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Da Libro bianco.

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L'insostenibile complicità col male

INFLUENZE. IL LIBRO DELL’ARGENTINO JOSÈ PABLO FEINMANN L’ombra di Heidegger racconta il suicidio di un intellettuale filonazista ucciso dai sensi di colpa


Il Riformista, 13 luglio 2007


Livia Profeti


Nel 1948, in Francia «tutti leggevano o cercavano di leggere L’être e le néant. Un libro dettato da Heidegger (…) che - dicevano molti - esprimeva lo spirito della resistenza francese. Quale miracolo aveva prodotto Sartre? Come aveva fatto ad esprimere lo spirito della resistenza francese partendo da un libro scritto da un nazista? ». Così scrive al figlio, poco prima di suicidarsi, Dieter Müller, protagonista del romanzo L’ombra di Heidegger dell’argentino José Pablo Feinmann (Neri Pozza, pp. 181, euro 15). Allievo del filosofo, da questi attirato verso la «scelta autentica» di aderire al nazionalsocialismo, Müller fuggirà in Argentina alla fine della guerra e si toglierà la vita dopo che l’immagine di un deportato sulla soglia della camera a gas gli rivelerà di colpo la propria complicità intellettuale con i crimini inumani del Terzo Reich.

Come si legge nella postfazione di Antonio Gnoli e Franco Volpi, riportata anche su la Repubblica del 4 luglio scorso, da L’ombra di Heidegger emerge un giudizio netto sul filonazismo della filosofia heideggeriana che, lungi dall’essere separata dal coinvolgimento del suo autore nel nazionasocialismo, ne sarebbe al contrario la «condizione e preparazione sistematica». Il romanzo si inserisce quindi nella lunga questione intorno all’adesione del filosofo al regime di Hitler, tornata di recente alla ribalta con il lavoro del francese Emmanuel Faye Heidegger. L’introduction du nazisme dans la philosophie, che ha evidenziato i nessi esistenti anche se sapientemente celati, tra le opere “ufficiali” e gli enunciati nazisti dei corsi universitari e di altri scritti prima inediti.

L’attuale dibattito internazionale è incentrato quindi sul sospetto che l’intera opera heideggeriana sia fondata su presupposti “nazisti”, una questione ancora poco frequentata in Italia salvo che da il Riformista e dalla rivista Left, nonostante o forse proprio a causa del suo elemento perturbante, ovvero la grande influenza di Heidegger sulla cultura di sinistra degli ultimi decenni, riassunta da Feinmann con una sentenza fulminante sugli intellettuali del ’68: «hanno rimpiazzato Marx con Heidegger».

Docente di filosofia e scrittore di successo, l’argentino ha fuso le sue due anime in un romanzo filosofico i cui personaggi usano espressioni come «un SA è un Dasein che accetta il suo essere-per-morte. E questo lo differenzia dagli altri, dagli inautentici, dai mediocri», o anche: «un SS vestito di nero (…) è Mefistofele, lo spirito che tutto nega». Una storia nel cui intreccio sono rappresentati tutti gli enigmi del caso Heidegger, a partire dall’esaltata ambizione di diventare il “Führer filosofico” del regime sino al devastante rapporto con le donne. La postfazione di Gnoli e Volpi rappresenta in parte una novità per i due studiosi che avevano sempre separato gli scritti del filosofo dalle sue vicende politiche mentre ora ammettono una certa «pericolosa ambiguità» del suo pensiero. In tal senso però il loro lavoro non è privo di contraddizioni che sembrano legate all’impostazione più generale del rapporto tra intellettuali e politica, considerato nei termini di «uno di quegli eterni problemi della filosofia che non hanno soluzione, ma solo storia ». Il duo affronta quindi la questione partendo dal presupposto di una separazione radicale tra pensiero - ritenuto «eterno» e dunque di origine sovraumana - e divenire storico in odore di insignificanza. Una strada plurimillenaria senza uscita, per la quale la loro stessa domanda - «come è possibile, oggi, riconciliare filosofia e politica? » - rischia di diventare puramente retorica.

Dopo i fallimenti del ’900, il rapporto tra intellettuali e politica è invece da affrontare con un’impostazione concretamente e saldamente laica che si ponga l’obiettivo reale di superare la scissione tra pensiero e azione, perché parte dalla convinzione che siano entrambi umani. Una direzione di ricerca per la quale proprio il caso di José Pablo Feinmann potrebbe essere paradigmatico. Nato a Buenos Aires nel 1943, il suo interesse per il nazismo si lega anche ai passati anni bui del suo paese, a quel Reich argentino che, «razionale come quello tedesco», era «arrivato ad installare 350 campi di concentramento» e praticava la tortura «come unico mezzo di intelligence »; per questa avevano «stabilito, rigorosi, precise relazioni tra voltaggio e peso corporeo» ed «agli scartati, a quelli che non avevano più niente da farsi strappare, facevano un’iniezione di pentotal, li mettevano su un aereo e li gettavano vivi nel Río de la Plata». Con queste parole terribili l’autore de L’ombra di Heidegger ci dice che, diversamente da ciò che comunemente si pensa, la razionalità non è estranea alla violenza più estrema che annulla l’identità umana. E da filosofo che non ha chiuso le porte alla fantasia, con la sua presa di posizione politica ci suggerisce, al contrario, che la coerenza “etica” tra pensiero e azione passa attraverso quella dimensione irrazionale umana che è anche il fondamento stesso dell’arte.



Voci utilizzate nell'articolo

Studenti di Heidegger e il nazismo

Entusiasmo


Metodi applicati

Aggettivo squalificativo

Acritica delle fonti


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