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Da Libro bianco.

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Il Sessantotto? Lo inventò Heidegger

La Repubblica, 11 settembre 1992



Antonio Gnoli


Berlino - Martin Heidegger precursore del movimento studentesco del ' 68 e nazista sui generis, sono le sorprendenti affermazioni sviluppate in un libro apparso in questi giorni in Germania (Martin Heidegger, politica e storia nella vita e nel pensiero, ed. Propylaen, pagg. 330) di Ernst Nolte, lo storico noto per le sue tesi revisioniste sulla Germania durante il periodo nazista. Nolte è stato allievo di Heidegger e questo libro, egli afferma, è una sorta di ritorno alle origini.

Professor Nolte in quale periodo è stato allievo di Heidegger?

"Nel 1944 all' università di Friburgo. Nel semestre invernale avrei dovuto preparare una dissertazione per discuterla con lui. L'argomento era Plotino. Heidegger teneva moltissimo alla filosofia antica e quell'anno, fra l'altro, svolse un seminario sulla logica aristotelica con riferimenti a Eraclito e alla dottrina del Logos".

Insomma, lei Nolte, si avviava a diventare un buon professore di filosofia. Che cosa accadde invece?

"C era il dramma della guerra, vicina al suo epilogo. Friburgo fu bombardata dalle truppe alleate che stavano per invaderla. Heidegger, nonostante l'età, aveva 55 anni, venne arruolato nella milizia popolare. E questo dovrebbe dare il senso di drammaticità che avvolgeva la Germania in quel momento. Non restò comunque a lungo nelle file della milizia e in seguito si ritirò nel suo paese d'origine, a Messkirck. Ricordo che un giorno lo raggiunsi in bicicletta per portargli uno zaino pieno di biancheria e di generi alimentari che mi aveva dato la moglie".

La moglie era gelosa della Arendt? La moglie si chiamava Elfride Petri, una donna molto dura a quanto risulta da alcune testimonianze.

"Era figlia di un generale prussiano. Era dura con qualunque situazione minacciasse la tranquillità del filosofo. Proteggeva il marito dalle intrusioni".

Risulta anche che fosse una donna molto gelosa. Heidegger non era insensibile al fascino femminile.

"Gelosa?"

Sì. E' nota l'ostilità che nutriva per esempio nei confronti di Hannah Arendt che aveva avuto da studentessa una relazione sentimentale intensa con Heidegger.

"Ma questo accadeva negli anni Venti ed Elfride Petri proveniva da un ambiente protestante, poco incline ai compromessi. Può darsi che fosse gelosa, ma in seguito non credo manifestò particolare ostilità verso la Arendt".

Lei mostra di conoscere molto bene i sentimenti della famiglia Heidegger. Com'era lui in privato?

"Era molto semplice e il suo aspetto fisico era quello di un contadino della Foresta Nera. Ma erano gli occhi che colpivano: splendenti, acuti".

Professor Nolte c'era bisogno di un nuovo libro su Heidegger?

"Questo spetterà alla critica dirlo. A me è sembrato che fino ad oggi le interpretazioni storiche di Heidegger siano restate nettamente separate da quelle filosofiche. Io ho provato a scrivere un libro che si occupasse di tutta la vita di Heidegger senza separarla dal suo pensiero".

Da che cosa ha cominciato?

"Dalle origini, dal paesaggio natale e dalla cultura cattolica in cui si è formato. Ho interpretato le sue opere giovanili. E poi ho indagato il distacco da queste origini che coincisero con il matrimonio con Elfride".

Lei è un autorevole e molto discusso storico del fascismo e del nazismo e ha affrontato la complessa questione che riguarda i compromessi di Heidegger con il regime hitleriano. D' altra parte, lei conosce le ricostruzioni in proposito fatte da Victor Farias e Hugo Ott e il verdetto di condanna che emerge da quelle biografie.

"I rapporti di Heidegger con il nazismo sono più complessi di quanto non appaia in alcuni resoconti, anche importanti, pubblicati in questi anni. Io per esempio sono convinto che lui fu un rivoluzionario più che un nazista. Un rivoluzionario che utilizzò per breve periodo l'esperienza storica del nazismo".

Però c'è la famosa intervista rilasciata allo Spiegel nella quale Heidegger faceva una tenue ritrattazione del suo passato.

"La ricordo. Lui affermò di essere diventato nazista per salvare l'università. Cercò insomma una giustificazione francamente riduttiva".

Perché riduttiva, in fondo il suo interesse era l'università.

"Riduceva la portata delle sue intenzioni che, lo ripeto, erano rivoluzionarie. Heidegger ha tenuto nascosto questo lato e non so perché. So però che la sua visione dell'università, con il tentativo di mutamento totale che voleva imprimerle, coincide curiosamente con l'esperienza studentesca del Sessantotto".

Questa affinità fra Heidegger e il '68 è sorprendente. Ed è curioso che sia sfuggita a Marcuse un critico impietoso delle sue scelte politiche.

"Il fatto nuovo è che sono emersi documenti che provano quali idee nutrisse sul mondo universitario. Quanto poi alla sua fede nazista ci sono lettere che provano che il suo nazionalsocialismo era in funzione anticomunista".

Resta il fatto che si iscrisse al partito nazista e vi restò fino al 1945.

"Sì, ma il nazionalsocialismo di Heidegger era molto sottile in qualche modo diverso. Poggiava su una certa idea della Germania".

Quale?

"Quella per cui la Germania avrebbe avuto il compito di salvare l'Occidente. Per Heidegger era necessario opporsi a due pericoli: l'americanismo e il comunismo sovietico; Si tratta di un tema affrontato nelle lezioni di quegli anni. La cosa interessante è che egli a un certo punto vede nel nazionalsocialismo una variante dell'americanismo e lo critica; naturalmente non ha mai detto io odio Hitler. Però in quelle lezioni c'era una precisa condanna del nazionalsocialismo come espressione della civiltà moderna, come forma che aveva contribuito all'oblìo dell'essere. Sono inoltre convinto che attraverso questa critica Heidegger volesse in qualche modo ritornare all'esperienza religiosa, al mondo di Dio; non in senso cattolico, ma in una dimensione greca. Per lui la filosofia avrebbe dovuto mostrare quanto di eccezionale si nasconda nel mondo ordinario delle cose e degli animali: in una pianta, in una casa, perfino nel richiamo di un uccello. Occorreva recuperare quel mondo se si voleva contrastare in maniera efficace il mondo della tecnica".

Perchè credette nel nazionalsocialismo? Quello che lei dice mi fa pensare al corso che Heidegger tenne a Friburgo nel semestre invernale del 1929-30 sui "Concetti fondamentali della metafisica" (il libro è stato pubblicato recentemente da il melangolo, pagg. 495, lire 60 mila). Ebbene in quel corso c'è un serrato confronto con la zoologia e la biologia. Ma l'interesse per il mondo animale e più in generale della vita va nella direzione della critica alla scienza. E' l'Heidegger di sempre: arcaico e premoderno.

"Non credo. Heidegger non fa l'elogio dell'uomo medievale. La sua speranza è che ci sia uno stadio di sviluppo oltre la tecnica. Ed è in questa chiave che lui aveva all'inizio creduto nel nazionalsocialismo. C' è una frase a questo proposito molto eloquente che lui pronunciò nell'estate del 1933 quando fu invitato dall'università di Heidelberg...".

Si riferisce alla celebre prolusione in cui elogiava il nuovo regime...

"No, quella la tenne da rettore. Mi riferisco a un discorso precedente che fu molto radicale. In quella circostanza pronunciò una frase, in seguito riportata da un testimone, che è molto rivelatrice del modo di pensare di Heidegger".

Ce la dica.

"Era: 'rompiamo tutti i nostri piatti di porcellana, possiamo mangiare in quelli di terracotta'. Se vuole era la spia della sua semplicità. Una semplicità molto radicale".

Quando lei dice radicale che cosa intende esattamente?

"Heidegger era convinto che ci sarebbero stati mutamenti epocali e lui da studioso guardava soprattutto a quelli che potevano coinvolgere l'università".

Lei accennava alla curiosa analogia fra Heidegger e il Sessantotto. Vuole svilupparla?

"Pensava ad una università senza più ruoli gerarchici. A qualcosa che fosse un corpo unico, in cui le specializzazioni non diventassero così importanti da impedire la comunicazione fra le parti. Desiderava che si stabilisse una sorta di comunione tra docenti e studenti".

In che modo?

"Uno dei punti della riforma a cui pensava doveva riguardare i rapporti all'interno dell'università. Studenti e professori almeno sei settimane l'anno avrebbero dovuto fare vita in comune in un campus svolgendo in eguale misura il lavoro intellettuale e quello manuale. E' una posizione che ha una certa somiglianza con quella espressa dal giovane Marx, il Marx, per intenderci che pensa alla soppressione dell'alienazione".

Violenze necessarie al cambiamento Questa visione un po' idilliaca non può farci dimenticare che il regime nazista fu oltremodo violento e oppressivo. Ed è sorprendente che un uomo così attento al futuro dell'umanità ignorasse poi i campi di concentramento, i lager e i milioni di individui messi a morte. Non risulta che Heidegger abbia mai preso posizione contro queste atrocità.

"Si deve fare una distinzione. Nel 1933 si verificarono molte violenze. E tanta gente, fra questa anche gli intellettuali e lo stesso Heidegger, le considerarono in qualche modo necessarie. Il modello storico che avevano di fronte fu la rivoluzione bolscevica, che era stata molto violenta. La violenza era insomma vista come un requisito necessario a un cambiamento epocale. Quanto agli stermini del tempo di guerra essi si svolsero in una dimensione nazista. Heidegger, è vero, dopo la guerra, non si pronunciò contro di essi e questo fu tra l'altro il principale motivo di rimprovero che Marcuse, suo antico allievo, gli rivolse".

Ma lei come interpreta il protrarsi di questo silenzio anche dopo la guerra?

"Il rifiuto di intervenire successivamente su questo argomento credo va ricondotto alla convinzione che troppi tedeschi in seguito ne parlarono. Heidegger non volle unirsi al coro di condanna perché non intendeva partecipare alle opinioni comuni".

Ma era un giudizio morale che avrebbe dovuto esprimere, non fare della chiacchiera. Una parola sugli stermini poteva essere spesa.

"Heidegger non ha mai dato un'interpretazione storica del nazismo perché non era uno storico. Ma un giudizio lui sia pure indirettamente lo espresse. Egli identificò fenomeni della modernità che noi normalmente teniamo distinti. Bolscevismo, americanismo e nazionalsocialismo nel suo pensiero finirono con l'essere la stessa cosa: erano il risultato di un'evoluzione filosofica funesta. Heidegger ha creduto che l'evoluzione della metafisica avesse condotta la civilizzazione all' ultimo stadio. Ha pensato che l'agire dell' uomo, la storia, fosse il puro riflesso dei paradigmi filosofici".



Voci utilizzate nell'articolo

Iscrizione alla NSDAP

Discorso di rettorato

Silenzio di Heidegger


Metodi applicati

Induzione di orrore


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