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Da Libro bianco.


'1980530ISI (DIVERSO RIFERIMENTO DELLA RIVISTA???) Categoria: Articoli


Heidegger politico Pubblicati gli scritti dal ’33 al ’66 dell’autore di «Essere e Tempo»


Il Secolo d’Italia, 30 maggio 1998


Andrea Marcigliano


Heidegger politico. Di primo acchito una definizione che suscita perplessità, anzi, che provoca un'istintiva ripulsa. Ripulsa certo nei confronti di uno del pochi, autentici «maestri di pensiero» di questo secolo, né altrettanto certamente, nei confronti della «politica». È piuttosto l'associazione del due «termini» a far temere, a tutta prima, un'ambiguità una forzatura. Forzare Heidegger entro le categorie limitate e limitative della politica quotidiana, di tanta politologia dei nostri tempi che tende a semplificare, sino ad immiserirle, questioni ed idee che, per la loro complessità e vastità, non possono patire tale volgarizzazione. Heidegger impolitico, verrebbe piuttosto da rispondere. Impolitico nel senso delle famose «considerazioni» di Thomas Mann, perché svincolalo dalla contingenza e dal calcolo minuto; inattuale, perché proiettato nella ricerca, e quindi nella prospettiva, dell'essere e dell'assoluto, vertiginosamente lontana da ogni ideologismo, da falsi miti e da false strumentalizzazioni. E poi, intorno ad Heidegger si sono per troppo tempo addensate false interpretazioni, leggende «oscure», chiacchiere malevole da serve al mercato. Per troppo tempo è stato oggetto di ostracismi espliciti e, peggio ancora, di boicottaggi subdoli, perché chi della sua opera ama, o per lo meno apprezza, il profondo rigore ed il grande respiro, non rischi di essere urtato da ogni nuova pretesa di scriverne una «biografia politica», di cercare di rovistare nel sentito dire, nei luoghi comuni, per oscurare col fango il suo tormentato ma limpido percorso intellettuale.

Una reazione, come dicevo, che nasce soprattutto da stanchezza per opere come la tanto propagandata monografia «Heidegger e il nazismo», di Victor Farias, che tante polemiche, spesso miserevoli, ha suscitato alla fine degli anni ’80 in Francia, riverberandole inevitabilmente anche da noi, ove pure – almeno su questo – una parte considerevole degli «addetti ai lavori» ha ormai da qualche tempo assunto nel confronti del filosofo di Friburgo un atteggiamento abbastanza equanime. E tuttavia, se pensiamo al significato originale del termine «politica» quello aristotelico di governo della pòlis, la città intesa come comunità di uomini e di valori, come identità di «storie» e di cultura, non possiamo non giungere alla conclusione che un filosofo autentico, un grande maestro del pensiero quale certamente fu Martin Heidegger, non può non essersene occupato. Ma occupato comunque sempre nella prospettiva del «vero» pensiero, che è la prospettiva dell’aquila che contempla dalle altezze, lasciandosi forse sfuggire i particolari meschini, quanto vi è di inevitabilmente sordido, frutto di compromessi e di piccoli baratti nella vita civile delle umane comunità; e tuttavia, proprio per questo, forse, potendo vedere con insolita limpidezza il divenire di quella che chiamiamo storia, le connessioni e le fratture del presente col passato, le linee evolutive del futuro. Allora, in questa prospettiva, acquisisce un senso parlare anche di un Heidegger «politico», o meglio, delle implicazioni politiche della sua opera.

Un parlare, un ragionare, comunque, non facile, inibito da tanti pregiudizi, da troppi timori. Ed ostacolato anche dalla non esistenza, nel vastissimo corpus heideggeriano, di una o più opere dichiaratamente dedicate alla scienza della politica. Scritti brevi, sparsi, spesso occasionali, fino ad oggi poco noti, a volte inediti e mai raccolti in volume. Fino ad oggi, o meglio, fino all'edizione degli «Scritti politici» che François Fédier ha curato nel 1995 per la Gallimard, e che vede finalmente la luce anche da noi per i tipi di Piemme, a cura di Gino Zaccaria. Un volume che raccoglie brevi scritti e discorsi che vanno dal famoso discorso del rettorato del 17 maggio 1933 alle rivisitazioni e reinterpretazioni che lo stesso Heidegger ne diede negli anni del dopoguerra, passando attraverso una selva di lettere, discorsi, documenti autografi inediti, e [...] con la cultura, con la lingua e le tradizioni, dal quale non vollero risolversi a lasciarsi sradicare. Tuttavia Fédier, che è uno dei massimi studiosi contemporanei dell'opera heideggeriana, non si è limitato ad un'attenta ricerca dei testi, ma li ha organizzati e corredati di un vasto apparato critico, anteponendovi poi un'introduzione che per vastità e spessore culturale si configura come un vero e proprio saggio non solo su Heidegger, ma anche sui tempi convulsi e tormentati dei quali fu spettatore e, per molti aspetti, anche involontario protagonista. Involontario, perché disdegnò sempre qualsiasi impegno nella politica corrente, avendo scelto di vivere in una dimensione appartata, In un operoso «otium» intellelluale che solo gli poteva donare il necessario distacco e il «silenzio interiore» per seguire con coerenza il lucido percorso di pensiero che è a fondamento di tutta la sua opera. Fédier indaga, dunque, con intelligenza e passione, movendosi da un lato come uno storico che ricostruisce con precisione il contesto storico, l’humus culturale, della vicenda; dall'altro con la sapienza intellettuale di cercare finalmente di delineare una biografia filosofica di Heidegger, una biografia che lasci da parte i sentito dire e le ciarle e divenga rigorosa ricostruzione dei dati intesa a chiarificare e delineare il Denkweg, il «cammino di pensiero» del filosofo. Un'operazione non facile per molti aspetti innovativa. Operazione che potremmo definire riuscita, non fosse che per l’eccessiva attenzione che lo studioso francese dedica alla confutazione degli scritti dei critici e detrattori di Heidegger. Fédier, infatti, ci sembra in certo qual modo «peccare per troppo amore» e perdersi a tratti in una difesa, come dicevano, accorata e rigorosa, che trova origine nelle molte veementi polemiche di cui il filosofo tedesco - ed indirettamente anche il suo studioso francese - è stato fatto in questi ultimi anni oggetto da una certa intellighenzia gauchista francese che si è rivelata particolarmente cieca e livorosa. Cecità e livore che purtroppo nessuna argomentazione, per quanto lucida, e nessuna documentazione, per quanto esauriente, potranno mai curare.

Discutere con l'«aspide sordo» è totalmente inutile. Più utile, anzi, fondamentale, sarebbe stato disincantarsi dalle polemiche contingenti, dalle «paure» di fraintendimenti, ed approfondire maggiormente non il tema di Heidegger «in politica», bensì quello della concezione della politica in Heidegger. Che avrebbe significato indagare spunti presenti non solo in questi scritti politici, ma in tutta l'opera del filosofo. Perché per Heidegger, che leggeva le vicende umane con lo sguardo lungimirante dell'aquila, la politica era innanzitutto ragionare di appartenenze e radici, di miti aggreganti sui quali la sempre ogni comunità, dalla polis ellenica ai nostri giorni, ha fondato la propria identità e la propria ragione di esistere. Miti, identità e radici che vengono però oggi messi in discussione, anzi, erosi e ridotti in polvere dall'accelerazione del Tempo, da un progresso che tende a disumanizzare l'uomo attraverso quella grande potenza a suo modo metafisica invertita, che è la tecnica. Tecnica che si sostituisce alla natura, che tende ad annullare identità e differenze, riducendo tutto ad una grigia monocromia. Ma difronte a questa grande rivoluzione, o crisi epocale, a quello che è il problema centrale dei nostri tempi, e al tempo stesso il nostro destino futuro, Heidegger non si ritrae inorridito, né cerca di evadere in un impossibile ritorno al passato. Affronta la questiome con lucidità - individuando proprio nella questione della «tecnica» il nodo irrisolto del nichilismo contemporaneo. Nichilismo che è la «linea», il confine oltre il quale sembra impossibile procedere, e, pur tuttavia, diviene ogni giorno più essenziale superare. Un passo, però, che non può non essere rischio, balzo nel vuoto, abbandono di ogni sicurezza ed ogni legame. Per questo Heidegger rifuggiva da ogni facile tradizionalismo, da ogni «visione del mondo» falsamente titanica e mitica, superficiale, perché non compenetrata di autentica «filosofia». E, sempre per questa stessa ragione, considerava la filosofia giunta al suo estremo confine: confine che è l'individuazione dei limite, della linea apparentemente insuperabile. Di qui l'esigenza di «un nuovo pensare», nuovo per vigore e coerenza, nuovo perché puro: ma al tempo stesso antichissimo, tale da rifondere miti ed identità. Di qui, inevitabilmente, anche la critica dei sistemi politici contemporanei e della stessa democrazia, non ispirata a suggestioni autoritarie o ad identità

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