere, il darsi delle cose come l'evento di una donazione, la salvezza come storia, il nesso tra la verità la libertà, ecc.) contro di essa, soprattutto contro l'idea di creazione, che resta il contributo fondamentale dato dal cristianesimo alla filosofia. Ad ogni buon conto, anche come «distruttore» Heidegger è difficilmente comprensibile al di fuori del cristianesimo (e del cattolicesimo): o meglio, va pensato come uno che ha tentato di oltrepassarlo, e che con ciò stesso ne ha riconosciuto il carattere imprescindibile.

L'impegno politico di Heidegger (il Rettorato dell'Università di Friburgo 1933-34) è stata una breve parentesi, sembra però che egli abbia rinnovato la tessera del partito nazista per molti anni. Il rapporto di Heidegger con il nazionalsocialismo è sempre stato discusso: Lei che ne pensa?

La questione è ancora infuocata e vede contrapporsi - agli estremi - coloro che tengono nettamente distinte le responsabilità e anche le fatali connivenze politico-accademiche di Heidegger dalla grandezza incontestabile del suo pensiero, e coloro che al contrario leggono questo pensiero come la coerente espressione della sua fosca opzione politico-ideologica. A me sembra che l'errore più tragico, e la più grande responsabilità, in questo delicato affaire stia tutta la sue pretesa «filosofica»: Heidegger aveva visto nel nazionalsocialismo una sorta di kairos, l'occasione favorevole in cui il popolo tedesco potesse conquistare la sua grandezza «spirituale» perduta nel prevalere della cultura cristiano-borghese. E doveva farlo attraverso la sua più specifica avanguardia, ossia l'università, il luogo in cui la lotta politica coincide con la lotta per il sapere autentico. Ma la tragedia, prima ancora che nelle conseguenze politiche, era già nelle pieghe di questa decisione: voler essere lui, Heidegger, a guidare con la potenza della filosofia la rivoluzione nazionalsocialista: insomma essere il Fuhrer del Fhurer Ma gli stessi ideologi del partito gli sbarrano presto la strada accusandolo addirittura di attrarre con il suo pensiero le menti ebree!

Con quali conseguenze?

Con una conseguenza squisitamente teoretica, e cioè elaborando il lutto di questo suo insuccesso attraverso l'idea che ogni grande filosofia è destinata a fallimento e al naufragio, non perchè i filosofi non siano in grado di capire il significato del mondo, ma perchè questo significato si è ormai congedato definitivamente e «vige» solo nella sua inafferrabile impossibilità.

Dopo Heidegger cambia il modo di concepire l’arte, in particolare la poesia. Perché?

In realtà il genio di Heidegger rispetto a questi fenomeni è stato quello di mettere in luce e di far emergere un fattore, o meglio una dimensione dell’esperienza peculiare che ognuno di noi può fare davanti e attraverso un’opera d’arte: il fatto cioè che in essa «si mette in opera la verità», e quest’ultima a sua volta – come in particolare la parola poetica ci fa scoprire – non è un senso costruito o un messaggio aggiunto rispetto alla materia artistica (che sia un quadro di van Gogh o una verso di Hölderlin), ma è il manifestarsi dell’essere, il suo venire allo scoperto, restando sempre al tempo stesso velato e serbato nel nascondimento. Nel linguaggio infatti è l’essere stesso che appella o reclama l’uomo, provocandolo a una risposta, ma non in senso dialettico, bensì nei termini di un’accoglienza e una custodia di quello stesso nascondimento che nessuna strategia umana potrà mai esaurire. Essa potrà essere dimenticata, certo, ma non per questo annullata.

Di fronte alla tecnica Heidegger sembra assumere una posizione ambigua: da una parte rifiuto, dall’altra abbandono rassegnato. Come stanno le cose?


La meditazione heideggeriana sulla tecnica rispecchia tutta la potente tensione, ma anche la persistente sospensione di Heidegger rispetto al nostro tempo. Questo è il tempo del dominio totalizzante della tecno-scienza, in cui il mondo è costituito come un’immagine forgiata dalla rappresentazione del soggetto conoscente e le cose vengono oggettivate nella loro calcolabilità. Perdendo così quell’originaria vicinanza alle cose che è propria dell’uomo che abita il mondo. Non è più il tempo dell’evento, ma quello della misura. Eppure questo non vuol dire in alcun modo per Heidegger una condanna o una demonizzazione della tecnica, se non altro perché essa costituisce un vero e proprio «destino» dell’essere nella nostra epoca. E tuttavia, proprio lì dove sembrerebbe smarrito e offuscato l’enigma del vero e il mistero dell’essere, proprio lì esso viene custodito e rammemorato. Una mossa geniale, costretta tuttavia a pagare un prezzo troppo alto.

Qual è questo prezzo?

Quello di non pensare più la verità dell’essere come ciò che è stato dimenticato o che si nasconde, ma piuttosto come lo stesso nascondimento, lo stesso oblio. Se pensassimo all’essere come «qualcosa» di nascosto, continueremmo a pensarlo ancora come identico agli enti, alle cose che possiamo afferrare e controllare. Insomma, annulleremmo la «differenza ontologica» dell’essere rispetto all’ente. Ma per poterla salvaguardare non possiamo che pensarla come pura «ritrazione», assoluto «rifiuto». Solo riconoscendo questo rifiuto dell’essere, l’uomo può diventare per Heidegger quello che veramente è: «il pastore dell’essere» o «il luogotenente del nulla». Ma anche qui non possiamo acquietarci con Heidegger.

Ossia?

A me pare che dobbiamo continuare a chiederci se questa sia l’unica possibilità di salvaguardare il mistero dell’essere – pensarlo cioè come un ritrarsi rispetto all’ente – o se non si possa ripensare l’ente come il segno o la traccia dell’essere. Come se ciò che è presente davanti ai nostri occhi e disponibile sotto le nostre mani, si rendesse presente nella sua stessa «presenza». Potremmo dire – anche stavolta grazie ad Heidegger ma anche nonostante lui – che sta qui il compito della metafisica nell’epoca del nichilismo: lì dove della verità dell’essere sembra non rimanere più niente, tutto ridotto alla rete connettiva degli enti, bisogna tornare a interrogare questi ultimi – l’ente che io stesso sono non meno degli enti mondani – per chieder loro di nuovo notizie sull’essere. Ma questo è il punto aperto: siamo ancora capaci di accorgerci di questa presenza? Certo, senza ridurla alle rappresentazioni del soggetto o alla misurazione degli oggetti (questa la critica di Heidegger alla metafisica occidentale), ma senza neanche sospenderla indefinitamente nella suo mero rifiuto. È possibile che questa presenza ci sorprenda ancora? Proviamo a rispondere.

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