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Da Libro bianco.

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Avanti, sdoganiamo i grandi pensatori

Revisioni: Scritti politici di Martin Heidegger

Nazista e antisemita. Ma anche uno dei più originali teorici del '900. Ora si rilegge il suo pensiero politico. Per assolverlo


Il Mondo, 12 giugno 1998


Enrico Cattaneo


E’ uno dei più grandi pensatori del Novecento. E anche uno dei protagonisti della corrente filosofica dell'esistenzialismo. Ma è passato alla storia oltre che per le sue teorie sull'essere, il tempo e la storia, anche per la discussa adesione al nazismo e alla propaganda antisemita. Un'accusa, quella mossa a Martin Heidegger, che ne ha sempre marchiato la figura, pur non intaccandone la grandezza teorica. Ma ora, forti di un distacco ormai acquisito nei confronti degli anni più bui del secolo breve, è possibile «riabilitare» persino la posizione di Heidegger nei confronti del nazismo. Un contributo fondamentale arriva dalla pubblicazione degli Scritti politici (Piemme, 414 pagine, 40 mila lire), con un'ampia prefazione e un corposo apparato di note curato da François Fédier, che sdogana Heidegger o, comunque, fornisce gli strumenti per collocarne il pensiero politico nel giusto contesto.

Nel 1933 Heidegger divenne rettore dell'Università di Friburgo. In un Appello agli studenti pubblicato sulla Freiburger Studentenzeitung si legge: «Il Führer stesso, e lui solo, è la realtà tedesca di oggi, ma è anche la realtà di domani e quindi la sua legge». Pochi giorni dopo, aggiungeva: «Il 12 novembre l'intero popolo tedesco va a scegliere il proprio futuro. Esso è legato al Führer». Affermazioni spesso rinfacciate ad Heidegger. Ma è anche vero che nel 1933, anno in cui la Germania votò il plebiscito a Hitler, altri insospettabili appoggiarono pubblicamente il Führer: dal fisico Max Planck al pastore protestante Niemöller, all'Unione dei cittadini tedeschi di confessione ebraica. Il fatto è che Hitler ebbe l'abilità di accreditarsi, agli occhi dei tedeschi, come l'unico politico in grado di condurre la Germania fuori dal tunnel della crisi economica e dell'isolamento politico successivo alla Grande Guerra. E riuscì a far passare in secondo piano la persecuzione antiebrea, inscritta nel contesto di una lotta contro il capitalismo apolide.

Come Heidegger scriverà nel 1945, «allora ero persuaso del fatto che, se tutti quelli che avevano una responsabilità spirituale avessero lavorato insieme, ognuno secondo la propria misura, molti spunti essenziali del movimento nazionalsocialista avrebbero potuto essere approfonditi e trasformati, per porre il movimento stesso in grado di dare il proprio contributo al superamento della confusa situazione dell'Europa e della crisi dello spirito occidentale».

Il gran rifiuto. Questo passo aiuta anche a comprendere le aspirazioni di Heidegger nell'assumere il rettorato a Friburgo, nel 1933. Il filosofo confidava, da quella posizione, di poter assolvere a una duplice funzione. Promuovere il recupero dell'università, che stava prendendo un'organizzazione esclusivamente tecnica, mentre avrebbe dovuto «porsi il compito di riguadagnare un senso nuovo a partire da una meditazione sulla tradizione del pensiero occidentale europeo». E resistere meglio a certe deviazioni dell'hitlerismo che iniziava a intravedere, prima fra tutte l'antisemitismo. Alla fine, egli guidò l'università solo per dieci mesi, contro i due anni previsti dal mandato, pur di non sottostare ai diktat dei governo, che pretendeva la nomina di presidi graditi al partito e l'affissione del manifesto contro gli ebrei. Certamente commise errori di valutazione e prospettiva politica, Martin Heidegger. Ma le sue scelte di vita, e l'opera filosofica, lo assolvono dalla peggiore delle infamie.



Voci utilizzate nell'articolo

Antisemitismo

Frase sul Führer


Metodi applicati

Alzata del Genio


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