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Da Libro bianco.

Indice

Il pensiero alla sbarra?

Victor Farias, un falso inquisitore


Il Manifesto, 12 maggio 1988


Umberto Galimberti


Ho conosciuto Heidegger nel 1962 a Friburgo e ho saputo le cose, che Victor Farias riferisce fragorosamente al mondo, da Jasper che ho frequentato fino al 1965. Questo non mi ha impedito di tradurre e pubblicare in italiano opere di Heidegger e di scrivere due libri sul suo pensiero e uno sull'applicazione delle sue categorie in campo psichiatrico.

Non mi sento per questo un «mistificatore» come vuole l'accusa rivoltami da Farias, né uno che «non vuole perdere il suo giocattolo» per paura di non aver più nulla da «montare e da smontare». E' proprio vero che si rivolgono agli altri le accuse che intimamente riteniamo di dover rivolgere a noi stessi. Se non ci fosse il giocattolo «Heidegger e il nazismo», chi conoscerebbe Victor Farias?

Oggi Bollati-Boringhieri pubblica in italiano il libro di Farias volto a mostrare l'intima connessione tra l'adesione al nazismo di Heidegger e il cuore della sua filosofia, per cui tutti coloro che si sono occupati con passione e interesse della filosofia di Heidegger sono, per sillogismo, o degli imbecilli che non hanno capito questo nesso o dei criptonazisti da smascherare.

Per effetto di questa deduzione Farias parla, nell'Introduzione all'edizione italiana del suo libro, di Emanuele Severino come dell'«inumanità in atto», di un «ideologo militante» che, lungi dall'essere vicino a Hegel come ritiene, è in realtà pericolosamente vicino a Hitler»; parla di Gianni Vattimo come di un «fan di Heigedder» che ne decostruisce e ricostruisce il pensiero evitando di accostarsi al cuore di questa filosofia per non vedere l'anima nazista che la promuove. E poi di Diego Marconi e di Alfredo Marini per i quali, a sentire Farias Heidegger è «creatore di diritto per il solo fatto di essere grande».

E così questi colpi di martello, buttati li un po' a caso, Farias, dopo aver accusato i filosofi italiani che si sono occupati di Heidegger di «servilismo», manda a compimento, come conviene ad ogni buon «servo» l'operazione che Habermas ha iniziato nell'ottobre scorso sulla pagina culturale di Repubblica. A quell'epoca, quando il libro di Farias non era ancora pubblicato in Francia (e poi perché in francese? Per far dispetto a Heidegger che aveva detto che solo la lingua tedesca era idonea a esprimere il senso dell'essere?), Habermas rilascia a Repubblica un'intervista che, sollevando il problema «Heidegger e il nazismo», consente a Rosellina Balbi di chiedersi, senza punto di domanda, se questo era un maestro. Certo che Heidegger fu un maestro, il più grande maestro del Novecento, cosi come fu un discreto nazista perché al nazismo non negò solidarietà e consenso. L'ho già scritto per invitare a entrare in questo intreccio, ma, per favore, senza affidarsi alle ricerche d'archivio di Victor Farias che ha speso tutta la sua vita a fare negli archivi l'investigatore privato della fede politica di Heidegger. Concedo a Farias tutte le cose che scrive nel suo libro edito in Francia da Verdier, un editore che non si è mai occupato di filosofia; ma solo per ricordargli, a commento di tutte le sue documentate accuse contro Heidegger, la conclusione della relazione consegnata da Karl Jaspers alle forze americane di occupazione che nel 1945 volevano sapere qualcosa di più circa la partecipazione di Heidegger al nazismo.

La commissione di indagine era composta da Nicolaj Hartmann, da Romano Guardini e da Karl Jaspers che aveva pagato la sua opposizione al regime con l'esilio e la rottura della sua amicizia con Heidegger. Ebbene Jaspers, proprio quello Jaspers che nell'autunno del '45, parlando all'università di Heidelberg della colpa della Germania era uscito con quell'espressione: «La colpa di noi tedeschi è di essere ancora vivi», aveva avvertito le forze di occupazione alleate che «chi avesse fatto tacere una voce come quella di Heidegger si sarebbe reso responsabile di fronte alla storia universale», Solidarietà tra colleghi? No, perché Jaspers e Heidegger a partire dal 1933, fino alla loro morte, avvenuta per Jaspers nel 1969 e per Heidegger nel 1976, non si parlarono più e si guardarono bene dal fare reciproco riferimento ai rispettivi pensieri, nonostante la cultura europea li avesse da tempo accomunati quali massimi esponenti di quella corrente che oggi conosciamo come «esistenzialismo».

A differenza di Jaspers, Heidegger non aveva mai avuto una sensibilità politica; la sua adesione al nazionalsocialismo è provata, ma il senso di questa adesione è enormemente al di là del fatto, come la Repubblica di Platone è abissalmente al di là dello Stato che il filosofo ateniese pensava fosse possibile realizzare a Siracusa col tiranno Dionigi. Il pensiero filosofico è sempre al di là dei fatti, e l'attualità storica non è mai criterio di giudizio.

Quello che Heidegger vide nel nazionalsocialismo era il primo sorgere di quella dimensione, che poi diverrà mondiale, costituita dal dispiegarsi totale della tecnica, generatrice di un mondo cosi nuovo da non poter essere interpretato con le categorie con cui l'uomo occidentale aveva fino allora compreso se stesso; perché fino ad allora la tecnica era stata solo uno strumento nelle mani dell'uomo, mentre da allora in avanti sarebbe stato l'uomo a essere seguito dalla tecnica, fino agli eventi più insignificanti della sua condotta.

Rispetto a questa assoluta novità, che mai l'uomo aveva sperimentato, le categorie greche, quelle cristiane e le forme politiche (anche lo Stato di diritto e la democrazia) per Heidegger non si rivelano all'altezza del dominio tecnico che va via via assumendo la forma della Terra. In questo senso Heidegger parla di «rottura» e di «sradicamento» e da il via a quel nuovo modo di «pensare» che è un «passare» dalle categorie pre-tecnologiche, con cui l'uomo ha finora interpretato se stesso, a forme di pensiero tutte da inventare per un'epoca in cui l'incidenza della soggettività dell'individuo nella storia diventa sempre più insignificante se confrontata con quella nuova soggettività anonima e totale, non più individuale ma funzionale, che è la tecnica.

Su questo discorso dovrebbe meditare anche Jürgen Habermas di cui la pagina di Repubblica riportava la citata intervista. Il caro Habermas difficilmente avrebbe potuto scrivere Teoria e prassi nella civiltà tecnologica se non avesse letto Heidegger e da Heidegger non avesse imparato che cos'è techne. Si possono sempre nascondere i propri debiti, ma non quando sono cosi immensi e quando si passa la vita a scrivere diecimila pagine a commento di quell'intuizione che Heidegger ebbe proprio a partire dal 1933, quando il nazionalsocialismo diede la prima dimostrazione della non-incidenza storica dell'individuo se davvero si fosse compiutamente dispiegata l'età della tecnica. A questo proposito si legga l'intervista rilasciata da Heidegger al direttore di Der Spiegel, ora edito in Italia a cura di Alfredo Marini per l’editore Guanda , dove Heidegger dichiara che l'avvento della tecnica condizionerà sia l'americanismo sia il comunismo appiattendone le differenze. Habermas nei suoi libri dirà le stesse cose, ma allora perché non riconoscerne il debito?

Questo debito non lo nascose Jean Paul Sartre quando nel 1933, di ritorno dall'Istituto francese di Berlino, nel porre mano alla sua opera maggiore L'essere e il nulla, dichiarerà di essere stato sollecitato a scriverla dal «desiderio di elaborare i fondamenti dell'ontologia heideggeriana». Non lo nascose Jean Beauffret, eminente figura della resistenza francese e destinatario della Lettera sull'Umanismo di Heidegger, quando, nonostante l'abissale distanza politica e ideologica, disse: «Heidegger insegnava ai francesi a pensare».

E poi Hans Georg Gadamer, il fondatore dell'ermeneutica che, dopo aver sensibilizzato pensatori e poeti su che cos'è «interpretazione», «lettura» e «verità» scrive: «A partire dal momento in cui, con Essere e tempo (1927), Heidegger riconobbe all'ermeneutica dell'esserci un ruolo basilare nella costruzione della filosofia, la teoria dell'interpretazione ha progressivamente perduto la fisionomia di disciplina 'tecnica' per acquistare il rilievo di disciplina 'filosofìca'».

Ma qui le testimonianze nelle varie discipline potrebbero moltiplicarsi senza difficoltà. Si pensi alla psichiatria costretta a rivedere il suo metodo di indagine e l'intero suo impianto categoriale dal giorno in cui Ludwing Binswanger incominciò a interpretare le forme della malattia mentale usando le categorie heideggeriane della temporalità per leggere «malinconia», «mania» e schizofrenia». Da Binswanger, Maurice Merleau-Ponty, Michel Foucault, Roland Laing, David Cooper e tutta quella psichiatria sociale che ha incominciato a leggere la sofferenza psichica non solo come una vicenda che si svolge nel mondo chiuso dell'individuo (Dasein), ma come qualcosa che inerisce alla convivenza (Mit-dasein) degli individui nel loro radicale essere-gettati-nel-mondo per un progetto che la follia fa naufragare.

Resta ancora da citare la teologia e il suo radicale rinnovamento linguistico, e quindi ermeneutico ed esegetico, che Bultmann e Barth riconoscono essere stato possibile grazie «al nuovo modo di pensare inaugurato da Heidegger», alle sue metafore che dischiudono uno spazio simbolico dove gli enigmi della fede possono trovare una loro apertura di senso.

Tutto questo è Heidegger. Quell’Heidegger discretamente nazista che non impedì a Pietro Chiodi, morto per i postumi mai risolti della sua prigionia in Germania, di tradurre per la U.t.e.t. Essere e tempo.

Ma poi che criterio filosofico è quello di Farias che, senza discutere una sola tesi della filosofia di Heidegger, ne coglie il «cuore» scavando nella biografìa? Se il «metodo biografico» fosse il criterio per leggere e capire la filosofia, allora dovremmo chiudere la storia della filosofia con Socrate e domandare a Aristotele perché, dopo la morte di Alessandro Magno, fuggì da Atene con la scusa che già la città si era macchiata di un delitto contro la filosofia, dovremmo chiedere a Cartesio cosa faceva con quella bambola idraulica a cui i marinai della nave che lo portava in Inghilterra imputarono il naufragio scampato, dovremmo chiedere a Schopenhauer che connessione c'era tra le case di tolleranza che frequentava e le sue lezioni sulla necessità della castità per sconfiggere la volontà irrazionale. E via narrando.

Ma alla filosofia spetta il compito della testimonianza esistenziale? E, in difetto di questa, dobbiamo misconoscere intuizioni e pensieri? Heidegger è stato nazista, ma non è vero che «i filosofi hanno accolto l'annuncio con sorpresa» come recitava La Stampa del 22 ottobre 1987, per la semplice ragione che lo sapevano già; ma, da filosofi, non avevano mai pensato che i fondamenti di un pensiero si dovessero cercare nella biografia. Capisco che le biografie sono più godibili e più facili da leggere di quanto non lo siano i testi filosofici, ma mi domando come si possa cogliere «il cuore della filosofia di Heidegger» senza inoltrarsi in uno solo dei suoi pensieri. Condivido pertanto il giudizio di H.G. Gadamer, pubblicato sul Corriere della sera del 1 maggio 1988: «E' da commiserare il fatto che il libro di Farias, nonostante tutte le fonti studiate ed impiegate, sia, anche per le sue informazioni, cosi estrinseco alla cosa, e già da molto tempo superato, e che egli, laddove tocchi il terreno filosofico, sia di una semplicità grottesca e trabocchi addirittura di ignoranza».

Di questa ignoranza Farias da ampia prova anche nel suo panorama della filosofia italiana che fa da introduzione al suo libro. Come si fa a discutere con Severino e ad accusarlo come Farias lo accusa senza aver letto mai un suo libro, ma solo un servizio che Panorama ha fatto su Severino? Come si fa a dire che Diego Marconi è severiniano? Come si fa a dire che Jaspers fece una autocritica della sua posizione nei confronti dei nazismo, quando, per la sua opposizione politica, dovette lasciare la cattedra e riparare in Svizzera? Come si fa ad attribuire al sottoscritto, citandole da Alfabeta e virgolettandole, parole che su Alfabeta non sono scritte da nessuna parte?

Farias non discute di filosofia, e questa non è una colpa perché non tutti sono capaci, ma se le sue ricostruzioni storiche sono sul tipo della ricostruzione storica dei filosofi italiani che si sono occupati di Heidegger, allora l'operazione Habermas, che Repubblica ha sposato con tanto entusiasmo, non ha più bisogno di essere commentata, perché s'è raccontata abbastanza da sé.

Un consiglio ai lettori. Invece di spendere quattrini per il libro di Farias, li spendano più proficuamente per acquistare un libro di Heidegger, magari Essere e tempo edito dalla U.t.e.t. oppure Segnavia, edito da Adelphi, dove sono raccolti i saggi più significativi che hanno «segnato la via» dell'itinerario filosofico di Heidegger. Può essere un modo per arrivare, senza mediazioni, al «cuore» della sua filosofìa.



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