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Da Libro bianco.

Indice

L'imputato Heidegger

Repubblica, 05 novembre 1988


Vanna Vannuccini


FRANCOFORTE Uscirà in gennaio l' edizione tedesca del libro di Victor Farias sul rapporto tra Heidegger e il nazismo, di cui Repubblica si è a suo tempo ampiamente occupata. Juergen Habermas, che da anni sta tentando di dimostrare l' esistenza di un nesso tra il pensiero di Heidegger e la sua visione politica, ha scritto, non a caso, una lunga prefazione al volume di Farias. Il filosofo è in partenza da Francoforte per Milano, per presentare questo suo scritto in Italia (è stato pubblicato da Micromega). La versione tedesca del libro di Farias sarebbe dovuta andare in libreria già in ottobre, ma era stata imprudentemente impostata sulla traduzione francese: e quando si sono fatti i riscontri con l' originale spagnolo (Farias è cileno), si è visto che c' erano degli errori. Il ritardo ha anche una seconda causa: Farias è riuscito finalmente a consultare archivi che finora gli erano stati preclusi e ha integrato la traduzione tedesca con nuovo materiale proveniente dal carteggio tra Heidegger e Marcuse. E allora? Non dovremo più leggere Essere e tempo così come non leggiamo più Mein Kampf? Certamente no, è la risposta di Habermas. Sarebbe fuorviante supporre che la sostanza dell' opera di Heidegger, e anzitutto il pensiero di Essere e tempo, possa essere screditata da valutazioni politiche, scrive nell' introduzione. E nemmeno condivide la rigida concezione dell' unità tra persona e opera, sostenuta ad esempio da Jaspers, perché non tiene nel conto dovuto l' autonomia del pensiero e la storia della sua influenza. In tal caso, che cosa spinge Habermas a occuparsi del passato politico di Heidegger? Habermas non sarebbe Habermas se non mettesse subito in primo piano i due interrogativi che l' hanno ossessionato per tutta la vita. Il primo è : che cosa ha reso possibile Auschwitz? Quali sono le tradizioni che hanno reso i tedeschi ciechi di fronte al nazismo? C' è una matrice conservatrice, irrazionalistica, della storia tedesca, alla quale la Germania potrebbe sempre tornare ad attingere? Il secondo interrogativo riguarda la storia del nuovo Stato democratico nato dopo la guerra: perché è mancata la catarsi?Perché il dopoguerra è stato segnato da un clima di rimozione? Heidegger fornisce a Habermas un esempio emblematico che risponde ad entrambe le domande: rappresenta la fatale tendenza della filosofia tedesca a dimenticare, attraverso l' astrazione, il reale, la storia e la società, e al tempo stesso impersona sintomaticamente la mentalità postbellica tedesca. Il problema , sostiene Habermas, non è il rapporto tra l' opera e la persona, ma la mescolanza tra ideologia e filosofia.La sua tesi è che la filosofia di Heidegger si sviluppa in adattamento agli eventi e ai giudizi politici e personali. Non gli regala nemmeno lo status di precursore del nazismo. Heidegger, dice, modifica la sua critica filosofica della ragione sotto l' influenza di tre fattori: la crisi personale religiosa, la crisi mondiale del ' 29, e l' ideologia nazionalsocialista. In altre parole si adatta: la via della critica heideggeriana della metafisica passa, dopo gli inizi esistenzialistici, attraverso tre tappe: conservatrice, nazionalrivoluzionaria, nazionalsocialista, fino ad arrivare alla filosofia pura, fatalistica e astratta, del dopoguerra. LA VULNERABILITA' potenziale del pensiero heideggeriano sta per Habermas nella sua incompiutezza: è la mancanza di una dimensione sociologica (e cioè, per Habermas, morale) che rende la critica heideggeriana dell' Occidente suggestionabile dalla nuova prospettiva, da quello che Habermas chiama appunto matrice conservatrice. Adattandosi all' ideologia nazista Heidegger introduce nel suo sistema filosofico le figure mediatrici: capo, seguaci, popolo, duce. E corrispondentemente a questa gerarchia sviluppa un nuovo concetto del suo ruolo di filosofo: l' idea di poter guidare il duce, den Fuehrer fuehren. Nuovo adattamento dopo il ' 45, sostiene Habermas: deluso da com' è andata la storia, Heidegger si separa ancora più radicalmente dalla storicità dell' Essere. Il luogo storico è abolito. Lo studioso arriva così al giudizio morale: dobbiamo distinguere tra l' Heidegger storico prima del ' 45 e l' Heidegger contemporaneo, quello che si nega al confronto con la storia, dopo. Habermas, come è noto, ha passato un anno a controbattere quegli storici che, allo scopo di dare un senso d' identità nazionale ai giovani tedeschi, cercano di restituire la Germania a Goethe e a Beethoven , quasi che Hitler fosse scivolato tra le pieghe della storia,da qualche parte tra Holderlin e Gunter Grass. In fondo, anche la sua Teoria della comunicazione nasce dalla disperazione di questo conflitto tra le generazioni. Alla miseria esistenziale dell' uomo nel ventesimo secolo Habermas offre una via d' uscita attraverso un agire comunicativo che si rivolge agli altri cercando un' intesa fondata sulla convinzione razionale. Tipicamente, alla fine, la critica di Habermas a Heidegger e alla recezione acritica di Heidegger nel dopoguerra si accompagna ad un appello: si dica addio una volta per tutte a quelle tendenze del pensiero tedesco che hanno reso possibile la perversione ideologica e che Habermas chiama atteggiamento mentale antioccidentale. Il filosofo e il suo ruolo nella società, il suo rapporto con il potere: su questo, dice Habermas, occorre riflettere. Ma è un appello che pochi hanno raccolto. Prima la filosofia è, al contrario, lo slogan di Gadamer. Gadamer respinge sia la tesi di una affinità tra il pensiero filosofico di Heidegger e il nazionalsocialismo, sia i tentativi di riabilitazione che diagnosticano in Heidegger un puro e semplice opportunista o politicamente confuso. Heidegger, sostiene Gadamer, soggiacque a una illusione politica. Credette, alla maniera platonica, nella missione del filosofo negli affari politici. Quando la missione si rivelò illusoria, voltò le spalle alla rivoluzione corrotta. Allora, tornato da Siracusa?: con questa allusione al rientro di Platone dalla visita al tiranno lo salutò per strada un collega di Friburgo quando Heidegger, nel ' 34, si dimise dall' incarico di rettore perché non voleva licenziare due colleghi invisi al regime. IN GENERALE, le reazioni degli intellettuali tedeschi al libro di Farias sono state essenzialmente di stupore: non per le rivelazioni dell' autore, ma piuttosto per il successo riscosso in Francia dal suo libro. Farias, sostiene Juergen Busche su una rivista della sinistra verde, Pflasterstrand, ha contribuito al folklore heideggeriano: ormai dominano nella discussione pregiudizi, umori, superficialità. Farias allude, anziché argomentare, dice Busche. Se Heidegger ha avuto una colpa (e qui è d' accordo con Habermas) , la sua colpa è un pensiero senza ethos, un pensiero che rifiuta la colpa. La cosa fatale è che il ventesimo secolo ha prodotto una morale (non un pensiero) che rende possibile rifiutare l' innocenza. Michael Haller su Die Zeit riconosce a Farias almeno il merito di aver provocato una querelle dei filosofi analoga a quella che l' ha preceduta tra gli storici sull' unicità (morale e storica) o meno dei crimini nazisti. Occorre far ricorso alla autolimitazione della ragione quando si affrontano queste filosofie fondamentaliste che rivendicano il vero Essere, scrive Haller. Ma è legittimo usare il pensiero heideggeriano come una cava il cui reperto più importante è la paura del singolo di fronte alla morte alla fine di una vita vissuta impropriamente: questo rende l' uomo ancora più debole di fronte alle seduzioni. Solo Augstein sullo Spiegel dà perfettamente ragione a Habermas: c' è un nesso essenziale tra l' agire politico e il pensiero filosofico di Heidegger: entrambi sono un sistema di bugie e dissimulazioni che però, per quanto riguarda la filosofia, è difficile da smascherare. Qui sta, secondo Augstein, l' aspetto demoniaco del prete-profeta, dello sciamano della parola. - di VANNA VANNUCCINI



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