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Da Libro bianco.

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Nessuna svolta per Heidegger

UN SAGGIO ELOQUENTE SFATA IL MITO CHE HA NUTRITO LE FAVOLE POSTMODERNE: «HEIDEGGER, L’INTRODUZIONE DEL NAZISMO NELLA FILOSOFIA» DI EMMANUEL FAYE


Il Manifesto, 8 luglio 2012


Maurizio Ferraris

«C’era una svolta». Così per noi, studenti di filosofia negli anni Settanta del secolo scorso, incominciava la favola di Heidegger. Raccontava di un filosofo che dopo essere stato il padre dell’esistenzialismo, a un certo punto, negli anni Trenta o subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, con una svolta (Kehre) speculativa, si sarebbe «posto all’ascolto del linguaggio e dell’essere», avrebbe inventato una nuova ontologia basata sulla passività.

La fiaba racchiudeva, in un involucro mitico, una allusione al rapporto di Heidegger con il nazismo, ma questo lo abbiamo capito solo tempo dopo.

Sulla fine degli anni Ottanta se ne seppe molto di più, in senso non mitico, attraverso due libri, di Victor Farias e di Hugo Ott. Qui si apprendeva che Heidegger non era stato nazista occasionalmente e per ingenuità, durante il breve periodo del rettorato nel 1933, ma era stato precocemente antisemita, e poi organicamente nazista, sino alla fine della guerra, e dopo non aveva mai ammesso le proprie colpe, impegnandosi piuttosto nella stesura di testi di autodifesa che erano stati presi per oro colato dai suoi esegeti. La svolta, in parole povere, veniva a significare: prima una filosofia dell’impegno e dell’urto, della comunità nazionale; poi, dopo la guerra, una filosofia dell’abbandono e della pazienza (Abbandono, uno dei testi chiave della svolta, è stato scritto nel 1944, dopo una conversazione con Ernst Jünger in cui Heidegger capì che la guerra era perduta).

È in questo clima di nuova consapevolezza che, nel 1944, uscì Heidegger e il suo tempo di Rüdiger Safranski, il cui titolo in italiano è anodino, mentre nell’originale tedesco (così come in molte traduzioni in altre lingue) è ben più eloquente, ossia Un maestro tedesco, con riferimento ai versi di Fuga di morte di Paul Celan: «la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro ti colpisce con palla di piombo».

Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia, il monumentale libro di Emmanuel Faye (la cui edizione ampliata risale al 2007, e che viene ora proposta in italiano dall’Asino d’oro con l’eccellente cura e introduzione di Livia Profeti e una ricca prefazione dell’autore per l’edizione italiana, pp. 544 € 30) compie un ulteriore e decisivo passo in avanti per l’uscita dal mito, mostrandoci come Heidegger non solo fosse personalmente e convintamente nazista, ma come tutta la sua filosofia sia radicalmente inseparabile dal nazismo, e abbia realizzato – come una sorta di Lili Marleen speculativa – la singolare operazione di traghettare nella sinistra postmoderna parole d’ordine, termini e concetti che appartenevano alla visione del mondo nazista.

Come si spiega che il massimo successo di quella che un contemporaneo, Lévinas, definiva «la filosofia dell’hitlerismo» abbia avuto luogo a sinistra e non a destra, e dopo la guerra? L’arcano si svela abbastanza facilmente. Da una parte, parlare nel dopoguerra, a destra e in Germania, di autori nazisti come Heidegger, Jünger, Schmitt (e di un loro riferimento comune, Nietzsche) sembrava implausibile, nel momento in cui la cultura tedesca era, comprensibilmente, interessata a voltar pagina. Diversamente andavano le cose in Francia e in Italia, ed è così che si spiega l’edizione di Nietzsche di Colli e Montinari, come pure il rilancio di Heidegger prima in Francia (spesso in funzione anti-sartriana, a partire dalla Lettera sull’umanismo), poi in Italia.

Questo sdoganamento (è il caso di dirlo, visto che comporta un passaggio di frontiere, e poi un ritorno in Germania attraverso la Francia e gli Stati Uniti) suscitava le ironie di un uomo di spirito come Jünger, che osservava di aver trovato tutte le sue opere nella biblioteca di Mitterrand, ma che del resto c’erano già tutte nella biblioteca di Hitler.

Tuttavia, a mio parere, c’è un secondo motivo più determinante.

Nel dopoguerra, è come se la sinistra avesse avocato a sé il monopolio del politico. Politica e sinistra erano coestensive, dunque ogni pensatore del politico, fosse pure il giurista di Hitler, come Schmitt, diventava fruibile a sinistra. E quello che l’analisi di Faye ha il merito di illustrare con chiarezza e profondità è l’intima struttura politica del pensiero di Heidegger, che lo rendeva particolarmente riciclabile in un’epoca iper-politica come il Sessantotto. La storia e la decisione sono l’unica realtà (cosa che era in sintonia con quel funesto antirealista che è stato Hitler, ma anche con quegli antirealisti più benintenzionati che proclamavano la necessità della immaginazione al potere), si tratta di combattere l’oggettività in nome della solidarietà, il freddo intellettualismo in nome del radicamento in una comunità di popolo: «Questo interrogare, attraverso cui il nostro popolo sopporta il proprio essere storico, lo patisce nel pericolo, lo conduce sino alla grandezza del suo compito, questo interrogare è il suo filosofare, la sua filosofia».

Un movimentismo filosofico che appare molto evidente nel seminario del ’34 omesso dalla «Opera completa» (che dunque, osserva giustamente Faye, è tale solo di nome) così come in un seminario su Hegel del medesimo periodo, dove l’intento fondamentale di Heidegger è politicizzare in massimo grado l’argomento, per cui, per illustrare la tesi della identità di razionale e reale, decreta che il Trattato di Versailles non è reale. L’insistenza sulla storicità, intesa come quel divenire che può giustificare qualunque cosa, è la chiave di volta dell'ostruzionismo heideggeriano, che si traduce, in sostanza, in un trionfo della volontà di potenza. Quando i postmoderni hanno sostenuto che qualunque tesi e qualunque verità devono essere indicizzate alla loro epoca lo hanno fatto con intenti emancipativi, ma ripetevano l’argomento di Heidegger in difesa del Führerprinzip.

Desideroso di trasferirsi a Monaco per stare più vicino a Hitler (come si legge nella corrispondenza con la Blochman), forse almeno in una occasione ghost writer del Führer, Heidegger opera una continua trasposizione del presente nell’eterno, del politico nel metafisico, e viceversa.

E il fatto che nella seconda metà degli anni Trenta i riferimenti politici si diradino non va interpretato come una presa di distanza ma, proprio al contrario, come l’ottemperanza a una direttiva dall’alto. Il Ministero, preoccupato di una università in cui la fedeltà politica sembrava contare più del merito e in cui si improvvisavano corsi iper-politici (è per l’appunto il caso del seminario di Heidegger su Hegel, di cui gli studenti si erano lamentati) aveva chiesto argomenti più accademici. Il che non impedì a Heidegger incresciose allusioni. Come quando, commentando Nietzsche nel 1940, Heidegger si infiammò per l’avanzata dei carri armati di Guderian nella Francia arresa che dimostravano l’indigenza metafisica della patria di Cartesio.

O quando, durante l’operazione Barbarossa, l’attacco all’est, scelse di commentare Hölderlin, che racconta il movimento dei tedeschi verso il Danubio e dice che «lo spirito ama la colonia». Ma l’esempio più clamoroso di cortocircuito tra l’eterno e il presente è la circostanza, segnalata da Faye, per cui il tempio greco di cui Heidegger parla in L’origine dell’opera d’arte sembra sia stato, nelle prime versioni pubbliche della conferenza, lo Zeppelinfeld di Norimberga, allestito in stile classicheggiante (si ispirava all’altare di Pergamo) per accogliere il discorso di Hitler, che evidentemente Heidegger identificava con il divino. Il che – sia detto di passaggio – getta una luce inquietante sulla sua dichiarazione del 1966 secondo cui «ormai solo un Dio ci può salvare». La denazificazione di Heidegger ha avuto tante vie. Anzitutto quella storico-grammaticale, per cui a leggerlo bene, a capirlo e a metterlo in contesto, si scioglierebbero tutti gli equivoci. Così François Fédier, che negli Scritti politici di Heidegger postilla la chiusa della allocuzione del 17 maggio 1933 in cui Heidegger scrive: «Alla nostra grande guida, Adolf Hitler, un Sieg Heil tedesco» con parole che sembrano uno scherzo di cattivo gusto: «Ancora oggi l’espressione ‘Ski Heil’ – senza la minima connotazione politica – viene impiegata, tra sciatori, per augurarsi una buona discesa» (p. 329 della traduzione italiana, Casale Monferrato, Piemme 1998). Ma c’è anche stata – e continua a esserci, per strano che possa apparire – una via mistico-allegorica, che traducendo in modo incomprensibile il gergo heideggeriano produce una denazificazione per confusione. Come ad esempio nel caso del brano riportato più sopra, che è stato reso non trent’anni fa, bensì l’anno scorso, come segue: «Questo interrogare, nel quale il nostro popolo aderge il suo geniturale adessere, ossia lo tiene erto per entro la tentazione e fa sì che esso si erga nell’extraneum della nobiltà del suo incarico, questo interrogare è il suo filosofare, la sua filosofia» (Che cos’è la verità? edizione italiana a cura di Carlo Götz, Milano, Christian Marinotti Edizioni, 2011). Con questa ermeneutica anche gli ordini di manovra di un Sonderkommando sul fronte orientale possono essere trasformati in poemi simbolisti o in ricette di cucina.

A rompere le uova nel paniere fu però proprio Heidegger, che – come dimostra Faye con analisi rigorose e pazienti – reinserì brani compromettenti nell’edizione delle sue opere che incominciarono a uscire nel 1975, un anno prima della morte.

Malgrado questo Gianni Vattimo, recensendo il libro di Faye (Tuttolibri, 2/6/2012), sostiene che Heidegger era nazista ma non razzista. Vien quantomeno da chiedersi: ammesso e non concesso che si possa dare il caso di un nazista non razzista, non è già abbastanza grave essere stati nazisti e continuare a esserlo, come riconosce Vattimo quando con approvazione osserva che Heidegger non ha voluto essere un filosofo «democratico» (tra virgolette, ci si chiede perché) e «disciplinatamente atlantico»? A occhio si direbbe che è grave, molto grave. A meno che non ci si ponga sulla stessa lunghezza d’onda di un volume citato da Faye, Revolutionary Saints. Heidegger, National Socialism, and Antinomian Politics di Christopher Rickey (Pennsylvania, UP 2002, in cui si legge: «Per quanto scioccante possa essere questa suggestione per la nostra sensibilità morale, la nostra integrità intellettuale ci obbliga a domandarci se il nazionalsocialismo non rappresenti la risposta autentica alla questione di come dovremmo vivere».


Voci utilizzate nell'articolo

Antisemitismo

Assenza di autocritica

Diniego a Celan

Attendibilità della Gesamtausgabe

Oscurità

Discorsi di Hitler


Metodi applicati

Promozione sul campo

Aggettivo squalificativo

Coincidentia verborum

Acritica delle fonti

Presunzione di connivenza

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