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Da Libro bianco.

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Hannah Arendt ama Martin Heidegger: non può, non deve… ma vuole

Fuori le mura 27 settembre 2010

http://www.fuorilemura.com/2010/09/27/hannah-arendt-ama-martin-heidegger-non-puo-non-deve-ma-vuole/


Erminio Fischetti

Storia di una passione che ancora nessuno ha compreso. Nessuno può. Nessuno deve. In realtà: nessuno vuole. La storia d’amore consumata tra la filosofa e scrittrice ebrea Hannah Arendt e il filosofo tedesco Martin Heidegger, che nel 1933 aderì al nazionalsocialismo stordente di Hitler, ha sempre creato stupore e dissidi nel mondo della cultura e non solo. La scrittrice israeliana Savyon Liebrecht si prende una bella gatta da pelare e cerca di fare un ritratto oggettivo della questione nella pièce teatrale La banalità dell’amore, ora stampata in Italia da edizioni e/o.

Un racconto strutturato in un andirivieni di flashback che affluiscono violentemente nella mente dell’autrice de La banalità del male quando, nel suo appartamento newyorkese, in quel dicembre del 1975 che la portò alla tomba, concesse ad un dottorando dell’università di Gerusalemme un’intervista sulla sua posizione riguardo il processo Eichmann – da lei definito una farsa negli scritti che l’hanno resa celebre al mondo intero.

Un andirivieni spezzato di luoghi e memorie che si consumano furtivi. Quei ricordi, di alcune fasi della sua esistenza, si concentrano in particolare su una giovanissima Hannah che appena diciottenne intraprende una tormentata storia di passione con Heidegger tra le pareti della baita del miglior amico di lei, Raphael Mendelshon, figura immaginaria, ma chiave all’incedere della vicenda narrata dalla Liebrecht. Il titolo di questo lavoro teatrale lascia già capire molto sulla posizione di colei che lo ha portato alla luce. Ritratto minimalista, quasi scheletrico nella sua formulazione sintattica, spogliato delle parole e dei fatti, svelato di elementi storici, concezioni morali. Una spigolosità che prende apparentemente le distanze dagli eventi, così come la sua stessa protagonista, che rivive il suo passato. Come se appartenesse a qualcun’altra, una sconosciuta. Eppure, così vero. Così suo.

Una “colpa”, quella “commessa” dalla Arendt, che indignò la comunità ebraica e la fece sembrare una traditrice ai loro occhi, ma che lei mai negherà. Mai. Nemmeno dopo la Shoah. Nemmeno dopo che il mondo insorse. Dopo le vergognose colpe del nazionalsocialismo. Anzi. Lei continuerà a cercare, a difendere il filosofo della percezione trascendente. Anche quando verrà messo al bando. Quando diventerà un reietto agli occhi di tutti. Quei tutti che lo dimenticheranno in quel lungo processo di sottrazione compiuto nei confronti degli intellettuali dei governi totalitari. Quando tutto doveva essere rinnegato. Salvo poi riabilitarlo. Quando si poteva fare. Con cerchiobottismo, s’intende.

Lei lo cercherà, lo amerà, lo rispetterà anche se in fondo per lui era una fra tante nel corso di un matrimonio teutonico rispettabile a cui lui mai volle rinunciare. Quella stessa Hannah Arendt che ancor prima della nascita dello stato d’Israele non risparmiò il suo dissenso al movimento sionista che si accingeva a dimenticare i diritti delle popolazioni arabe in Palestina. Quella stessa Hannah Arendt che aveva visto la brutalità di Hitler prima ancora che salisse al potere. Quella stessa Hannah Arendt che aveva saputo scorgere la farsa del processo Eichmann. Quella stessa Hannah Arendt diventava sospettosa quando si mescolavano sentimenti e politica. E così fece. Non mescolò mai le due carte. Senza mai annullare se stessa. Scomoda. Testarda. Lungimirante. Hannah Arendt.


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