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Da Libro bianco.

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Heidegger e Arendt: il "nazismo" del re nudo

Avvenire, 27 ottobre 2001


Gianni Santamaria

(Recensione del libro Sante Maletta, Hannah Arendt e Martin Heidegger. L'esistenza in giudizio, Jaca Book)

Forse solo la relazione tra Abelardo ed Eloisa ha fatto versare più inchiostro della storia d'amore tra Martin Heidegger e l'allieva Hannah Arendt. Il rapporto tra il professore e l'allieva, dopo essere stato sviscerato non solo dal punto di vista filosofico e biografico (due anni fa è apparso in Germania l'epistolario tra i due) ma anche romanzato, viene ora inquadrato da un giovane studioso italiano, Sante Maletta. Se all'incontro tra i due - il docente 35enne e l'allieva di diciassette anni più giovane - fece seguito una storia clandestina durata diversi anni, le strade dei due si separarono in seguito bruscamente, sia nella vita che nella teoria. Sempre con oscillazioni: la Arendt rigettò la filosofia heideggeriana nel 1946, ma nel 1969 per gli ottant'anni dell'antico amante lo celebrò come "maestro del pensiero". Maletta sostiene che frattura vera e propria non c'è stata, che la "Arendt trae, più o meno consapevolmente, dalla frequentazione di Heidegger e delle sue opere alcuni di quegli "antidoti" che essa poi sviluppa in maniera personalissima". Soprattutto offrendo all'analisi sul totalitarismo - condotta dalla Arendt, ebrea, nell'esilio americano - il sostrato della propria riflessione sullo sradicamento dell'uomo moderno. In realtà l'intreccio umano e di pensiero tra i due conosce tanti momenti. L'adesione del filosofo al regime hitleriano sarà il tormento, non solo esistenziale, della Arendt. Già nel 1954 la donna rivaluta, però, il filosofo del "Dasein" e dell'esistenza "gettata". In seguito viene il "caso Eichmann" (il nazista catturato dagli israeliani in America Latina e giustiziato a Gerusalemme nel 1961), che la Arendt seguì, scrivendo il celebre libro sulla banalità del male e riflettendo sulla "carenza di giudizio" (di Eichmann ma anche di Heidegger) davanti al totalitarismo. Quel giudizio - analizzato filosoficamente come accoglienza della realtà che porta a compimento l'essere - che dà il titolo al volume. Solo dopo il 1969, scrive Maletta, "Arendt tematizza la questione del rapporto pensiero/realtà attraverso la sua interpretazione dell'adesione di Heidegger al nazismo. Ella inserisce l'errore heideggeriano in una tendenza intrinseca a ogni filosofo in quanto tale: voler "giocare la parte del re nel mondo della politica"". Una contestazione che coinvolge, al di là delle vicende vissute sulla propria pelle, anche il pensiero politico platonico sulla tirannia. La diversità delle scelte esistenziali per l'autore diviene, dunque, "un esempio illuminante di come si possa rispondere alle sollecitazioni epocali con modalità che, a volte possono essere contrastanti, pur partendo da un'affine impostazione filosofica ».


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