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Da Libro bianco.

Indice

Quel nazista di Heidegger

Repubblica, 23 novembre 2007


Marco Lombardi


"L'ombra di Heidegger" (Neri Pozza, 184 pagine, 15 euro, tradotto da Lucio Sessa, a cura di Antonio Gnoli e Franco Volpi che ne discutono oggi alle 17, nel Palazzo Cavalcanti in via Toledo 348, con Gennaro Carillo, Roberto Esposito, Mariapaola Fimiani e Vincenzo Vitiello) di José Pablo Feinmann è un romanzo, uscito nel 2006 in Argentina, con un protagonista-imputato ingombrante. Martin Heidegger: il filosofo novecentesco più ammirato e osteggiato, non solo in Germania. Feinmann, classe 1943, è un signore che di giorno insegna Filosofia all'università. La notte vive di cinema, saccheggiando le commedie americane sofisticate, e compone romanzi beffardi, saturi di citazioni, magari ambientati in certe sgangherate Hollywood latinoamericane: per tutti "Cinebrivido", pubblicato in Italia da Marcos y Marcos. "L'ombra di Heidegger" sembra una terapia per la sua schizofrenia professionale. Del caso Heidegger, Feinmann tratta l'aspetto più controverso: l'adesione al nazismo. Faccenda complicata, fonte di numerose polemiche, ben lontane dalla conclusione. Qualcosa di simile, in modo meno esacerbato, l'abbiamo sperimentato da noi, dividendoci sul fascismo di Giovanni Gentile. Siamo a Buenos Aires, nel novembre 1948. Dieter Muller, allievo di Heidegger lì riparato dopo la guerra, siede alla scrivania: i fogli di carta per un' ultima lettera al figlio tengono compagnia a una pistola e a una piccola foto. L'uomo scheletrico catturato nel bianco e nero guarda l'aguzzino, che lo scorta verso la camera a gas. Quel volto ora fissa Muller, chiedendogli conto della follia che, una manciata di anni addietro, si è impadronita della Germania. Prima di spararsi, Muller ricorderà che è diventato un nazista provetto, dopo aver ascoltato il famigerato "Discorso del Rettorato", pronunciato dal suo maestro il 27 maggio 1933 a Friburgo. «Tutto ciò che è grande è nella tempesta»: un passaggio celebre di quel discorso trasformato in slogan delle Sa, la prima milizia nazista, tra i cui ferventi apostoli figura Muller. Bandiere sventolanti e croci uncinate delle Sa sono i metronomi di quel grumo di parole. Quando, il 3 novembre del '33, Heidegger aggiunge che «solo il Fuhrer rappresenta nel presente e nel futuro la realtà tedesca e la sua legge», gli studenti considerano l'avallo a Hitler della più seduttiva tra le loro guide una pura formalità. Sono convinti che il nucleo del nazismo riposa nello scrigno di "Essere e tempo", il capolavoro filosofico di Heidegger. Muller non sa, perciò, darsi pace. Rammenta le affollate riunioni a casa di Hannah (Arendt): l'allieva di Heidegger con gli occhi scuri, scintillanti. Un'estasi di gruppo: si scalano le vette del pensiero, si assegna alla Germania l' ineludibile missione di custodire lo spirito dell'Occidente. Nulla invece, letteralmente nulla, Heidegger dirà a Martin Muller, il figlio di Dieter che andrà trent'anni dopo a trovarlo: per costringerlo a una giustificazione. Consiglio di centellinare certi passaggi di questa parte. Per esempio: il vecchio, muto Heidegger che, seccato e sfingeo, volta le spalle a Martin. Immagine terribile per il silenzio della ragione. L'abusata metafora che, d'altronde, riassume perfettamente un tratto essenziale del secolo appena terminato. Feinmann ricorre alla finzione letteraria, notano Gnoli e Volpi, per le utili libertà che una ricostruzione tradizionale è costretta a negarsi. La scrittura d'invenzione, programmaticamente ambigua, è un trattamento omeopatico per l'ambiguità del caso Heidegger. Le disamine normali fin qui lette puntano sulla condanna scaturita dal dato brutalmente notarile: Heidegger formalmente nazista, ergo ingiustificabile; odiosamente ingiustificabile, per l'aggravante della grandezza speculativa. Oppure sull'assoluzione senza dibattimento: la teoria non deve preoccuparsi di eventuali ricadute politiche; lo strame dei concetti, in buona o in cattiva fede perpetrato, non è affar suo. Altro modo, per tagliare oggi il nodo novecentesco del rapporto inestricabile tra intelligenza e totalitarismi. Tra teoresi e barbarie. Giustapponendo le voci narranti, Feinmann opta per una chiamata di correità che gioca con la dissolvenza dei punti di vista, stilisticamente diversi, ma convergenti. La confessione di Dieter è il protocollo di un'analisi priva di assoluzione. Di una tragedia individuale e collettiva irredimibile; di un'orgia celebrata tra la siderale potenza speculativa e l'immonda pratica politica. Il j'accuse di Martin possiede il ritmo incalzante di un'indagine processuale, di un redde rationem innanzitutto personale. Il vecchio filosofo che gira le spalle alla verità è un'inedita, agghiacciante inquadratura della banalità del male. Benché siano passati trent'anni dalla morte, difficilmente Heidegger sarà schiodato, conclude l'ebreo Feinmann, dalla seggiola che il tribunale della Storia gli ha riservato.



Voci utilizzate nell'articolo

Studenti di Heidegger e il nazismo

Discorso di rettorato

Silenzio di Heidegger


Metodi applicati

Immunitas fictionis


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