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Da Libro bianco.

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Heidegger, tra inazione e controrivoluzione

Unità, 4 gennaio 1999


Bruno Gravagnuolo


L’adesione di Martin Heidegger al nazismo nel 1933 è stato a lungo motivo di scandalo e di polemica. E lo è ancora. Basti pensare, in tempi recenti,alla famosa requisitoria di Victor Farias, alle accuse di Habermas, o alla controreplica di Ernst Nolte, ex allievo del filosofo di Messkirch. Il problema è reale, perché quell’adesione vi fu. E ad aggravare le cose sopraggiunse anche l’ambiguità di Heidegger nel fare i conti apertamente col proprio passato. Cosa che non avvenne mai del tutto con chiarezza. Eppure, ci si potrebbe chiedere: perché molti dei suoi allievi ebrei non smisero di ammirarlo?

La raccolta Donzelli «Su Heidegger » curata da Franco Volpi, studioso e traduttore di Heidegger, ci mette di fronte alla questione, anche se il contenuto dei saggi qui assemblati non verte esclusivamente sudi essa. I cinque autori trascelti da Volpi sono Günther Anders, Hannah Arendt, Hans Jonas, Karl Löwith e Leo Strauss. Tutti ebrei, in qualche modo heideggeriani e suoi uditori o allievi. Con l’eccezione di Anders, già consorte della Arendt (che fu a sua volta sentimentalmente legata ad Heidegger) e molto tagliente verso le idee del filosofo. Intanto in questi saggi nessuno accusa il maestro di antisemitismo, per quanto ad esempio Strauss non manchi di ricordare certe atmosfere nazionalsocialiste e decisioniste che affiorano in «Essere e tempo» («relazione di temperamento», scrive Strauss), oltre che nel famoso discorso rettorale del 1933. Ma ciò per Strauss non intacca la grandezza del filosofo, un’aquila a confronto dei grandi del suo tempo, da Weber ad Husserl. Addirittura Strauss, pur non lesinando osservazioni sull’incerto nesso tra «esistenzialismo» e «ontologia», giunge a paragonare l’Essere di Hedegger al Dio biblico e all’«impersonalità delle idee platoniche».

Arendt e Löwith, in occasione del ottantesimo genetliaco heideggeriano, esaltano il filosofo come autore di una vera rivoluzione. La prima parla di un pensiero che giunge di continuo «nella vicinanza di ciò che è lontano». Che soggiorna nella «rivelatività» indiretta delle cose, e che coinvolge «prassi» e «destino umano», oltre l’oscuramento tecnico e metafisico dell’occidente. Errò il filosofo sostiene Arendt - quando volle «prendere dimora nella storia», sperimentando così col nazismo il destino stesso della «volontà di potenza» planetaria. Löwith invece glissa sul nazismo, e dirige la sua critica contro quel tanto di «logocentrismo» che ancora sopravvive nell’«analitica esistenziale» heideggeriana, non del tutto aperta e disponibile verso la «phisis» e il «kosmos» greci, i quali non si lasciavano richiudere nelle maglie dell’Essere di Heidegger. Durissimo, lo si è detto, Günthers Stein Anders: una filosofia, quella di Heidegger, che ha un povero concetto, «artigianale», della tecnica. Un esistenzialismo esangue, astratto e irresponsabile. Che alla fine si compromette «nichlisticamente» con la storia del suo tempo. Il saggio di Jonas fa storia a sé. Il maestro della bioetica, riflette infatti sull’orizzonte dell’universalità del linguaggio tra gli umani. Contesta la «storicità a tutti i costi», come criterio dominante occidentale a scapito della sensibilità orientale. E si sofferma sulla critica del progresso, nonché sul legame tra biologia e cultura, sotteso ad ogni civiltà.Tutti temi intrisi di heideggerismo, che Jonas inserisce nella sua attualizzazione «neognostica» di Heidegger: ripensare il «divino», dunque l’etica, in una chiave planetaria. Nell’era della tecnica.

D’accordo,ma se l’ateo Heidegger amato dagli ebrei, influenzò persino i maestri di morale, e i teologi cattolici e protestanti, come mai poi si piegò a quel compromesso col nazismo che tanto gli fu rimproverato? Qualche risposta c’è, nella filigrana dei saggi che abbiamo visto. Ma il problema non si lascia accantonare facilmente. Forse il nocciolo sta in questo. Sta nell’illusione heideggeriana di salvare l’intera tradizione occidentale – e quindi la possibilità di un suo capovolgimento radicale - all’ombra della rivoluzione conservatrice. E dunque all’ombra del nazionalsocialismo. Quel regime, per Heidegger, sembrava poter presevare l’eredità dell’Essere dentro la «dannazione della tecnica», vista all’opposto come vincente nel quadro dell’alleanza comunista-capitalista. E poi in Heidegger giocava un forte ruolo l’«anticapitalismo romantico». Capace per lui di ammansire gli spiriti animali esaltati da Jünger, cantore della tecnica. E così, paradossalmente,una «filosofia dell’inazione», «negativa» come la sua, finì alleata con il più tragico dei «Trionfi della Volontà».



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