2061217IAV

Da Libro bianco.

Indice

Edith Stein, il coraggio del pensiero

LA CRITICA AL POTERE: UN MODELLO. Il filosofo americano McIntyre rilegge l’intellettuale tedesca morta ad Auschwitz in contrapposizione a Martin Heidegger, compromesso col nazismo: perché le scelte di vita non vanno scisse dall’elaborazione teoretica


Avvenire, 17 dicembre 2006


Alasdair Macintyre


Può sembrare che i dittatori moderni che prescrivono il conformismo ideologico e puniscono ferocemente il dissenso - quelli dell'Unione sovietica di Stalin, Khrušcëv e Breznev, quelli della Germania nazista o i regimi contemporanei di Cina e Arabia saudita - forniscano esempi ugualmente chiari di conflitto tra potere costituito e filosofia. Ma può essere, ed è stato, obiettato che in realtà esemplificano qualcosa di diverso. Tali regimi, infatti, si considerano minacciati dalla libera ricerca di ogni tipo, e dunque i loro rapporti con la filosofia avranno poco o nulla a che fare con il carattere specifico della ricerca filosofica e riguarderanno piuttosto la natura della vita intellettuale in generale. Quelle tirannie sortiscono l'effetto di incoraggiare in alcuni individui una separazione rigida tra pronunciamenti pubblici, ufficiali, e pensieri privati, in modo che un filosofo, come qualsiasi altro intellettuale, possa mostrare in pubblico quel minimo di deferenza richiesto dallo standard ideologico vigente pur seguendo nelle riflessioni private le linee di un pensiero libero da tale contaminazione ideologica. È sulla base di tale autoimposta compartimentalizzazione che alcuni intellettuali hanno in seguito costruito il racconto delle loro vite durante il periodo nazista in Germania: una cosa era il modo in cui agivano in pubblico, sostengono, altra cosa il modo in cui riflettevano in privato. Proprio quello che è stato rivendicato, da altri, per Martin Heidegger. Una cosa è la storia dello sviluppo filosofico di Heidegger, sostengono questi apologisti, altra cosa la storia del suo impegno e della sua attività politica. In realtà la storia della divisione interna di Heidegger è un mito, che autorizza chi oggi insegna la filosofia di Heidegger ad addomesticarla e renderla innocua, proiettando al tempo stesso su Heidegger il tipo di compartimentalizzazione che essi danno per scontato nelle proprie vite accademiche. Lo stesso Heidegger collaborò generosamente con quanti gettavano le basi di quel mito. Quello di Heidegger è un caso estremo, sia per il grado di coinvolgimento politico sia per la complessità del tentativo messo in atto per sembrare aver preso le distanze da quel coinvolgimento. E in quanto tale solleva il seguente interrogativo: nel periodo della storia tedesca in cui Heidegger crebbe, si formò filosoficamente e divenne il più influente dei filosofi tedeschi del ventesimo secolo, cosa avrebbe significato per un filosofo vivere in maniera completamente diversa, prendere coerentemente sul serio le implicazioni delle proprie ricerche filosofiche sulla propria vita al di fuori della filosofia e le implicazioni delle altre attività sulla propria filosofia? A fornire una risposta è la vita di Edith Stein, una fenomenologa che, a differenza di Heidegger, si avvicinò all'ontologia del tomismo invece di allontanarsene. Tuttavia, non solo la storia dello sviluppo filosofico della Stein, dai primi studi fino al lavoro in cui fu impegnata negli anni da monaca in Carmelo, non può essere narrata in maniera comprensibile se astratta dalla storia complessiva della sua vita, e molte delle cose cruciali della sua vita al di fuori della filosofia possono essere adeguatamente comprese solo alla luce del suo sviluppo filosofico. Ma il fatto è che lei, deliberatamente e intenzionalmente, pose il suo pensiero filosofico in relazione con la pratica della vita quotidiana e fece ricorso alle esperienze affrontate in quella pratica per la formulazione dei problemi e per giungere alle conclusioni filosofiche. Il contrasto tra la sua storia e quella di Heidegger è filosoficamente istruttivo. Naturalmente l'interesse del pensiero filosofico di Edith Stein non si esaurisce nel considerare il rapporto con il resto della sua vita. Poiché le sue ricerche sollevarono domande cruciali - e per le quali non si è ancora trovata risposta esauriente - per quelli che erano o sarebbero diventati movimenti e posizioni filosofiche influenti in Germania e altrove: la fenomenologia di Husserl, le posizioni di Heidegger in Essere e tempo e il tomismo degli anni Venti e Trenta. L'avanzamento filosofico della Stein può essere parzialmente tracciato contrapponendo le conclusioni cui giunse a ogni stadio delle sue ricerche con la conclusione, spesso diversissima, dei contemporanei. Ciò che, in definitiva, emerse dalla sua vita di filosofa fu un progetto incompleto, non solo perché fu assassinata a cinquant'anni ad Auschwitz-Birkenau, ma soprattutto perché ci ha lasciato non tanto una serie di risposte quanto una serie di interrogativi filosofici e teologici. Naturalmente i suoi interrogativi, come tutti gli interrogativi del genere, presuppongono prese di posizione, conclusioni raggiunte. Ma il valore di tali conclusioni consiste nel renderci consapevoli del carattere ineludibile degli interrogativi. (traduzione di Anna Maria Brogi)



Voci utilizzate nell'articolo

Metodi applicati

Presunzione di connivenza


Altri articoli collegati

Strumenti personali