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Da Libro bianco.

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"Però quel Führer non era male"

Intanto, in un libro che esce da Sugarco, lo storico Hugo Ott ricostruisce, su materiali in parte inediti, l'indole opportunistica di Martin Heidegger e la sua compromissione con il nazismo


La Repubblica, 2 giugno 1990


Antonio Gnoli


Quel 23 luglio del 1945 non fu una data fortunata per Martin Heidegger. La Germania era stata sconfitta e il governo militare di occupazione da qualche settimana aveva avviato le procedure di epurazione nei confronti di quanti collaborarono con il regime nazista. Il 23 luglio appunto, in una giornata segnata da un caldo soffocante, venne il turno di Heidegger. La commissione di epurazione, tra i cui membri figuravano Karl Jaspers, Nikolai Hartmann, Romano Guardini, Gerhard Ritter e Adolf Lampe, aveva il compito di valutare il grado di compromissione del filosofo con il regime nazista. Nonostante alcuni fatti noti e fra tutti l'iscrizione al partito e l'avere accettato la carica di rettore dell' università di Friburgo nel 1933, fin dall' inizio del processo la commissione non assunse nei confronti di Heidegger una posizione ostile. Soltanto l'influente professor Adolf Lampe era deciso a non lasciare che l'interrogatorio si trasformasse in una formalità. Tanto accanimento da parte di un membro poteva sembrare sospetto. In una conversazione privata Lampe chiarì che non c'era niente di personale, nonostante che nella lontana primavera del 1934 fra lui e Heidegger ci fosse stato un durissimo scontro. Che cosa lo indusse a diventare luterano? Nella requisitoria Lampe si mostrò spietato. Disse che Heidegger con il suo comportamento aveva pesantemente compromesso la dignità e il prestigio dell'università, in modo particolare con l'appello filonazista rivolto agli studenti di Friburgo e con le circolari dello stesso tenore inviate ai membri del corpo docente. Sottolineò che la fama, di cui il filosofo godeva in campo internazionale doveva essere considerata un'aggravante. Poi, improvvisamente gli chiese se avesse mai letto il Mein Kampf di Hitler. Heidegger rispose di essere riuscito a leggerne solo una parte a causa del suo contenuto ripugnante. L'asserzione fu giudicata da Lampe un'aggravante, poiché nella sua esortazione agli studenti di Friburgo, il filosofo aveva esaltato Hitler cadendo così in un'intima e irresolubile contraddizione.

I documenti, in parte inediti, di questo processo sono stati tirati fuori e risistemati dallo storico tedesco Hugo Ott in una biografia che a giorni uscirà per Sugarco. Il libro di Ott, il cui titolo italiano è Martin Heidegger, benché non aggiunga novità su quanto già sapevamo, grazie alle ricerche di Victor Farias (Heidegger e il nazismo, edito da Bollati Boringhieri nel 1988), è fondamentale per il percorso diverso che disegna. Ott getta una luce nuova su alcuni episodi biografici interessanti. Come spiegarsi, ad esempio, le ragioni che spinsero Heidegger ad abbandonare la fede cattolica (lui che era stato sul punto di entrare nell'ordine della compagnia di Gesù) per abbracciare quella luterana? Ad una così clamorosa e repentina conversione è probabile abbia contribuito la moglie Elfride Petri che il filosofo conobbe nell'estate del 1916 e sposò nel maggio del 1917. In realtà Ott insinua che dietro la conversione vi sarebbe, da parte di Heidegger, il calcolo opportunistico di tentare di ingraziarsi definitivamente il maestro Edmund Husserl (1859-1938). Un essenziale capitolo del libro di Ott è dedicato all'evoluzione del comportamento di Heidegger nei confronti di Husserl. Un'evoluzione molto negativa a giudicare dalle accuse emerse nell'interrogatorio. Fu ritenuto riprovevole che quando Husserl nel 1934 fu allontanato dall'università perché ebreo, Heidegger non mosse un dito per il vecchio maestro ed ex amico. E che cosa pensare del suo silenzio durante tutta la lunga malattia che porterà Husserl alla tomba? Evitò di andare perfino al funerale. Un atteggiamento che alla Commissione parve ingiustificabile, tanto più che Husserl fin dall'inizio aveva visto in Heidegger il giovane geniale destinato a grandi cose. Allora, siamo nel 1918, c'era un solo impedimento fra i due: la fede cattolica di Heidegger che Husserl giudicava scientificamente pericolosa. Fu nel gennaio del 1919 che Heidegger annunciò l'abbandono della sua fede originaria. Ott si chiede se questa scelta improvvisa non fosse stata fatta per compiacere il maestro che si era scelto. Un quesito insolubile. Però, commenta Ott, l'aver spezzato il marchio di filosofo cattolico fu utile per la carriera universitaria. Ecco dunque un Heidegger nei panni dell'opportunista.

Carlo Sini che ha scritto la prefazione al libro di Ott deplora un certo uso scandalistico che è stato fatto delle posizioni politiche di Heidegger. Scorge inoltre una superficialità di indagine là dove a Ott sfuggirebbe la profondità e problematicità della crisi religiosa heideggeriana. Denuncia infine come una banalità l'aver colto macchinazioni, opportunismo, spirito di rivincita, meschinamente personale contro il cattolicesimo e simili. Ma perché non dire più semplicemente che la grandezza può convivere con l'opportunismo, la genialità con la meschineria? L'allievo Karl Löwith (1897-1973) ha colto l'elemento stridente e ambiguo presente nel maestro. In che modo far collimare l'uomo e l'opera? Il pensatore Heidegger può essere separato dall'uomo politico, ma in che modo e fino a che punto?, si chiede Löwith.

Sul rapporto di Heidegger con il nazismo circolano versioni diverse. C'è la versione benevola e addomesticata di Hans G. Gadamer (vedi l' intervista in questa stessa pagina), c'è quella disperata di Löwith, sconvolto dal freddo incontro fra i due a Roma, c'è quella dura di Herbert Marcuse (anche lui allievo di Heidegger) secondo la quale un filosofo può sbagliare in materia politica, ma non può ingannarsi su un regime che aveva assassinato milioni di ebrei. C'è la versione stupefacente dello storico Gerhard Ritter, secondo il quale Heidegger dal 1934 era segretamente un accanito avversario del nazionalsocialismo. E tuttavia l'interpretazione che più colpisce, per l'alto grado di coinvolgimento personale e dato il lunghissimo rapporto che c'è fra i due, è quella di Karl Jaspers (1883-1963). E' probabile che, quando sarà pubblicato l'intero carteggio fra i due filosofi altri tasselli di verità si aggiungeranno a quelli esistenti. Ciò che fin d'ora risulta interessante, grazie alle ricerche di archivio di Ott, sono gli episodi che li coinvolgono durante il processo di epurazione. Mancano pochi giorni al Natale del 1945 e l'interrogatorio in quei mesi va avanti fra alti e bassi. All'improvviso, per Heidegger la situaizone sembra mettersi male. Per questo si rivolge al membro di commissione Karl Jaspers al quale chiede, in nome dell' antica amicizia, una dichiarazione peritale. In quel momento Jaspers tornato dall'esilio svizzero, accolto trionfalmente all'università di Heidelberg rappresenta per la cultura tedesca la voce della coscienza nazionale. Un suo giudizio Heidegger - ne è consapevole - può essere determinante nel verdetto. Fino all'ultimo Jaspers è incerto se scrivere questa perizia umano-politico-filosofica. Deciderà di farlo e sarà un'analisi lunga e articolata.

Fino alla morte, mai si pentì del passato.

Qui interessa un punto in particolare, quello con il quale Jaspers motiva il no alla riabilitazione di Heidegger all'insegnamento. Il pensiero di Heidegger, scrive, che per sua natura mi appare non libero, autoritario, privo di comunicativa, oggi, ai fini dell'insegnamento, sarebbe funesto. Mi sembra che il pensiero sia più importante del contenuto dei giudizi politici, la cui aggressività può facilmente cambiare direzione. Il parere espresso da Jaspers fu determinante per la decisione finale del senato accademico di Friburgo. Ad Heidegger fu interdetto sia l'insegnamento che la possibilità di partecipare a tutte le altre attività universitarie. Era il 28 dicembre del 1946. Non mancarono alcune gravi mortificazioni come il lavoro coatto (per un certo tempo il filosofo fu adibito allo sgombero delle macerie), il tentativo di confiscargli l'abitazione e quello, più tetro, di requisirgli la biblioteca privata. Furono provvedimenti contro i quali si erse indignato Jaspers per primo. In quegli anni scese sul Pastore dell'essere - così Heidegger era stato definito negli anni d'oro - un fitto oblìo che fu rotto il 26 settembre del 1949, allorché Heidegger compì sessant'anni. Fu in quell'occasione che Gadamer volle allestire un'opera collettiva che celebrasse il grande filosofo, il quale fu riabilitato l'anno successivo. E nel semestre 1950-51 avrebbe potuto riprendere i suoi corsi universitari. A quanto pare, questo ritorno dall' esilio civile fu da lui giudicato una riparazione di terz'ordine. La sua leggenda, più che in Germania, cresceva nel mondo. Nella casa di Todtnauberg, nella Foresta Nera, venivano a trovarlo da ogni parte molti visitatori, e ciascuno si abbeverava alla sua leggendaria oscurità. Nessuno, per quel che se ne sa, lo sentì mai dubitare del suo passato, pronunciare parole di ripensamento sulle lontane scelte. Visse fino al 1976. Come sempre al di sopra, o forse al di sotto, della storia.



Voci utilizzate nell'articolo

Opportunismo

Ostilità verso Husserl

Assenza di autocritica

Autoritarismo

Oscurità

Foresta nera

Pastore dell'Essere


Metodi applicati

Acritica delle fonti

Aggettivo squalificativo


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