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Da Libro bianco.

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Londra dice sì a Marx Parigi no a Heidegger

Filosofia


Unità, 2 luglio 2005


Bruno Gravagnuolo


Karl Marx superstar, Martin Heidegger nella polvere. Le due «notizie» filosofiche del mese trascorso sono queste. La prima è ormai ben nota a chi bazzica il web i fuori dai confini nazionali, e risale al 5 giugno, Eccola: l’autore del Capitale è in testa con largo margine in una sfida sui grandi filosofi bandita dalla Bbc inglese (ma si vota ancora). E a decretarlo sono stati migliaia di frequentatori del sito www bbc.uk/ radio4. Marx stacca Wittgenstein e Hume con largo margine, lasciando al palo gente come Platone e Kant, Nietzsche, Popper, Mill, Sartre. Ed è la seconda volta in sei anni che il barbone di Treviri si prende la soddisfazione di essere incoronato « massimo pensatore del millennio», visto che già nel 1999 la radio pubblica inglese aveva messo in palio il titolo on line.

E la seconda notizia? Colpisce al cuore Heidegger, o meglio ci riprova, perché anche stavolta la notizia non è poi nuovissima. Ovvero: il pensatore dell’Essere fu talmente intimo col nazismo al punto che potrebbe addirittura aver scritto alcuni discorsi di Hitler nel 1933-1934. E al segno d’aver fatto largo uso di concetti come quelli di «razza ebraica», ebrei come « nemico asiatico», «necessità di purificazione della Germania», «essere per la razza». Le accuse, più forti di quelle già elevate contro Heidegger da Hugo Ott e Viktor Farias, stanno in un libro di Emmanuel Faye, Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia (edito da Albin Michel) che sta già dividendo la cultura francese.

In Italia il libro non è ancora arrivato e c’è da credere che non solleverà tanto scalpore. Al più scalpore filologico, per chi volesse dedicarsi alla disamina dell’attendibilità documentale dei «seminari inediti» risalenti al periodo 1933-37 (appunti? Resoconti di uditori?). Oltre che alla ricognizione degli indizi antisemiti presenti nella produzione heideggeriana anteriore a quegli anni. Che cosa si vuol dire? Nient’altro che questo: la querelle Heidegger/ nazismo è sostanzialmente risolta. Sia dal punto di vista storiografico che «teoretico». E almeno in Italia quel nervo non è poi così scoperto e sensibile, come in Francia e in Germania. Mentre infatti nella cultura francese Heidegger è una sorta di caposaldo identitario ed «esistenziale» della filosofia, almeno dal dopoguerra ad oggi (e in chiave anticartesiana), in Germania la questione interseca direttamente il tema della colpa e delle omissioni tedesche (e Heidegger è un caso emblematico a riguardo). Ebbene, niente di paragonabile da noi, malgrado le assonanze con la vicenda Gentile. In Italia per fortuna è possibile ancora distinguere tra nuclei filosofici genuini e compromissioni politiche, senza la necessità di dover sposare per intero un pensiero oppure di doverlo buttare perché inquinato. E senza rimozione di aspetti ignobili ed equivoci, della vita e delle idee dei pensatori compromessi. Nel merito: Heidegger aderì a modo suo al nazismo. Con tutta evidenza nel 1933, al tempo del rettorato a Friburgo e anche a partire dal 1928, prima del rettorato. «A modo suo» significa che egli vedeva nel nazismo un movimento antinichilista e anticapitalista (romantico) da cavalcare e indirizzare: a) verso la rinascita della nazione tedesca b) verso la custodia e il governo della Tecnica moderna c) verso la tutela del rapporto millenario con l’Essere, al fine di non smarrire il filo con la percezione greca dell’Originario. E tuttavia, dalla seconda metà degli anni 30, consumata l’impossibilità di un legame organico con la politica dopo le dimissioni da rettore, Heidegger rovescia la sua prospettiva. E, passando attraverso Nietzsche e Juenger, giunge a ravvisare nel nazismo una delle forme epocali della macchinazione totale e dell’imperialismo della tecnica. Talché «Razza», «regime», «mobilitazione totale» e «guerra» diventano il segno del trionfo nichilistico della Potenza che annienta l’Essere divinizzando l’ente, tramite la sua continua e folle manipolazione. Insomma, Heidegger nazista teoreticamente pentito, benché reticente e incapace di autocritica esistenziale. Chiaro che a questo punto anche le accuse di Faye, diventano una nota a piè pagina di tutto l’affaire, al più la spia di un percorso abbastanza chiaro.

E Marx? Beh, finalmente un po’ di soddisfazione postuma per lui, dopo la damnatio del post- 89. Previde la globalizzazione, scoprì l’anatomia del Capitale e resta una chiave imprescindibile delle scienze sociali. A proposito: torna nei tascabili Newton Il Capitale a cura di Eugenio Sbardella e tradotto da Ruth Meyer («I Mammut», pp 1428, euro 14,90). Mammut tascabile. Ma vivo e vegeto.



Voci utilizzate nell'articolo

Discorsi di Hitler

Reticenza

Seminari inediti

Assenza di autocritica

Guidare il Führer


Metodi applicati

Simulazione di equidistanza


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