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Da Libro bianco.

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Ma la cosa più stupida è rifiutare la sua opera

I giudizi più acuti dalla Arendt e Strauss, i suoi allievi ebrei


La Repubblica, 1 maggio 1998


Franco Volpi


Nel 1933 si vendeva a Friburgo una cartolina di pessimo gusto: ritraeva Heidegger, novello rettore, alla testa delle squadre nazionalsocialiste. Nel rigirarla tira le mani - ricordava all'indomani della guerra Gunther Anders, filosofo ebreo ex allievo di Heidegger primo marito di Hannah Arendt dopo l'interrotta storia d'amore con il maestro - quella cartolina pareva il sinistro simbolo della potenza dello spirito messasi al servizio dello spirito della potenza.

Un altro pensatore ebreo, Leo Strauss, allora infatuato di Weber, dopo essere stato a Friburgo confessava all'amico Rosenzweig: «Weber, a paragone di Heidegger, mi sembra un orfanello quanto a precisione, profondità e competenza». E ancora: «Ho ascoltato l'interpretazione che Heidegger dava di certi passi di Aristotele, e qualche tempo dopo ho sentilo Werner Jaeger a Berlino interpretare gli stessi testi: carità vuole che limiti il mio paragone all'osservazione che non c'era paragone».

Ma «nel 1933 Heidegger divenne nazista», e mise il suo genio filosoficio alle dipendenze del Male. Di fronte a ciò - osserva Strauss - «la cosa più stupida che si potrebbe fare sarebbe di chiudere gli occhi o di rifiutare la sua opera». «Questo e il guaio: il solo grande pensatore dei nostro tempo è Heidegger», e proprio lui è caduto vittima del totalitarismo più infausto del XX secolo. Come spiegare questo incomprensibile fatto? Quale forza demoniaca agiva nel nazionalsocialismo per attirare nel suo vortice tanta intelligenza?

Hannah Arendt, anche lei dall'esilio, ha tentato una risposta: teoresi filosofica e capacità di giudizio politico sono due facoltà della mente così diverse che il possesso dell'una non garantisce affatto quello dell'altra. Il grande pensatore può essere politicamente ottuso quanto l'uomo della strada, e nulla lo preserva dalla banalità del male. Si guardino dunque i filosofi dal seguire l'esempio di Platone e dall'azzardare improbabili viaggi a Siracusa.

Dalla fine della guerra a oggi si sono ripetute con regolarità quasi astrologica le riscoperte del nazionalsocialismo di Heidegger. Ma i giudizi più acuti restano quelli dei suoi allievi ebrei, cioè di coloro che ne subirono il fascino ma al tempo stesso furono tremendamente colpiti dalle sue scelle politiche. Essi offrono la migliore scorta a chi voglia rivisitare gli gli scritti politici di Heidegger che – in attesa del volume delle opere complete in cui Hermann Heidegger editerà i discorsi del padre - François Fédier ha il merito di aver presentato in una scelta equilibrata e rappresentativa. Essa comprende non solo i testi del 1933, primo fra tutti il discorso del rettorato (in cui è evidente l'influenza di Jünger più che quella del nazionalsocialismo), ma anche interventi meno noti come La minaccia che grava sulla scienza del 1937/38, in cui la critica a Hitler non potrebbe essere più esplicita.

Tutto ciò, nel bene e nel male, come influisce sul nostro giudizio circa le intuizioni filosofiche con cui Heidegger ha segnalo il nostro secolo? Ci aiuta a capire il fondo imperscrutabile e la torbida magia del suo pensiero? Con Leo Strauss dobbiamo constatare: più comprendiamo ciò a cui Heidegger mira, più vediamo quanto ancora ci sfugga.

Voci utilizzate nell'articolo

Fascinazione

Oscurità


Metodi applicati

Sollevare la Questione

Alzata del Genio

Tecnica del mosaico

Onniscienza teoretica


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