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Da Libro bianco.

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Heidegger: credere in Hitler, non una colpa ma un errore

Corriere della Sera, 22 agosto 1998


Emanuele Severino


Dopo il profluvio di scritti che hanno accusato Heidegger di essere stato nazista o che lo hanno difeso da questa accusa infamante, la pubblicazione degli «Scritti Politici» del filosofo, a cura di François Fédier - ora tradotti con un'intensa «presentazione» di Gino Zaccaria - consentono di avere le idee chiare e di concludere, con Fédier, che Heidegger ha sì creduto che il nazionalsocialismo fosse una «terza via», diversa sia dal capitalismo, sia dal bolscevismo, e capace di risollevare una Germania umiliata e soffocata dal trattato di Versailles e dalla crisi economica del '29. Ma mostrano anche che questa sua opinione fu condivisa da tanti altri insospettabili ed eminenti personaggi - tra cui esponenti della Chiesa cattolica e protestante e della stessa comunità ebraica - e non solo dall'opinione pubblica tedesca, ma perfino dalla stessa classe operaia, che all'inizio diedero in modo massiccio il proprio consenso a Hitler e riposero in lui le loro speranze. Un tragico errore, ma non una colpa. Certo, emerge che la capacità mistificatoria di Hitler fu superiore alle capacità di previsione del filosofo. Ma perché meravigliarsene, se proprio in quei tempi Churchill dichiarava di non potere escludere che Hitler «avesse occupato il suo posto nella storia come l'uomo capace di restituire l'onore e lo spirito di pace alla grande nazione tedesca e di ricondurla - serena, fiduciosa e forte - in prima linea nella famiglia delle nazioni d'Europa»? e d'altra parte, Heidegger non aveva forse detto nel «Discorso di rettorato» (1933) che il vero modo di guidare (Führung) richiede che a chi obbedisce «non sia mai rifiutato il libero uso della sua forza», ossia qualcosa che «comporta in sé la resistenza e il contrasto»? Tutto a posto, dunque. Il filosofo è restituito alla sua innocenza. Eppure... Eppure queste operazioni di «giustizia» distraggono dal problema decisivo: se alla radice del modo di pensare della nostra civiltà (e quindi anche nell'«innocenza» umana) non si annidi una violenza immane, ben superiore a quelle, terribili, che abbiamo sperimentato nella nostra storia e che da essa scaturiscono: la violenza che non vien meno per il fatto che il nazismo e il bolscevismo siano andati distrutti.



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