2091109IRE

Da Libro bianco.

Indice

Caro Martin che rabbia doverle ancora scrivere

Rabbia e amicizia il carteggio inedito tra Jaspers e Heidegger

La Repubblica, 9 novembre 2009


Antonio Gnoli


Martin Heidegger e Karl Jaspers si conoscono nella primavera del 1920 in casa di Edmund Husserl. Possiamo immaginare l'atmosfera che avvolge quell'incontro: i toni sono formali, i pensieri alati. Husserl è un filosofo ormai venerato. Heidegger ha 31 anni e la fama di enfant prodige della filosofia. Jaspers ha 37 anni, proviene da studi di medicina e psichiatria, ma al tempo stesso nutre un grande interesse per il pensiero filosofico. I due sembrano fatti per intendersi. In quel pomeriggio trascorso nel salotto Husserl, Heidegger e Jaspers parlano fittamente. Non hanno occhi per la Germania uscita tragicamente dalla guerra, si disinteressano di politica, della disoccupazione che incombe, del marco che traballa. C'è solo la filosofia ad attrarli e la volontà di poterne fare qualcosa di radicalmente nuovo.

Senza questa premessa difficilmente si capirebbe un carteggio, che tra speranze ed equivoci, delusioni e rabbia, si distenderà per oltre quarant'anni (Lettere 1920-1963, Raffaello Cortina, pagg. 295, euro 33). Si danno del lei e la loro resterà prevalentemente un'amicizia mentale, sublimata in quello spirito accademico che solo due tedeschi nati alla fine dell'Ottocento sanno effondere nelle loro lettere. Jaspers vive e insegna a Heidelberg, Heidegger è a Friburgo. Sono convinti che intorno a loro ci sia il deserto filosofico. Davvero non c'è nessuno - in quella Germania comunque ricca di teste finissime - che regga il confronto? Jaspers, salverebbe Weber e Rathenau. Che a dire il vero non sono proprio dei filosofi. Heidegger tace. Salvo, improvvisamente, prendersela con Husserl, il maestro, al quale riserva un trattamento di rara ferocia. È come un colpo di fucile: «Lei sa di certo», scrive a Jaspers, «che Husserl ha ricevuto una chiamata da Berlino, si comporta peggio di un libero docente che abbia scambiato il proprio posto di ordinario con un certificato valevole per l' eternità... è completamente uscito dai binari. Ammesso che mai vi abbia corso dentro... Va ciondolando da una parte e dall' altra e dice per giunta delle trivialità, e non si può che provarne pena. Vive per la sua missione di "fondatore della fenomenologia" e nessuno sa bene che cosa ciò significhi».

In pubblico il maestro è omaggiato, Heidegger passerà le vacanze nella casa di Husserl in Engandina, gli dedicherà perfino Essere e Tempo, nella prima edizione del 1927 (salvo toglierla alla quinta). Ma nel privato ne demolisce la figura e il magistero. Lo tratta come un ferro vecchio. Lo mette alla berlina. Il cuore selvaggio dell'allievo non ha pietà per il maestro. Jaspers è molto più cauto, se proprio deve prendere a sberle qualcuno, lo fa come reazione a un insulto, a una stroncatura. Per esempio contro Lukács, reo di aver demolito in un colpo solo sia Heidegger che Jaspers. «Conobbi Lukács prima del 1913. La metamorfosi avvenuta in lui è stata uno spettacolo raccapricciante. Dell' uomo spumeggiante, ricco di spirito che era è venuto fuori un desolante burattino meccanico. La sua piattezza è stupefacente».

La lettera è del 1949. Molte cose nel frattempo sono accadute. Heidegger e Jaspers hanno ripreso a scriversi dopo anni di silenzio e di imbarazzo. Di ferite lasciate aperte e mai veramente rimarginate. Ma come si potevano sanare visto l'entusiasmo con cui Heidegger nel 1933 aderisce al nazismo? All'origine del dissidio tra i due vi è il celebre discorso che Heidegger pronuncia nel 1933 per la carica di rettore all'università di Friburgo. In un primo momento Jaspers sembra apprezzarne il tono, la profondità, la densità, anche se qua e là quel discorso gli sembra condizionato dai tempi che si vivono, forzato dalle circostanze e nutrito con certe frasi che risuonano nel vuoto. Ma nella sostanza lo giudica favorevolmente. Salvo ripensarci anni dopo, quando spiega che già nel 1933 non si fida più di Heidegger e vede chiaramente in lui un nemico, lo strumento di una potenza minacciosamente pericolosa e deleteria. Quella potenza è il nazionalsocialismo. Nonostante ciò i due continueranno a scriversi fino al 1936. Poi ci sarà un'interruzione di 12 anni con in mezzo una sola lettera del 1942. Per Heidegger è un periodo terribile, nel quale è in gioco anche la salute mentale. Del resto, già dalla fine 1935 Heidegger sembra aver perso quel furore ideologico che accompagna certi passi del suo Discorso del rettorato. L'ebbrezza allora provata è smaltita. Confessa a Jaspers di vivere in una solitudine pressoché assoluta e di avvertire come una spina il fallimento del rettorato, dal quale si è distaccato rinunciando alla carica. Jaspers risponde con toni cordiali. Nulla farebbe presagire la distanza critica e il giudizio aspro che manifesterà anni dopo. È solo nel 1942 che le cose si chiariscono: «Caro Heidegger, mi trovo in imbarazzo non solo a ringraziarla per il suo saggio su Platone - e per la sua interpretazione di Hölderlin bensì anche a scriverle una risposta al riguardo. Non so nemmeno più esattamente, né chiaramente a chi io stia scrivendo, perché da quasi dieci anni non ci parliamo più».

Continueranno a non parlarsi ancora a lungo. A guerra ormai finita, nel 1948, Jaspers torna a scrivergli. Chiede a Heidegger una spiegazione plausibile della sua adesione al nazismo: «Mi sarei aspettato da parte sua una lettera che potesse spiegarmi l'incomprensibile». Lo incalza: «Non potrò mai dimenticare le sue parole riguardo alla cerchia intellettuale di Max Weber né il suo uso della parola "ebreo" secondo il significato che aveva allora per noi». Heidegger non risponde. È come muto, schiacciato dai provvedimenti che lo hanno privato dell'insegnamento, della casa e della biblioteca (queste ultime due gli verranno in parte restituite grazie all' interessamento dello stesso Jaspers). È in questo clima di assoluta privazione che il silenzio di Heidegger si fa sempre più impenetrabile. Jaspers prova a romperlo nel 1949: «Una volta tra noi c' era qualcosa che ci legava. Non posso credere che sia sparito senza lasciare traccia». Passano alcuni mesi, quando Heidegger spedisce una lettera sibillina che così si conclude: «Non si deve parlare di solitudine. Ma questa resterà la sola località dove il pensare e il poetare secondo le umane capacità restano nei pressi dell'essere». Poi, quasi rendendosi conto che comunque una qualche spiegazione deve fornire all'antico amico, scrive in una successiva lettera: «Se non mi addentro, qui, nelle spiegazioni cui lei allude, questo non significa che io voglia sorvolare su qualcosa. Il mero dare spiegazioni può proseguire all'infinito senza portare da nessuna parte. La discussione sulla sciagura tedesca e sul suo intreccio con la moderna storia mondiale durerà per il resto delle nostre vite... Ho la sensazione di stare ancora crescendo nelle radici, e non più sulla cima dei rami».

Nella sostanza il loro rapporto finisce qui. Sono state due vite separate da un muro invalicabile fatto di riservatezza, reticenza, incomprensione, anche filosofica. Gli antichi entusiasmi lasciano il posto ai dubbi, al punto che Jaspers impietosamente gli scrive: «Continuo a inciampare nelle sue frasi... Certe sue parole cruciali non riesco a comprenderle». È l' oscurità del lessico heideggeriano a irritare e disorientare Jaspers. Come sono lontani i progetti comuni, il fervore e la baldanza teorica degli anni Venti. Ormai l' inverno è sceso nei loro cuori.

Voci utilizzate nell'articolo

Divieto a Husserl

Dedica a Husserl

Entusiasmo

Discorso di rettorato

Salute mentale

Documento Baumgarten

Silenzio di Heidegger

Oscurità


Metodi applicati

Onniscienza biografica


Altri Articoli collegati

Strumenti personali