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Da Libro bianco.

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Non da oggi si “sdogana” Heidegger

Vattimo a Bettiza


La Stampa, 13 marzo 1998


Gianni Vattimo


L’ARTICOLO di Enzo Bettiza sullo «sdoganamento» di Heidegger da parte dell'Unità solleva in me, e credo in altri lettori di Heidegger, molte perplessità. Naturalmente, le valutazioni di Bettiza sul «nazismo» di Heidegger sono storicamente e biograficamente fondate; non sono invece condivisibili le valutazioni del significato filosofico della sua opera. Soprattutto, è difficile accettare che gli si possa preferire, se non per puri motivi «stilistici» (ma quanto anche motivazioni di questo genere non rivelano una mentalità permeabile alla retorica fascista?), Jünger perché oppose al nazismo «un radicale aristocraticismo estetizzante» simile a quello di un D'Annunzio o di un Montherlant. Su tutto ciò comunque, c’è poco da obiettare, se non che l'opera filosofica di Heidegger meriterebbe forse un'attenzione meno puramente letteraria e non così immediatamente politica. Ciò che però sarebbe fattualmente errato sarebbe l'idea, che sembra suggerita dal discorso di Betizza, che lo sdoganamento di sinistra di Heidegger sia un evento recente, addirittura attribuibile al povero «estensore» dell'articolo sull'Unità. La lettura di sinistra di Heidegger è molto più antica, e bisognerebbe spiegarsene il perché, anche senza ridurre tutto alla simpatia della sinistra radicale per la destra eroica e «realista» (quella che ama Carl Schmitt e, per l'appunto, anche Jünger). Uno dei primi traduttori in assoluto di Heidegger (Essere e tempo uscì in italiano nel 1953) fu Pietro Chiodi, che aveva perfezionato il suo tedesco in un campo di prigionia nazista, dove contrasse anche il malanno che lo avrebbe portato alla morte prematura. Non credo che avesse tradotto Heidegger solo per rendere accessibile un pensatore fumoso, teoreticamente sviante e politicamente sospetto.



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