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Da Libro bianco.

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Heidegger e la grande “fesseria”

Nazista o no? Una questione che torna ciclicamente, con difese basate su astruse esegesi


Il Sole 24 Ore, 11 giugno 1998


Maurizio Ferraris


Heidegger è stato rettore e iscritto al partito nel 1933-34, poi si è dimesso (dal rettorato) e si è tenuto in disparte. Di qui una larga e generalmente poco significativa letteratura sul tema, spesso dettata da motivi trasversali (criticare, attraverso Heidegger, gli heideggeriani, e magari persino i critici di Heidegger). Ora, sostenere che c'è una organicità tra heideggerismo e nazismo non è molto sensato, perché del nazismo è difficile trovare una dottrina coerente. E quindi il discorso si ferma qui. Si riapre, però, a un altro livello, quando si voglia dire che Heidegger non solo non è stato nazista, ma è stato magari, sotto sotto, anche un critico, del nazismo (grosso modo come quando si sostiene che a ben vedere l'ideologia politica di Nietzsche non solo non è di destra ma è decisamente di sinistra). O che comunque la sua scelta era giustificata dalle attenuanti specifiche che si attribuiscono ai "Titani"; e questo pone già un problema di pietà storica, perché le sacrosante giustificazioni che si trovano per Heidegger (chi, nel 1933-35, poteva sapere che cosa sarebbe diventato il nazismo? ecc.) non sono solitamente accettate, per esempio, quando si tratti di Elisabeth Förster-Nietzsche che morta nel 1935 aveva ricevuto Hitler nell'archivio intitolato al fratello. Gli Scritti politici di Heidegger raccolti e presentati da François Fédier sono in buona parte noti in italiano (il discorso di rettorato, i protocolli di difesa postbellici, l'intervista allo Spiegel). In tutto, 160 pagine; da un esame fatto a memoria, mi sembra che di non tradotto ci siano solo le "allocuzioni e articoli" (pp. 143-178), gli stralci di "La minaccia che grava sulla scienza" (pp. 193-220) e un paio di estratti da lettere (pp. 231-237), cioè 70 pagine. Le restanti, in un volume di 412, sono costituite da una presentazione del curatore italiano, Gino Zaccaria, dalla lunga introduzione di Fédier, da moltissime note, e poi ancora da un testo di Fédier non compreso nella edizione francese.

Un problema è ben presente ai curatori: con che criterio si può ricondurre alla generica sfera del "politico" un corpus in cui si intrecciano spesso motivi di politica accademica e di propaganda (appelli agli studenti, ai lavoratori, dichiarazioni di voto), ma che, in altri casi, ineriscono piuttosto alla sfera giudiziaria (le memorie difensive), alla elegia ("Perché restiamo in provincia", già parodiato da Adorno), e certo, in molti casi, alla metafisica e alla filosofia della storia? Fédier sottolinea che la raccolta — che, egli scrive, avrebbe potuto contenere anche altri testi, per esempio le riflessioni su Oltrepassamento della metafisíca raccolti in Saggi e discorsi - «troverà la propria giustificazione se permetterà di comprendere, nella sua reale intenzione, la volontà che ispirò l'impegno di Heidegger nel 1933» (p. 125). Ora, è davvero così importante venire in chiaro su questo punto? E in ogni caso, non sarebbe più utile occuparsi delle motivazioni filosofiche, indipindentemente dalla scelta, che c’è stata, che si può giustificare (ammesso che si abbia gusto per queste faccende) ma non interessa più di tanto? Per esempio, gli scritti "politici" aiutano a capire come, a un certo punto, si imponga la critica heideggeriana della scienza, divenendo poi un chiodo fisso. Nel '33, Heidegger sperava che Hitler avrebbe accettato di costituire uno stato filosofico; in seguito (e questo è molto chiaro nel seminario del '37-38 "La minaccia che grava sulla scienza") si accorse che le preferenze del regime andavano verso una riduzione della filosofia pura retorica populistica da una parte, e — sul versante del sapere vero e proprio — verso il sostegno alla ricerca scientifica applicata. Di qui l’acuirsi di una critica verso la scienza che, per esempio, nella prolusione del '29 su Che cos'è metafisica? era essenzialmente metodologica, e spesso si trasforma in un confronto armato.

Ma il dossier raccolto da Fédier ha, dicevamo, un altro obiettivo, quello di giustificare le ragioni metafisiche e storico-destinali della scelta di Heidegger. Queste intenzioni sono affidate essenzialmente agli ampi apparati, generalmente utili anche se spesso inclini alla glossa talmudica. Alla loro base, sta un duplice argomento. Il primo, più propriamente storiografico, sposato da Fédier, è che i turbamenti del nostro secolo non hanno lasciato in pace nemmeno gli spiriti magni, sicché chi non ha scelto il comunismo è finito nel nazismo. Il secondo, condiviso da Fédier e da Zaccaria, è che nelle cadute dei grandi c'è una sublimità e quasi una poesia che le nobilita. Si tratta di una attitudine un po' devozionale, che forse va bene per la religione popolare dei giganti (che so, Cromwell o Giulio Cesare nelle "scie” mondadoriane), ma non per la filosofia; che, se ha un senso, deve essere critica, fosse pure nei confronti di Aristotele o di Kant. Se viceversa si sostiene che il grande ha sempre ragione, che siamo noi che abbiamo frainteso, che bisogna mettere in contesto le parole nel modo comunque più favorevole (benché talora rocambolesco) la filosofia diventa commento al libro sacro, dove, non potendosi contestare Dio per aver detto delle cose manifestamente false, bisogna ricorrere all'allegoresi per far quadrare i conti a tutti costi, se non altro complicando e confondendo. Giusto per fare un esempio (poiché si è parlato di "far quadrare"), il titolo del discorso di rettorato, Die Selbstbehauptung der deutschen Universität, generalmente reso con L'autoaffermazione dell'università tedesca, è ora tradotto con La quadratura in se stessa dell'Università tedesca, e la scelta di Fédier è motivata alle pp. 57-60 della introduzione, nonché da una lunga nota di Zaccaria a Fédier, dove si convocano Pascoli, Dante, Aristotele e Tommaso d'Aquino.

È evidente che la profusione di tanto ingegno ermeneutico muove dal presupposto che ogni parola di Heidegger meriti un commento, e riveli un senso mistico che può benissimo risultare contrario alla lettera. Ora, lo spirito soffia dove vuole; ma difficilmente si può trovare un significato profondo per una allocuzione agli studenti quale «La rivoluzione del socialismo nazionale porta al compiuto rovesciamento della nostra esistenza di Tedeschi (…). Di giorno in giorno, di ora in ora, si rafforzi la fedeltà della volontà di porsi al seguito. Che cresca incessantemente in voi l'animo di sacrificarvi (...). Il Führer stesso, e lui solo, è la realtà tedesca di oggi, ma è anche la sua realtà di domani e quindi la sua legge». Eppure, proprio a un disvelamento allegorico si impegna la lunga nota di Fédier (pp. 334-335) dove si legge: «Il fatto che il verbo essere, in questa frase, sia in corsivo, conferma l'ipotesi sollevata nella nota precedente», e cioè che Heidegger «si impegnò sì per Hitler – ma non per il programma o per la visione del mondo nazista». Di fronte a queste difese, futili e incredibili, sarà poi fatale che la disputa si riaccenda, ciclicamente e inutilmente, incurante della circostanza che un commento definitivo ai fatti del '33 lo aveva già fornito lo stesso Heidegger, quando definì la sua decisione «una fesseria» (eine Dummheit).

Martin Heidegger, «Scritti politici (1933-1936)», prefazione, postfazione e note di François Fédier, edizione italiana a cura di Gino Zaccaria, Casale Monferrato, Piemme 1998, pagg. 412, L. 40.000.

Voci utilizzate nell'articolo

Fascinazione

Frase sul Führer


Metodi applicati

Presunzione di connivenza

Scalare la discesa

Non andiamo per il sottile


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