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Da Libro bianco.

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Cattivi maestri, vi disprezzo

Polemiche - Enzo Bettiza giudica il Novecento

Marx, Freud, Heidegger? Meglio non prenderli sul serio. Pasolini e Fellini? Pessimi e noiosissimi. Un libro passa in rassegna le malattie culturali del secolo.


Panorama, 22 marzo 2001


Enzo Chessa


Testimone disincantato. Enzo Bettiza, 73 anni.

Avrebbe potuto essere austriaco oppure slavo, invece che italiano, il dalmata Enzo Bettiza. Bambino ha cominciato a parlare senza distinguere il serbo e l'italiano. Poi è cresciuto con il tedesco, come d'obbligo per il rampollo di una delle più rinomate famiglie dell'Adriatico orientale. Di quel tempo antico gli è rimasto un sentimento di nostalgia per l'impero austroungarico, ricordato come un atto mancato della storia d'Europa. Figlio di una patria che non c'è più, come la Galizia di Joseph Roth o la Bucovina di Gregor von Rezzori, al destino di esule anagrafico Bettiza ha aggiunto una vita da straniero di professione: giornalista, memorialista, saggista, storico e soprattutto autore di due romanzi cruciali, Il fantasma di Trieste e I fantasmi di Mosca.

Un ruolo difficile e scomodo, il testimone del proprio tempo «per conto terzi», che Bettiza ha deciso per una volta di abbandonare. Nel suo nuovo libro, Arrembaggi e pensieri (un'intervista lunga 260 pagine che sarà in libreria, per la Rizzoli, la prossima settimana), ha deciso di passare dalla parte del protagonista, raccontando il romanzo della sua vita a un giornalista del Corriere, Dario Fertilio, dalmata anche lui. Si va dalla memoria delle lunghe malattie che gli consentirono, bambino, di leggere Tolstoj e Dostoevskij, fino alle malattie che hanno minato per sempre le coscienze del nostro tempo, comunismo e nazismo, tabe totalitaria del Novecento.

Come è potuto accadere? La risposta di Bettiza è tessuta come un arabesco, alla ricerca di una spiegazione che, se cerca di assolvere la storia, condanna invece la cultura. «Tipico esempio di un maestro storico, se non cattivo almeno ambiguo, anzi ambiguissimo e geniale, è stato Jean-Jacques Rousseau»: la figura del cattivo maestro è centrale nel racconto di Bettiza. Una condanna inflessibile, perciò, colpisce Karl Marx, tutti i suoi predecessori (da Platone a Tommaso Moro) nonché la totalità dei suoi seguaci (da Lenin a Gramsci): «Non solo nulla di ciò che ha profetizzato si è realizzato, ma peggio ancora si è rovesciato nel contrario».

Fra i filosofi dell'ambiguità e del falso ideologico troviamo in prima fila Jean-Paul Sartre e György Lukács. Dall'altra parte, a destra, compare un protagonista del pensiero filosofico del Novecento, Martin Heidegger, «massimo imbroglione». Nella rappresentazione del male culturale Bettiza lascia aperti degli spiragli. Sarebbe bastato considerare il teorico del Capitale un fantasioso letterato per vanificare la portata devastante delle sue teorie. Così come Sigmund Freud, «dubbio come medico dell'anima, interessante come narratore dell'anima», anche Heidegger forse era solo un opportunistico compagno di strada del nazionalsocialismo.

Senza alcuna possibilità di scampo, invece, l'anatema di Bettiza colpisce i cattivi maestri all'italiana, personificazione del tratto più spregevole del carattere nazionale: la mistificazione agiografica, autoconsolatoria. «Prendiamo il caso di Pasolini: pessimo scrittore, regista incapace e noioso, sciacallo notturno di ragazzi di vita. Se ne è fatto quasi un santo oltre che un genio. Prendiamo il caso Fellini, regista presuntuoso e noiosissimo. Anche lui beatificato, biografato, santificato. Prendiamo nel grande giornalismo il caso Ottone. Piero Ottone fu un tipico scopritore di ombrelli».

Nel caso di Guido Piovene, invece, l'anatema morale si capovolge in un osanna intellettuale: «Egli era al tempo stesso pusillanime d'animo e orgoglioso di mente, indubbiamente difettava di coraggio civile, il suo talento straordinario non era sostenuto da una robusta spina dorsale etica. (...) Egli era capace di saltare anche non richiesto sul carro dei vincitori. Altresì era capace di sganciarsi quasi per dispetto dai carri egemonici quando uno meno se lo aspettava».



Voci utilizzate nell'articolo

Opportunismo


Metodi applicati

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