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Da Libro bianco.

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Tentata apologia di Heidegger

Pubblicandone gli “Scritti politici” François Fédier, cerca di confutare l’accusa di adesione al nazismo: con serietà, ma senza riuscirci


Liberazione, 11 luglio 1998


Francesco Germinario


Non è solo la storiografia l'unica disciplina cui riesce difficile fare passare il passato. Anche nel campo della filosofia, nel secondo dopoguerra si e discusso a più riprese se e in che modo sia possibile parlare di un'adesione al regime nazista, sia pure limitata nel tempo (più o meno al 1934), del grande filosofo tedesco Martin Heidegger. Alla fine degli anni Ottanta, il dibattito su questo problema si è arroventato in seguito alla pubblicazione di un saggio di un filosofo cileno, Victor Farias su Heidegger e il nazismo - subito tradotto in italiano dalla Bollati Boringhieri -, a metà fra la biografia e analisi filosofica. Sui risultati cui era giunto Farias nel suo libro - una dimostrazione del carattere autoritario e antisemita della filosofia di Heidegger - i filosofi francesi e tedeschi si divisero in pro e contro Heidegger. Anche in Italia il dibattito fu molto vivace, con interventi su quotidiani e periodici d'informazione di specialisti come Vattimo, Franco Volpi e altri.

E' di alcune settimane fa la traduzione italiana di una raccolta di Scritti politici (1933-1966) di Martin Heidegger (Edizioni Piemme, pagine 412. lire 40 mila), già apparsa in Francia qualche anno fa per le prestigiose edizioni di Gallimar a cura di François Fédier, uno dei maggiori conoscitori del pensiero heideggerinano, e curata da Gino Zasccaria. La raccolta ha una pretesa di organicità più che di completezza, comprendendo, accanto al Discorso di rettorato, brevi scritti del filosofo tedesco - fra i quali alcuni pubblicati nella rivista degli studenti dell'Università di Friburgo -, la lettera al rettorato del 4 novembre 1945, in cui Heidegger si difendeva dall'accusa di avere appoggiato i nazisti, nonché altri testi a propria discolpa scritti nel dopoguerra. La raccolta contiene anche il testo della famosa intervista al filosofo tedesco pubblicata dal settimanale Spiegel nel 1976, una delle ultime occasioni - se non l'ultima - in cui il filosofo tedesco chiariva le proprie posizioni politiche all'epoca del nazismo. A quest'interessante ma internamente un po' squilibrata parte antologica, è da aggiungere una Presentazione di Zaccaria, una lunghissima "Prefazione" di Fédier, estesa più di cento pagine - un vero e proprio volume nel volume, è il caso di dire - nonché una "Postfazione" non compresa nell'edizione francese degli scritti di Heidegger, in cui Fédier replica ad alcune critiche sollevate in Francia in seguito alla pubblicazione del volume. Il principale ma, come si dirà, non unico capo d'accusa nei confronti di Heidegger concerne il suo famoso Discorso di rettorato, tenuto il 7 maggio 1933, in cui il filosofo tedesco lasciava trasparire l'esplicita adesione a favore dell'avvenuta ascesa di Hitler al cancellierato. Nella carica di rettore Heidegger sarebbe rimasto poco più di dieci mesi, fino al febbraio 1934, il tempo necessario ad entrare in conflitto con le autorità naziste - stando a quanto sostenuto da lui stesso e da Fédier - ma di scrivere un appello elettorale - in occasione del referendum del novembre 1933 in cui Hitler decideva di uscire dalla Società delle nazioni - dove sosteneva che «il popolo tedesco è chiamato dal Fürher a votare. Ma al popolo il Fürher non chiede nulla. Egli piuttosto gli offre la possibilità più immediata della più libera e alta decisione».

Tra gli altri capi d'accusa, però di carattere biografico, più che filosofico, ad Heidegger è stato sempre rinfacciato di avere interrotto i rapporti col suo vecchio maestro Edmund Husserl, colpevole agli occhi dei nuovi padroni della Germania di avere sposato un'ebrea tedesca. L'obiettivo polemico di Fédier è Farias, e in genere tutti quegli studiosi convinti di una certa vicinanza di Heidegger al regime nazista. Per Fédier, lo studioso cileno è poco più di un ciarlatano, ovvero un confusionario, avendo Farias scritto pagine contro Heidegger che hanno «pesantemente attentato sia al metodo che alla verità storica». Fédier sviluppa la linea di difesa di Heidegger utilizzando due strategie. La prima è quella della notte in cui tutte le vacche diventano nere. Scrivendo in una nazione, la Francia, dove per decenni non pochi intellettuali avevano militato nel partito comunista oppure ne erano stati dei "compagni di strada", Fédier rileva come quella di Heidegger non sia stata una colpa isolata: tanti altri intellettuali, storici, filosofi, politologi, economisti hanno appoggiato il comunismo. Insomma, se il beneficio dell'attenuante è valso per costoro, i quali certamente, scrive Fédier, «si sono impegnati per la speranza, non per il Gulag», non si vede perché non debba valere per l'Heidegger della primavera del 1933. Essendo comunque un intellettuale di talento, Fédier è consapevole che la percezione sociale del comunismo è diversa da quella del nazismo - perché l'adesione al primo è da considerarsi «un impegno non macchiato da volontà criminale, dal momento che esso include la possibilità della "giusta lotta" (cioè per l'eguaglianza tra gli individui ndr)» (p. 372) - e non esita a riconoscere che, per quanto la cultura liberale di fine secolo si possa esercitare nei paragoni e nelle identificazioni, esiste una evidente disimmetria tra nazismo e comunismo. «A differenza dell'impegno filo-comunista - sostiene Fèdier – (...) quello filonazista è inseparabile da una tensione in se stessa fanatica». La seconda linea strategica consiste nel rivendicare ad Heidegger l'impossibilità di sapere in anticipo, nel 1933, quando la dittatura di Hitler muoveva appena i primi passi ed era ancora lontana dalla stabilizzazione politica, ciò che invece il nazismo avrebbe rivelato negli anni successivi. In fondo, prima del 1929 Heidegger non si era mai interessato a fondo di politica; tra il 1930 e il 1933, quando il movimento nazista crebbe impetuosamente, il filosofo tedesco mostrò qualche simpatia, mai pubblicizzata, per alcuni settori del movimento nazista, quella che Fédier chiama «l'ala "movimentista" del socialismo nazionale». Precisiamo che Fédier usa il concetto di "socialismo nazionale" al posto di "nazismo", perché nel 1933 era diffusa l'opinione, anche fuori dalla Germania, che quella di Hitler fosse una dittatura a forti contenuti sociali. Del resto, ad avviso di Fédier, anche per il concetto di "nazionalsocialismo" è da distinguere ciò che si intendeva nel 1933 da ciò che si è inteso, poi, durante e dopo la guerra.

Tutte queste precauzioni concettuali, linguistiche e filologiche servono a Fédier per dimostrare che in fondo Heidegger aveva appoggiato un nazismo... che non si era ancora rivelato nazismo, cadendo nell'identico errore di sottovalutazione o di errata valutazione in cui incorsero, per riprendere quanto scrive Fédier, alcuni importanti rabbini tedeschi, pronti a rilasciare dichiarazioni nazionalistiche di sostegno ad Hitler, a patto che rinunciasse al suo antisemitismo; per non dire di un politico francese, futura vittima dei nazisti, Victor Basch, non solo di sinistra ma anche ebreo e per di più formatosi negli anni dell'affaire Dreyfus, il quale ancora nel 1938 mostrava illusioni su Hitler.

Qualche argomentazione di Fédier potrebbe anche essere condivisibile, non v'è dubbio, ad esempio, che ben pochi nel 1933 potevano prevedere gli sviluppi della politica nazista, anche a sinistra dove si era convinti che Hitler sarebbe durato poco. Ciò che francamente ci pare discutibile è intanto il tono accesamente difensivo del suo lungo saggio. Fédier accetta senza discutere e problematizzare tutto quanto Heidegger avrebbe scritto dopo il 1945 a propria discolpa. Così, ad esempio, se il maestro tedesco scrive alla Commissione politica di epurazione nel 1945 che si era iscritto al partito nazista per «avviare all'interno e in riferimento ad esso, un genuino rinnovamento spirituale» (p. 231, corsivo nel testo), lo studioso francese sostiene che l'iscrizione al partito avrebbe consentito al rettore dell'università di Friburgo di «fronteggiare eventualmente i (...) militanti più esagitati» (p. 108), impegnati nella propaganda antisemita negli ambienti studenteschi. E siccome ad un buon avvocato difensore non conviene mai evitare la discussione delle prove d'accusa schiaccianti, Fédier si rivela un pessimo avvocato, lasciando di stucco la curiosità del lettore di sapere perché uno dei più grandi pensatori del nostro secolo dal 1945 si sia sempre rifiutato di discutere la questione della Shoah, quasi che il problema non lo riguardasse almeno in quanto intellettuale tedesco o che non avesse alcune attinenza con la vita degli uomini del nostro secolo.

Fédier, inoltre, si dice convinto dell'impossibilità di collocare Heidegger nell'ambiente culturale della Konservative Revolution, quella cultura profondamente antidemocratica e pessimistica sviluppatasi nella Germania di Weimar. «Heidegger - scrive con convinzione Fédier - non può essere annoverato tra i sostenitori della "rivoluzione conservativa" non c'è la minima intenzione conservativa nel suo pensiero» (p. 72, corsivo nel testo).

Anche qui, francamente, ci pare che Fédier voglia difendere l'indefinibile, negando anche l'evidenza, ossia, per rimanere a un dato biografico e filosofico al tempo stesso, l'influenza esercitata dalle opere di alcuni dei maggiori esponenti di quella cultura, come Ernst Jünger e Carl Schmitt, sul filosofo tedesco.

E poi: è possibile comprendere il pensiero di Heidegger senza riferirci alle suggestioni e agli umori provenienti dalla cultura della Konservative Revolution? Non è certo per un eccesso di critica che rileviamo che Fédier e il curatore italiano fingono di non sapere che questi problemi erano stati ampiamente problematizzati nel volume di Losurdo La Comunità, la morte, l'Occidente, uscito nel 1991 - forse il più brillante saggio su certa cultura della destra del novecento - anche se l'indubbia competenza scientifica del curatore italiano (lo diciamo veramente senza alcuna ironia) è così solida da segnalare al lettore una bruttissima traduzione italiana del noto saggio di Armin Molher sulla cultura weimariana uscita qualche anno fa per una casa editrice di destra.

In fondo, i toni difensivi di Zaccaria e Fédier sono la riprova che nel caso di Heidegger il dibattito è ancora aperto e che il passato è ben lungi dall'essere passato.



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