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Da Libro bianco.

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Heidegger, un maestro?

Cento anni fa nasceva Martin Heidegger, un filosofo che continua a essere bersaglio di polemiche, ma anche al centro della storia del pensiero di questo secolo


Unità, 26 settembre 1989


Alessandro dal Lago


Nel corso delle polemiche sulla filosofia di Heidegger, seguite alla pubblicatzione del libro di Farias, Heidegger e il nazismo, pochissimi hanno posto il problema dell'influsso del filosofo sul pensiero del Novecento, come se si trattasse di una questione scontata o priva di interesse. Non l'hanno posto i critici, convinti probabilmente che la distrazione dei suoi errori politici fosse sufficiente ad eliminare l'interesse per Heidegger dal dibattito contemporaneo. Non l'hanno posto gli apologeti, nell'ansia, forse legittima ma anche precipitosa, di separare uomo e pensatore. In questo modo le discussioni attuali su Heidegger, quando pur non rientrano nella consueta letteratura secondaria, ignorano alcuni aspetti sicuramente singolari degli effetti che ebbe sulla nostra cultura.

Uno di questi effetti è indubbiamente il ruolo eversivo che la prima grande opera di Heidegger, Essere e tempo, ha avuto sulla cultura filosofica degli anni Trenta. Ciò che è stato chiamato esistenzialismo (e che ovviamente non può essere fatto discendere dal solo Heidegger) sarebbe impensabile senza l'influsso di Essere e tempo. Sullo sfondo di una filosofia accademica ormai sterile come quella tedesca degli anni Venti e Trenta, il libro di Heidegger – insieme a poche altre eccezioni, come il grande La stella della redenzione di Rosenzweig – aveva lo stesso effetto di un uragano filosofico. Ai posto delle aride dissertazioni epistemologiche o etiche dei neokantiani (con il loro primato della conoscenza, e il tentativo immane di dare un senso globale alla cultura moderna), Heidegger attribuiva cittadinanza filosofica a temi come la Morte, la Cura, l'Esserci, la Chiacchiera, il Destino - che rimandavano istantaneamente all'esperienza di una generazione, uscita dalla guerra.

La rivoluzione concettuale, che in Husserl e nella fenomenologia era ancora interna alla filosofia, diveniva in Heidegger un appello al pensiero indipendentemente dalla filosofia. Se il soggetto husserliano è ancora un'istanza fondamentalmente cognitiva, l'Esserci di Heidegger definisce una condizione contemporaneamente implicata nella storia, nella vita quotidiana, nella cultura, nelle relazioni affettive. Ma proprio nel momento in cui aveva forgiato un nuovo strumento del pensiero, Heidegger non cedeva ad alcun tipo di prometeismo. L'Esserci dell'uomo si batte per sfuggire al condizionamento dell'impersonale, della società e del suo tempo. Ma in questa lotta, il processo di riappropriazione di se stesso (processo che nella sua tarda opera sarà espresso nel concetto di Ereignis) non è protetto da alcuna garanzia. Non è affatto casuale che, come tante opere letterarie e filosofiche tra Ottocento e Novecento anche Essere e tempo sia un'opera incompiuta, e quindi strutturalmente negativa.

Questi aspetti possono spiegare il successo dell'opera non nella cultura accademica, ma tra la gioventù radicale tedesca. Appare qui un fatto singolare, che nessun tipo di polemica retrospettiva può eliminare. Tra gli allievi di Heidegger, prima del 1933, non si contano solo ebrei (come il suo assistente Brock, Hannah Arendt, Löwith) ma anche militanti e simpatizzanti di sinistra come Anders e Marcuse. La questione avrebbe scarsa importanza se poi non fosse evidente l'influenza di Heidegger sulle loro opere. E' difficile pensare che, perfino 40 anni dopo, L'uomo a una dimensione di Maracuse non debba qualcosa a Heidegger. E lo stesso si può dire, a maggior ragione, per il pensiero di K. Löwith, con la sua peculiare storiografia filosofica antistoricistica, e quello di Hannah Arendt.

Queste relazioni di indubbia discendenza teorica sono evidenti perfino nella distanza che gli allievi presero dal maestro dopo il 1933. Benché le relazioni personali di Heidegger con loro divenissero pressoché impossibili dopo il 1945 (con la parziale eccezione di Hannah Arendt e anche di Löwith), nessuno riuscì a cancellarne l'ombra dal proprio orizzonte. Perfino Marcuse, che come ebreo radicale aveva fin troppi motivi per disprezzare Heidegger, ha sempre distinto tra il pensatore – con la sua straordinaria capacità di pensare quasi al di là di se stesso – e l'uomo con le sue maschere spesso grottesche (il rettore, il membro del partito, ma anche il provinciale compiaciuto dei tramonti e delle selve del Baden). Se ricordo questi aspetti non è per riproporre un'apologia più o meno obliqua dell'uomo, ma per mostrare che in passato la cultura di sinistra è stata debitrice, direttamente o indirettamente, di Heidegger. A meno che la filosofia non sia concepita come mera storia della scienza, o epistemologia - punto di vista assai diffuso a sinistra - è fuori discussione che essa, anche nelle sue versioni radicali, ha filtrato temi heideggeriani. Ciò è avvenuto anche quando - come nel caso di L'essere e il nulla di Sartre - questi temi sono stati sostanzialmente travisati. Ma ancora più interessante dell'influsso diretto e indiretto di Heidegger sulla cultura di sinistra, è il movimento contrario, e cioè l'interesse di Heidegger per esperienze filosofiche e letterarie che hanno ben poco a che fare con l'orizzonte indubbiamente angusto del suo mondo friburghese, Heidegger ha sempre avuto una predilezione per poeti e letterati. Si può perfino affermare che alcuni interessi centrali della sua tarda opera (quella che segue la cosiddetta «svolta») provengano dalla frequentazione di interessi letterari. Ciò vale per la sua riflessione per la tecnica, in cui si può avvertire l'influsso dei fratelli Jünger, Ernst e Friedrich Georg. Tuttavia, al di là di questo interesse - che nel caso di Jünger rientra nella critica conservatrice della modernità - è singolare, e assai meno nota, la relazione di Heidegger con René Char.

Char non è stato solo il poeta surrealista della ribellione contro i «porci» negli anni Venti e Trenta, e poi, nel dopoguerra, il meraviglioso cantore della luce di Provenza. E' anche il capo partigiano del Midi a cui furono attribuiti incarichi di altissima responsabilità, e che ha ricordato in Fogli d'Hypnos - una delle più belle testimonianze, assolutamente spoglie di retorica, della lotta contro il nazismo - le sue esperienze di guerra. Se Heidegger compare in qualche testo di Char come un amico fedele degli ultimi decenni (Heidegger visisitava spesso Char in Provenza), il poeta è stato per il filosofo fonte indispensabile di meditazione. Si potrebbe allora mostrare come tante pagine di Heidegger sul paesaggio naturale e sulla distruzione della terra - che i positivisti incrollabili vorrebbero eliminare dal discorso filosofico - debbano molto al sobrio lirismo di Char. E lo stesso può valere per il ruolo sempre più decisivo che la meditazione poetica - o meglio la sostituzione, nell'attività di pensiero, della poesia alla filosofia tradizionale - assume nelle opere di Heidegger del dopoguerra.

Nel rapporto di Heidegger e Char non dovremmo vedere soltanto un esempio della magnanimità del poeta, un uomo che evidentemente sapeva comprendere e perdonare, o meglio sapeva attribuire agli errori dei pensatori il loro esatto rilievo. In questo senso la loro amicizia è difficilmente assimilabile agli stereotipi a cui i recenti dibattiti hanno voluto ridurre la figura di Heidegger. Ma soprattutto dovremmo scorgere una possibilità di pensiero. L'ex partigiano amico dei pescatori e dei vagabondi di Provenza e il filosofo hanno, ognuno a suo modo e nel proprio linguaggio, evocato la distruzione della terra (non della natura astratta, ma della natura abitata, il paesaggio). Eppure, la difesa del Luogo degli uomini - in alcuni casi militante, come quando Char, nel 1966, guidò la protesta popolare contro l'installazione dei missili atomici in Vaucluse - non ha in entrambi, in Heidegger e in Char, alcunché di idilliaco. Come Heidegger ha ribadito in tutta la sua opera, la distruzione dell'abitazione umana è l'ultimo atto conosciuto di una storia millenaria. E in questo riconoscimento di un'antica perdita, egli potrebbe accettare lo splendido aforisma di Char «Noi non invidiamo gli dei, non li serviamo, non li temiamo, ma a rischio della vita attestiamo la loro esistenza molteplice, e ci emoziona saperci della loro stirpe avventurosa, quando finisce il ricordo di loro». Se la filosofia di Heidegger fosse riletta oggi non mediante qualche sedicente biografo politico, ma attraverso il prisma del suoi amici poeti, essa rappresenterebbe anche - al di là dell'uomo che ne è autore - un'indicazione per chi si colloca a sinistra.



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