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Da Libro bianco.

Indice

Volpi, Franco (a cura di), Guida a Heidegger.

Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 492, € 24,00, ISBN 88-420-7745-3.


www.recensionifilosofiche.it 12 gennaio 2006


Recensione di Salvatore Stefanelli


Here is the great trouble: the only great thinker in our time is Heidegger” (‘Leo Strauss and the Possibility of Philosophy’ in The Review of Metaphysics, vol.53, 2000). Fra i tanti e variegati giudizi espressi a chiare lettere o tra i denti da tutti coloro che ebbero modo di fare la conoscenza privatamente o pubblicamente del Meister aus Deutschland del XX secolo, ritengo che questo sia il più appropriato nel caratterizzarne il pensiero e la vita. Heidegger non cessa mai di esercitare un fascino ambiguo, oserei dire mefistofelico, perché, da una parte, attrae senza via di scampo, ma, dall’altra, con la sua scrittura filosofica, contrassegnata da una insostenibile gergalità, con l’esasperato domandare filosofante e l’incessante differimento di una risposta (“Heidegger’s passion was asking questions, not providing answers”, R. Safranski, Martin Heidegger: Between Good and Evil, H.U.P., 1999, p.ix) può far scattare una resistenza se non addirittura un rifiuto della sua linea argomentativa.

Perché dunque Strauss considerava essere un grosso guaio il fatto che il solo grande pensatore del ‘900 fosse proprio Heidegger? La risposta è da rinvenire nel fatto che se dovessimo stilare un curriculum del filosofo di Messkirch potremmo riscontrare che in esso, a differenza di quelli di tanti colleghi suoi contemporanei, la componente speculativa si è interconnessa in modo inestricabile, influenzandosi reciprocamente e con esiti ancora oggi tanto discussi, con gli eventi che hanno caratterizzato la vita privata e pubblica del chiarissimo professor Heidegger, magnifico rettore dell’università di Friburgo.

Consideriamo il suo capolavoro Essere e Tempo che ha cambiato il corso della filosofia europea così come in fisica la coeva teoria della relatività ha mutato radicalmente la nostra visione del mondo. In questo testo vi è un netto richiamo all’autenticità, alla risolutezza e alla considerazione degli altri. Dovremmo aspettarci nell’Heidegger uomo pubblico e privato una rispondenza a quanto formulato con maestria dal geniale pensatore. Ma, come è a tutti noto, non fu proprio così e la conclusione inevitabile è che: l’uomo Heidegger fu astioso, ingeneroso, sleale e falso. Mettiamo pure da parte la grossa questione indecidibile: “Quanto Nazionalsocialista?”, è sufficiente considerare alcuni aspetti: la ingenerosità verso quello che lui, di origini cattoliche, definì l’insopportabile “sistema cattolico” che pur gli aveva fornito sovvenzioni per l’istruzione e l’avviamento alla carriera universitaria; il mare di falsità e mezzucci cui dovette ricorrere a partire dall’inizio del tormentato love affair con la brillante allieva ebrea diciottenne Hannah Arendt; la slealtà verso Edmund Husserl che gli fece da maestro e mentore per anni nel mondo accademico, ma che, nel momento della difficoltà per le sue origini ebraiche, fu ripagato in malo modo da Heidegger che non fu capace di conservare nella edizione del 1940 di Essere e Tempo la dedica che egli aveva scritto per Husserl nella prima edizione del 1927.

In definitiva la sconvolgente descrizione fenomenologica dell’esistenza umana riscontrabile in Essere e tempo, il Dasein del filosofo Heidegger si è risolto in un flop una volta considerato nell’uomo Heidegger. Infatti la sua “autenticità” si è risolta in una ulteriore versione della più banale autonomia individuale, la sua “risolutezza” è sfociata in un decidere un bel nulla di particolare, la sua “cura esistenziale” è finita in un mero pensare a se stesso. Ritornando un attimo all’Heidegger zoon politikon attirato nel recinto di Hitler, c’è poco da strapparsi le vesti per svariati motivi sia di natura etnica sia di natura filosofica. Heidegger non tiene in alcun conto la natura e la forma delle cose, comprese quelle umane, e pertanto non ha un’etica o una filosofia politica, non gli interessa riflettere sul meglio per la vita umana e sul modo migliore per conseguirlo nell’ambito di una comunità. La sua scelta politica non fu altro che il necessitato esito del suo elevato pensiero; egli non fece altro che mettere in pratica una raccomandazione insita nella sua filosofia dell’essere: il Dasein autentico deve “scegliere il suo eroe” e il filosofo “si gettò” ai piedi del suo personale Führer, al contempo “gettando” nell’angoscia i suoi ammiratori, tanto che ancora oggi un filosofo come Richard Rorty afferma, cum ira, che “the images of Hitler and Heidegger - two men who played with serpents and daydreamed - blend into each other.” (‘A Master from Germany’ in The New York Times, May 3, 1998) A dimostrazione della ferma convinzione di essere il profeta del terzo Reich c’è il fatto che l’uscita dal recinto nazista non fu trovata da Heidegger sulla via di Damasco ma gli fu indicata perentoriamente dall’entourage hitleriano che lo ritenne inaffidabile non riuscendo a capire dove volesse andare a parare con i suoi discorsi. Buon per lui, perché nel dopoguerra la Commission d'épuration lo classificò come un semplice “compagno di strada” del regime nazista e pertanto lo ritenne non passibile di pena.

Sarebbe da ingenui non essere capaci di ammettere che un uomo possa agire in modi diversi nelle varie svolte della sua vita. Tuttavia nella maggior parte di noi è radicata l’atavica ossessione del buono e del cattivo, del lupo e dell’agnello che è la causa di un gran numero di errori; questi potrebbero essere evitati solo se si considerasse la quotidiana esperienza e si tenesse innanzitutto da conto l’esame di noi stessi. Cosa c’è di più frequente del vedere una stessa persona comportarsi bene in una data circostanza e male in un’altra?

A fronte di un quadro del genere, qualcuno, comunque, potrebbe chiedersi perchè si continui a incrementare la lista della letteratura heideggeriana. Certo si potrebbe anche decidere di ignorare Heidegger ma ci accorgeremmo ben presto di non poterne fare a meno per molto, allo stesso modo come il più esasperato no-global difficilmente può rinunciare a tutto il mondo tecnologico contro cui si agita. Non possiamo fare a meno di questo filosofo che pur non avendoci lasciato una filosofia costruttiva, una visione del mondo o un codice etico, tuttavia mediante il suo modo di intendere la verità come aletheia - disvelamento - ha insegnato a generazioni di filosofi l’arte di ri-pensare le antiche questioni filosofiche in modi decisamente nuovi, facendo scoprire loro quanto siano radicate nella vita pratica le loro ricerche puramente teoriche. A proposito di questo nuovo approccio heideggeriano, Sartre ebbe a dire che ormai era possibile far filosofia su tutto, anche sulle situazioni più ordinarie tanto da parlare di modi di sciare in L’essere e il nulla per illustrare il suo argomento sulle “tecniche” che fondamentalmente determinano l’appropriarsi del mondo.

Nel caso, dunque, decidiate di dover, nonostante tutto, leggere le opere di Heidegger, è disponibile, come appropriato blocco di partenza, nel catalogo Laterza la nuova edizione riveduta e aggiornata della Guida a Heidegger (a cura di Franco Volpi), indispensabile per chi, affidandosi a valenti sherpa, voglia avventurarsi per la prima volta oppure ritentare una marcia di avvicinamento lungo i Wege heideggeriani alla scoperta della “verità pubblica” del filosofo di Todtnauberg. Il volume collettaneo si avvale di contributi qualificati che abbracciano in una serrata analisi e interpretazione il pensiero del filosofo tedesco anche alla luce del completamento della Gesamtausgabe. È da ringraziare il curatore anche per la necessaria Appendice che raccoglie l’elenco dei corsi universitari che furono decisivi nello sviluppo del pensiero di Heidegger; un breve ma essenziale glossario e infine una nutrita bibliografia.

Nel volume, tuttavia, si rileva un’assenza degna di nota, precisamente quella di Baruch Spinoza. È ben strano che Heidegger parli poco o niente del filosofo ebreo olandese tanto da far pensare che per lui si sia verificato un corto circuito lungo il filo storico della sua lettura della metafisica. Di questa assenza prendiamo atto leggendo Costantino Esposito nel suo contributo Il periodo di Marburgo: “Tutto il lavoro accademico di Heidegger a Marburgo consiste in un’appropriazione critico-fenomenologica di alcuni momenti essenziali della storia della filosofia – Aristotele e Kant, anzitutto, assieme a Platone, Tommaso d’Aquino, Suárez, Descartes, Leibniz, Hegel – con cui poter enucleare in maniera sempre più originaria il fenomeno ontologico dell’uomo (esserci)” (p. 120). Ciononostante, Spinoza nella seconda definizione della Parte I dell’Etica parlando dell’ente finito sta pensando in modo profondo la questione del finito, sta pensando proprio a quello che Heidegger in Essere e Tempo chiamerà in-der-Welt-sein. ”Spinoza non ha bisogno di aspettare l’ermeneutica contemporanea per pensare la questione ermeneutica fondamentale (l’essere nel mondo da parte dell’uomo).[..] La abissalità del suo pensiero non ha bisogno dell’ermeneutica di oggi per essere detta” (C. Sini, Archivio Spinoza, Milano, 2005, pp. 182-183). Perché non indagare, rifacendoci all’affermazione di Bergson secondo il quale ogni filosofo ha due filosofie: la sua e quella di Spinoza? Il mutismo di Heidegger non potrebbe significare un accordo impensato con il pensiero spinoziano, il solo che non si lascia incorporare in una storia dell’Essere e che resta come una anomalia selvaggia?



Voci utilizzate nell'articolo

Great trouble

Fascinazione

Oscurità

Ostilità verso Husserl

Dedica a Husserl


Metodi applicaati

Alzata del Genio

Onniscienza teoretica


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