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Da Libro bianco.

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Sofri, Heidegger e la bella addormentata intellettualità italiana

COMPROMISSIONI. In Francia il dibattito sul pensiero del filosofo è più avanzato


Il Riformista, 14 marzo 2007


Livia Profeti


L’acceso dibattito francese sul nazismo di Heidegger ha recentemente compiuto un ulteriore salto di qualità, con l’articolo di Roger-Pol Droit “Une fascination française”, apparso su Le Monde in occasione della pubblicazione del testo collettivo Heidegger à plus forte raison, curato da François Fédier per rispondere alle tesi di Emmanuel Faye, espresse nel suo eloquente Heidegger. L’introduction du nazisme dans la philosophie. A partire dalla pubblicazione di quest’ultimo, nell’aprile del 2005, in Francia la discussione sull’affaire Heidegger è piuttosto avanzata, perché non concerne più la compromissione politica del filosofo dell’Essere per la morte, data ormai per scontata, bensì quella del suo pensiero. Al centro della riflessione del filosofo-giornalista Droit, una delle firme più prestigiose del quotidiano, c’è un “enigma”: l’incantamento, quasi una malìa, esercitato da Heidegger su tutta la cultura francese, nonostante che «nell’immediato dopoguerra, comunisti come Henri Lefebvre denunciavano il “nazista Heidegger” e cattolici ferventi come Gabriel Marcel lo schernivano». Nel sorprendente ribaltamento avvenuto da lì a pochissimo tempo, Droit rileva il ruolo determinante di Sartre, che ridusse l’impegno hitlerista del filosofo ad una «debolezza di carattere». Un’inversione che ha portato tutta la cultura francese «da Sartre a Derrida passando per Axelos, Levinas, Ricoeur o Lacan», a camminare, negl ultimi sessanta anni, «al passo di Heidegger». L’analisi di questo enigma, conclude Droit, tocca «elementi determinanti dell’identità culturale francese» e forse, aggiunge sorprendentemente, anche del suo «declino».

Considerata l’influenza che gli intellettuali francesi hanno esercitato sulla maggior parte dell’attuale cultura di sinistra, tanto europea quanto americana, la questione acquista un rilievo ancora maggiore, che sarebbe potuto emergere in Italia con largo anticipo, già intorno al 1979-80. Risale infatti a quegli anni il volume Bambino donna e trasformazione dell’uomo nel quale Massimo Fagioli - quale diretta conseguenza delle sue scoperte sulla realtà umana senza coscienza - evidenziò con la sua critica il fondamento nazista del pensiero heideggeriano.

A dispetto della posta in ballo, l’argomento è invece ancora poco frequentato dai nostri media, con qualche eccezione. Agli articoli sul Riformista e Left, si è aggiunto un lungo articolo di Adriano Sofri il cui titolo campeggiava sulla prima pagina di Repubblica del 9 marzo scorso: “Il nazismo di Heidegger e i conti del passato”, sul rapporto tra il filosofo e il poeta suicida Paul Celan. Il prologo al racconto è però una netta presa di posizione contro gli intellettuali che negano o minimizzano il filonazismo di Heidegger, come ad esempio Pierluigi Panza che sul Corriere della sera ne aveva scritto in termini di «presunto». Per l’ex leader di Lotta Continua non possono esserci dubbi: «Heidegger non fu filonazista solo perché fu nazista, con fervida compromissione nel 1932-35, e un’adesione rinnovata fino alla fine», ma anche perché in seguito mantenne sempre sul suo passato un «penoso» silenzio. Oppure anche peggio, come nel caso di quel «E poi, sa, non è ancora detta l’ultima parola», unica enigmatica risposta sussurrata all’orecchio dell’incauto discepolo che gli aveva chiesto di esprimere un giudizio sul Terzo Reich.

L’articolo di Sofri è quindi una positiva novità tra le pagine del quotidiano diretto da Ezio Mauro, con una nota curiosa: la polemica nei confronti di coloro che manifestano «indulgenza» verso il filonazismo heideggeriano non si estende anche agli intellettuali che scrivono sul suo stesso giornale. Come Galimberti, che cita Heidegger per dare consigli sui disagi mentali (12.02.07); o Volpi, il quale, riabilitando lo storico di estrema destra Mircea Elide, lo assimila al filosofo in quanto «genio», la cui biografia «non basta a oscurare la grandezza dell’opera che ha generato» (12.03.07). Oppure il più occasionale Beppe Sebaste, che in un lungo articolo sulla «fecondità e bellezza» dell’incontro tra Heidegger e il soldato alleato Frédéric de Towarnick, cita il filonazismo del primo solo nei termini della «caduta in disgrazia» che questo gli ha comportato (13.08.06).

Confrontata con il dibattito francese, quindi, la situazione italiana sembra avere ancora parecchia strada da fare. C’è solo da augurarsi che l’articolo di Sofri suoni la sveglia a parte della nostra intellettualità, ancora bella addormentata nel bosco della Foresta nera.



Voci utilizzate nell'articolo

Essere per la morte

Fascinazione

Foresta nera


Metodi applicati

Scalare la discesa


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