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Da Libro bianco.

Senza Heidegger, in Germania non puoi fare l'insegnante

Filo-nazismo. Per una cattedra bisogna studiare le opere del discusso filosofo


Il Riformista, 14 luglio 2006


Marco Filoni


Sapevamcelo! Ultimamente uno dei temi più discussi e al centro del dibattito culturale dei nostri cugini d'Oltralpe è una vera scoperta nel campo della filosofia. Heidegger era un nazista. Eh sì: proprio una chicca. E poi dicono che la comunità filosofica sia noiosa e manchi di idee nuove. II tutto è stato rilanciato nelle ultime settimane con l'inscrizione, per la prima volta, delle opere del filosofo nel programma di abilitazione all'insegnamento della sessione 2006. Complice il trentennale della scomparsa del tedesco, la questione è diventata subito polemica Hei! ... degger! Così Le Monde. Ma anche un monografico del prestigioso Le Magazine littéraire; fino a un dossier della scorsa settimana su Le Point, nel quale campeggia in copertina un primo piano del filosofo che annuncia «l'affaire Heidegger». La lista è lunga. Ad alimentare questa nuova querelle è il vero e proprio finimondo scoppiato lo scorso autunno e provocato dal volume Heidegger, l’introduction du nazisme dans la philosophie di Emmanuel Faye, mandato in libreria da Albin Michel (e in corso di traduzione qui da noi). La questione Heidegger e il nazismo va avanti «soltanto» da vent'anni. Ma ciò che lascia perplessi, questa volta, sono le reazioni tanto pro quanto contro, che da entrambi i lati appaiono onestamente esagerate. È successo di tutto, fino alle petizioni (firmate da autorevoli esponenti della cultura filosofica francese) contro il libro - e, di conseguenza, anche petizioni (con firme altrettanto autorevoli) contro queste petizioni! Francois Fèdier, uno dei più accaniti difensori del filosofo tedesco, sta preparando un virulento contrattacco presso Gallimard, annunciato con il titolo Heidegger à plus forte raison. Si sa, son cose che possono succedere quando si tocca un «mostro sacro» come Heidegger. Ma veniamo alla questione. Le tesi di Faye sono difficili da riassumere, tante e tanto radicali. Ma, in grosso, ecco di cosa si tratta: utilizzando documenti nuovi e inediti, l'autore mostra fino a che punto il filosofo tedesco si fosse ingaggiato nell'operazione di introdurre i fondamenti nazisti e antisemiti nella sua filosofia e nel suo insegnamento. Posizioni non riconducibili alla semplice ingenuità politica: Faye mette mano a una serie di atti d'accusa, citazioni e testimonianze presentate come inconfutabili. Le conclusioni sono chiare e nette: Heidegger è stato ed è rimasto nazista; ha condotto un'operazione per legittimare una certa apologia dell'hitlerismo (ha anzi contribuito a forgiarla); ha motivato la «selezione razziale» e l'antisemitismo; non ha compreso e ha addirittura negato la specificità della Shoah aprendo così la via al revisionismo e al negazionismo; addirittura è possibile che fra il 1932 e il 1933 abbia redatto alcuni discorsi del Führer. Inoltre ha avuto sin dagli anni venti rapporti con una serie di pensatori razzisti e protonazisti. Quindi il suo pensiero è permeato delle tematiche in questione: la sua filosofia dell'essere indossa le uniformi delle SS e delle SA. E via così di seguito.

Inutile entrare nel merito delle argomentazioni di Faye: che le si possa condividere oppure no, sono serie e documentate. L'autore sa fare il lavoro di storico. Il merito del libro è dunque quello di provare - ma bisogna aggiungere: ancora una volta! - la realtà e lo spessore della compromissione politica di Heidegger. Quelli che invece sono i forti limiti del libro sono le conclusioni: essendo stato nazista, Heidegger non può essere un grande filosofo. Anzi bisogna resistervi, liberarsene, bloccarlo! La sua opera è pericolosa, e bisogna reagire. Testualmente: «II compito della filosofia è contribuire a proteggere l'umanità e allertare gli spiriti per evitare che l'hitlerismo e il nazismo continuino a propagarsi attraverso gli scritti di Heidegger». Chi scrive è un essere umano, e in quanto tale ritiene di appartenere all'umanità. Ora, per quanto mi riguarda, non voglio esser protetto né tantomeno assistito dalla filosofìa - cioè dai filosofi! Per carità: tutti abbiamo già i nostri problemi. Ma se leggiamo - perché, come ricordava spesso Arnaldo Momigliano, a non leggere non succede nulla - leggeremo quasi sempre libri con i quali non siamo d'accordo senza per questo sentire il bisogno di proteggere e assistere l'umanità. Eric Weil, filosofo, ebreo tedesco, scampato ai campi, diceva che il suo più grande maestro «involontario» fu Hitler. E consigliava la lettura del Mein Kampf. Eliminare Heidegger e rimuovere le sue opere dalle biblioteche, come vorrebbero Faye e i suoi difensori, significa portare lo spazio filosofìco in una dimensione moralizzante - francamente irritante e soprattutto inutile.

Secondo questa logica, non dovremmo leggere Machiavelli che ha inorridito i suoi contemporanei (gli ingenui gli ipocriti e poi i gesuiti) svelando la verità della politica senza confonderla con la morale. E nemmeno Hobbes, che può esser visto come il cantore del totalitarismo. Per non parlare di Platone, o del razzismo greco (anti-asiatico quindi anti-persiano e antisemita) presente in Omero e teorizzato da Aristotele. Insomma, che Faye continui a leggere e studiare Heidegger. E se sente questo strano bisogno di contribuire all'educazione degli spiriti, che ci permetta di leggerlo in santa pace. E se poi si vuol scrivere un libro su Heidegger, non necessariamente se non si tratta la questione del nazismo si è revisionisti - e qui purtroppo si son varcate le Alpi: si legga l'intervento di Livia Profeti (Left, n.66) sull'ottimo libro di Antonio Gnoli e Franco Volpi L’ultimo sciamano, da Bompiani. La filosofia non ha bisogno di inquisitori umanistici. Ha bisogno di pensieri, di idee. E in fondo Heidegger, pur essendo stato nazista, qualche idea l'ha avuta.



Voci utilizzate nell'articolo ==

Antisemitismo

Eugenetica

Discorsi di Hitler


Metodi applicaati

Aggettivo squalificativo

Acritica delle fonti

Presunzione di connivenza

Il documento inedito


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