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Da Libro bianco.

Indice

Heidegger non era un sentimentale

Corriere della Sera, 9 marzo 1989


Emanuele Severino


In concomitanza con il Seminario internazionale su «Heidegger e il destino della filosofia», organizzato dall’Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli dal 6 al 17 aprile, compare in questi giorni in libreria la traduzione italiana de «I problemi fondamentali della fenomenologia», recentemente presentata dall’editrice «Il melangolo». Il volume merita un’attenzione particolare. Si tratta di quella terza sezione della prima parte di «Essere e tempo», l’opera maggiore di Heidegger, che il filosofo non aveva più pubblicato o meglio, di cui aveva ritardato di quasi mezzo secolo la pubblicazione.

Il singolare rilievo di questo libro è confermato anche dalla circostanza che Heidegger preferì che da esso, apparso nel 1975, incominciasse la «Gesamtausgabe», l’edizione integrale delle sue opere. A differenza di tanti altri scritti di Heidegger è un libro all’insegna della chiarezza e della trasparenza, dove vengono alla luce le radici storiche e gli interlocutori della filosofia heideggeriana: Kant, Hegel, Tommaso d’Aquino, Suarez Duns Scoto, Aristotele, Platone; ma anche Hobbes, J. St. Mill, H. Lotze, W. Schuppe. Gli giova il suo essere stato il testo che il filosofo ebbe a leggere in buona parte (e in buona parte ad ampliare oralmente) nel corso del semestre estivo del 1927 presso l’Università di Marburgo Lahn. Gli giova anche l’andamento del discorso, che non presuppone la conoscenza di «Essere e tempo» ma, più o meno, incomincia tutto da capo. Particolarmente interessante, quindi, l’«Introduzione», dove si dispongono tutte le pedine del gioco successivo. Colpiscono le intenzioni fortemente aristoteliche del discorso «La filosofia e scienza dell’essere», non di questo o quell’ente.

Ma per Heidegger la scienza dell’essere è fenomenologia, cioè svelamento dell’essere. E qui la lontananza da Aristotele non potrebbe essere maggiore. Non è il caso che qui Heidegger non parli mai del «Principio fermissimo» (sarà chiamato «principio di non contraddizione») su cui Aristotele appoggia tutto e che non è un semplice svelamento, ma la connessione necessaria dell’essere con se stesso. Gli enti sono tutto ciò di cui diciamo: «è» ossia di cui affermiamo l’essere. Il vivente è, l’insieme delle figure geometriche e dei numeri è, Dio è, un qualsiasi evento storico è, l’atomo è. Ma, come scienza dell’essere, la filosofia non è studio del vivente, dell’aspetto quantitativo della realtà di Dio, del mondo storico. Essa è la comprensione del loro essere. Certo la filosofia non può non riferirsi alle cose, ma le pensa in quanto esse sono. Aristotele diceva appunto: la filosofia è scienza dell’ente in quanto ente. Ma, per Heidegger, oltre agli enti c’è l’essere. L’essere non è un ente: di esso non possiamo dire che «è», semmai possiamo dire che «si da» cioè «si manifesta». Non continuiamo forse a pronunciare questo «essere» quando diciamo che il cibo è buono, l’acqua è fresca, il tempo è bello, il tre è maggiore di due, la fabbrica è una produzione organizzata di merci e così via? Il linguaggio comune riesce infatti (ma già con qualche difficoltà) a dire: «L’uomo è»: ma per il linguaggio comune non ha più senso dire «L’essere è». Anche Tommaso d’Aquino osserva che se ha senso dire che un uomo corre, non si può invece dire che il correre stesso corre, e quindi – egli conclude «come non possiamo dire che il correre stesso corra, così non possiamo dire che l’essere stesso “è”». Heidegger non richiama questa affermazione di Tommaso (e di Aristotele) ma in questo suo testo pensa conformemente ad essa. Quando invece dopo anni Heidegger dirà che «il linguaggio parla» si muoverà verso una struttura concettuale opposta, cioè sosterrà un’affermazione del tipo: «il correre corre». Ma intanto è proprio quel modo di pensare di Tommaso e di Aristotele che gli consente di introdurre il principio della «differenza ontologica», della differenza cioè tra l’essere e l’ente . D’altra parte è proprio per questo suo «darsi» (o manifestarsi) che l’ente diventa per noi accessibile, sperimentabile, comprensibile. «Non possiamo cogliere gli enti in quanto tali, gli enti in quanto enti, solo se comprendiamo qualcosa come l’essere». Heidegger sottolinea con forza particolare la «precedenza» della comprensione dell’essere rispetto ad ogni esperienza. In questa «precedenza» intimamente legata a ciò che Kant chiamava l’«a priori» emerge infatti il senso del «tempo» e il tempo è la dimensione in cui è possibile la comprensione dell’essere. L’essere è prima dell’ente. Tuttavia «il fatto che il tempo sia l’assolutamente primo come possibilità di ogni “prima” non implica che esso sia l’ente supremo, e neppure che sia sempre, che sia eterno». Heidegger è d’accordo con Kant, per il quale il tempo non è «nel tempo» (cioè non si trova, a differenza di tutte le cose, in mezzo al corso del tempo). E dire che il tempo non è nel tempo equivale a dire, per Heidegger, che l’essere non è un ente che si trova in mezzo agli altri enti. E tuttavia il tempo – e quindi l’essere – non è qualcosa che «sia sempre che sia eterno». La non eternità dell’essere – e, a maggior ragione degli enti, che sono nel tempo – è la convinzione di fondo di tutto il pensiero occidentale. Tuttavia l’uomo ha innanzitutto a che fare con gli enti. Questo significa: l’essere, che è «prima», ed è già da sempre compreso, «è stato dimenticato», e la sua comprensione «deve necessariamente prendere la forma di un ritorno di ciò che abbiamo già una volta e fin dall’inizio compreso». Ma questo, per Heidegger, non ha nulla a che vedere con «un’intuizione esaltata misteriosa», con ciò che Kant chiamava «filosofia del sentimento» («visioni del mondo, magia, mito»). Senza mezzi termini Heidegger scrive qui che la temporalità dell’essere «si dischiude solamente in un lavoro concettuale». E l’opera si chiude appunto richiamando contro la «filosofia del sentimento» un passo di un breve scritto di Kant: «Di un tono di distinzione recentemente assunto in filosofia». Kant si riferiva al recente linguaggio mistico-platonico che avanzava affermazioni di questo tipo: «Ogni filosofia umana può indicare soltanto l’aurora; il sole deve essere presentito»; «poiché non può rimuovere il velo di Iside, lo sa rendere tuttavia così sottile che si può presentire la divinità che ne è avvolta». Kant commenta rudemente: «Quanto sottile sia il velo, qui non è detto, ma esso è evidentemente ancora così fitto che si può fare del fantasma ciò che si vuole». Il fantasma è il soprasensibile che si illude di scoprire attraverso la semplice soggettività del sentimento. Quella di Heidegger è stata spesso intesa come una «filosofia del sentimento». E spesso egli ha prestato il fianco all’accusa. E si è tenuto caparbiamente nel cassetto, fino a pochi mesi dalla morte, l’opera che più di ogni altra avrebbe potuto eliminare questo equivoco.



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