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Illusionista funereo o genio del pensiero? Divisi nel nome di Heidegger

Contese: Betizza lo considera aberrante per il suo nazismo. La sinistra, da Cacciari a Rovatti, lo «sdogana». Il filosofo austriaco torna a far discutere


Corriere della Sera, 15 marzo 1998


Carlo Formenti


Con la puntualità di un virus influenzale, la polemica sul rapporto fra Heidegger e il nazismo si ripresenta periodicamente sulle pagine culturali dei giornali. A innescarla non è, questa volta, una biografia del filosofo (come era avvenuto negli anni '80 con quella di Victor Farias, o con la più recente opera di Ernst Nolte), bensì un articolo di Enzo Bettiza, uscito qualche giorno fa sulla «Stampa». Irritato dal modo in cui l'inserto culturale dell'«Unità» aveva trattato Ernst Jünger in occasione della sua recente scomparsa, Bettiza è insorto a difesa della figura morale del centenario scrittore. L'autore di «Tempeste d'acciaio» viene descritto come un «gentiluomo anarchico, conservatore edonista» che disprezzava il plebeo Hitler e i suoi accoliti, e contrapposto appunto ad Heidegger, l'«enigmatico nazionalsocialista». Questa è solo una delle feroci battute di Bettiza, il quale definisce «allusivo e rarefatto» il pensiero dell'«illusionista» Heidegger, e giudica le sue «aberranti convinzioni politiche» come l'esito inevitabile di quell'«eclettismo funereo» che entusiasmava i gerarchi nazisti più sofisticati. Giudizi non nuovi. E nemmeno la replica dell'heideggeriano Gianni Vattimo, sempre sulle pagine della «Stampa», offre spunti inediti: nessuno può negare il dato biografico della compromissione di Heidegger col nazismo, ma ciò non toglie che il suo pensiero meriti «un'attenzione meno puramente letteraria e non così immediatamente politica». Il punto, insomma, sembrerebbe il solito: è possibile scindere l'opera di un autore, sia pure grande come Heidegger, dalle sue scelte politiche?

Eppure, fra le righe del botta e risposta (proseguito ieri con una controreplica di Bettiza a Vattimo) emergono elementi che non possono essere ricondotti a tale dilemma. Vediamoli. Da un lato, Bettiza parla d'una sinistra italiana culturalmente succube del «Reich filosofico germanico», ipnotizzata dalla sacra triade «Hegel Marx Heidegger». Come a dire gli estremi si toccano in filosofia come in politica, quindi non stupisce che una sinistra orfana della dialettica positiva marxista cerchi un nuovo padre nella dialettica negativa heideggeriana, anche a costo di tacere di certi «peccati» politici Dall'altro, nella replica di Vattimo si invita a distinguere fra uno «sdoganamento» di Heidegger tutt'altro che recente, e per nulla riconducibile ad appiattimenti dialettici, e certe simpatie della sinistra radicale per la «destra eroica e realista» alla Carl Schmitt. E qui la replica sembra parlare a Bettiza perché Cacciari intenda. Sospetti maligni? Forse, ma un saggio di Giuseppe Cantarano che approderà domani in libreria («Immagini del nulla. La filosofia italiana contemporanea», ed. Bruno Mondadori), rilegge gli ultimi vent'anni di dibattito filosofico interno alla sinistra italiana proprio come scontro fra heideggeriani di destra e sinistra. Solo che qui la sinistra viene identificata con Cacciari e la destra con Vattimo. In quanto il nichilismo di Vattimo approderebbe ad un'euforica esaltazione dell'esistente, mentre quello di Cacciari a una sua tragica e disincantata accettazione. Viene da chiedersi se la filosofia di Heidegger, più che prestarsi a interpretazioni di destra o di sinistra. non funzioni piuttosto come una provocazione che manda in tal questa opposizione ideologica. «Senza dubbio», approva l’heideggeriano Pier Aldo Rovatti. «Tanto è vero che lo "sdoganamento" di Heidegger a sinistra è avvenuto già cinquant'anni fa non in Italia ma in Francia, attraverso Sartre e Merleau-Ponty. Sarebbe quindi ora di smetterla con le "dogane" e cominciare a leggere le opere di Heidegger invece delle biografie su Heidegger: pregiudizi ideologici e accuse di "oscurità" sono un comodo alibi per esonerarsi dal fare i conti col suo pensiero».



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