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Da Libro bianco.

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Il filosofo e il nazista. Cesare Luporini «1933 a Friburgo con Hidegger»

Occhiello

Martin Heidegger sarebbe stato veramente nazista. Lo annuncia un libro appena uscito in Francia. L'autore, Victor Farias, è uno studioso cileno che i vive e lavora a Berlino Est dove ha portato alla luce alcuni documenti che dimostrerebbero che il filosofo di Friburgo è stato regolarmente iscritto al partito nazista fino alla fine del regime, ma che è stato perfino un attivo antisemita e un delatore di colleghi universitari. Dopo queste rivelazioni (vere?) cambia qualcosa nell'interpretazione di Heidegger? Ne parliamo con Cesare Luporini, che ne fu allievo e a lungo meditò sul suo pensiero


Unità, 30 ottobre 1987


Giorgio Fabre


FIRENZE. Il primo accenno di Cesare Luporini è a Sartre. «Eravamo tutti e due a Venezia a un convegno, nel 1964, Sartre era appena stato attaccato su una rivista di Praga, io l'avevo difeso. Quindi, eravamo in rapporti cordiali e rammento che, così, a un pranzo, gli chiesi di Heidegger. Sapevo che Sartre era stato a Friburgo più o meno nel periodo in cui vi avevo studiato lo. Volevo conoscere i suoi ricordi. Ma lui, me lo rammento come se fosse oggi, si spaventò, si chiuse a riccio, non volle dire niente». Luporini invece è stimolato dalle polemiche a proposito di «Heidegger e il nazismo», scatenate da Victor Farias. Si sa che è immerso nel suo libro su Leopardi, e magari non ha tempo; e soprattutto è stato allievo (uno del pochi Italiani) del filosofo di Friburgo ed è legittimo aspettarsi un no di riservatezza. Invece, si presenta addirittura con alcuni fogli, fitti di appunti. Si è preparato minuziosamente a narrare e a narrarsi ha anche testi a portata di mano: Il primo Heidegger, «quello che conosco davvero». Il Sein und Zeit nell'edizione del 1931 («l'ho comprato con i buoni-sconto che ci dava Heidegger»), è crivellato di appunti. «Forse bisogna incominciare da Friburgo, dove iI filosofo insegnava, Friburgo era allora la capitale della fenomenologia, di un grande metodo filosofico. Husserl c'era stato fino a poco tempo prima e ora saliva in cattedra il suo scolaro di gran lunga preminente. Era "quella Germania", la Germania di Weimar. Un mondo meraviglioso, ricchissimo in tutti i campi culturali: letteratura, arte, musica, pensiero. «Friburgo era una città di provincia, ma in confronto, Parigi era nulla. Ci andai per la prima volta nell'estate del 1930, fino al giorno delle elezioni, quelle della sconfitta del partito nazista. Ebbi solo un rapido contatto con Heidegger, perché il semestre era quasi finito. Venivo dall'Italia, dall'idealismo italiano. Il mio era più gentiliano che crociano, tutto sommato, Ma ero scontento, inquieto. Di Haidegger avevo letto pochissimo più che altro gli articoli informativi di Ernesto Grassi, da Friburgo. Direttamente, nulla. Andavo a naso. Ecco, così a naso andai a Friburgo in cerca di una filosofia della libertà, una libertà che non fosse quella idealistica hegeliana. "Li - mi dissi - ci deve essere qualcosa che libera dall'apparato idealistico". E funzionò. Trovai un'idea di libertà che salvava l'irriducibilità dell'individuo e accentuava il lato della responsabilità individuale. In questo, la filosofia di Heidegger era "impolitica" nel senso di Thomas Mann. Ma anche questa era una garanzia, una garanzia che permetteva di passare dal "prepolitico" al "politico". Quella di Heidegger era la Germania democratica, dove non c'era bisogno che il filosofo si addossasse, in prima persona, la "politicità". Mentre chi viveva in regime fascista questo passo doveva farlo. «Ma tornai nel semestre estivo del 1991 e partecipai a un altro seminario. Heidegger era un vero "professore tedesco". Eppure si trovava anche in aperta polemica con il professoralismo dell'università tedesca e non lo nascondeva. Aveva un fascino enorme. Era un po' enigmatico e gentile. Piccolo. Somigliava a un contadino pugliese. Vestiva di nero, in quel modo un po' montanaro. Con le spalle poggiate alla cattedra, stava col gessetto in mano. Era il suo tramite con la realtà. I testi che commentava erano un pretesto per pensare alle cose, pensare direttamente. Per dare un'idea, quando arrivai nel 1931 il seminano era già cominciato da una ventina di giorni e Heidegger mi disse che stavano leggendo un piccolo testo di Kant. Me lo procurai e passai tutta la notte a studiarlo. La mattina dopo, quando arrivai, scoprii che erano arrivati solo a pagina 7.

«Tornai a Friburgo solo nel semestre estivo del '33, l'anno della presa del potere da parte dei nazisti. Friburgo non era una città nazista. Era la tipica città di frontiera che ne ha viste tante. E Heidegger pronunciò il famoso, famigerato discorso di assunzione del rettorato. Improvviso. Inatteso, almeno per noi. Ero in aula magna. E fu un trauma. Per me e per tutto il gruppetto di studenti stranieri. Ho un ricordo vivissimo di quella sala strapiena. C'erano, appoggiati alle pareti, gli studenti delle corporazioni, ricchi, nelle loro uniformi pittoriche e lussuose, le stesse di un secolo e mezzo prima. Il resto della sala era pieno di studenti in camicia bruna. Via via che si svolgeva il discorso, ebbi allora e ricordando ho ancora oggi quasi un'impressione cinematografica: gli studenti delle corporazioni entravano dentro i muri e invece prendeva animo il mondo piccolo borghese nazista. «Fu allora che perse senso il motivo per cui ero lì, la ricerca di una filosofia della libertà, suscitatrice di libertà. Dopo una settimana mi recai da lui e presi congedo. Nel nostro gruppo circolava un'ipotesi: che, fuori dalla politica com'era, Heidegger avesse preso semplicemente un abbaglio, che avesse visto nel nuovo potere solo uno strumento per la riforma dell'Università. Questo era l'abbaglio. E forse c'era qualcosa di vero in quelle supposizioni. «Resta il fatto che ritrattazioni, dopo, non ne ha mai fatte... Non ha avuto il coraggio. O è stato più vicino al nazismo di quanto potessi pensare? Era un opportunista? Era antisemita, come dicono adesso? Difficile dire. L'antisemitismo è un'entità ardua da cogliere. Se lui lo era davvero, lo nascondeva bene, perché era circondato da studenti ebrei, Marcuse, Löwith. Husserl era ebreo ed ecco la famosa dedica di Essere e Tempo: "a Edmund Husserl, con venerazione e amicizia". In seguito è scomparsa, ma per anni hanno tutti studiato su questo libro. «In ogni caso, per me quel distacco divenne definitivo. Ebbi ad esempio l'opportunità di incontrare Heidegger nel 1939, quando venne in Italia, "chaperonato" da Gentile, e fece una conferenza su Hölderlin a Villa Sciarra. Carlo Antoni e Delio Cantimori mi invitarono, ma io dissi nettamente di no. Anche se poi ero curiosissimo e mi facevo raccontare tutte le battute che diceva. E ancora, nel 1967 ci fu un'altra occasione, quando incontrai un circolo parauniversitario cattolico di Friburgo. Mi invitarono ad andare in quella città a tenere una conferenza su "marxismo e cattolicesimo"; e, per invogliami, mi scrissero che, non so come, avevano parlato di me con Heidegger, che mi avrebbe rivisto volentieri. Ciò mi fece decidere a non andare. «Io i miei conti personali li avevo fatti nel '33. Per il pensiero, anche dopo continuai a lavorare con quella sua spinta propulsiva. Fino al distacco, che avvenne nel 1941, con Situazione e libertà, dove dissi che nell'heideggerismo si parla molto di Storia, ma non la si afferra in concreto. E invece, cominciava a balzarmi evidente che il concreto della Storia era in Marx. Ecco, io considero Heidegger una tappa, ma altrettanto autorizzata che il crocianesimo o il gentilianesimo».

La sinistra. La sinistra, italiana e no, sembra dichiararsi sua debitrice. Perfino i verdi: dell'Heidegger antitecnica e pro-natura.

«È una questione che andrebbe posta a chi si è accostato a Heidegger direttamente da sinistra: a Cacciari per esempio. Io non posso simulare un'esperienza che non ho sentito più il bisogno di fare. Forse si può rispondere indirettamente, dicendo che Heidegger affronta dei problemi, epocali ed eterni insieme: la riproblematizzazione dell'Essere, il rapporto scienza-tecnica, gli atteggiamenti mentali che ci determinano fin dai greci, il tema del pensare al di là delle forme logiche e quindi il problema della poesia; l'approccio con la lingua. Il problema del futuro, del destino: ecco i verdi. Ma, ripeto, vorrei passare la parola ad altri, più giovani.

E la destra. Si ristudiano Heidegger e Gentile, si ridiscute il fascismo e il nazismo…

«Ho un rifiuto a stabilire una equivalenza tra Gentile e Heidegger. La filosofia di Gentile sbocca in una filosofia del fascismo, interpretata da questo a modo suo, naturalmente. E’ un processo che ha una coerenza: Gentile passa dal liberalismo autoritario dell'inizio del secolo al famoso stato etico, che poi con Hegel non c'entra niente. Col fascismo il rapporto è organico. Mentre non sono per niente persuaso che ci sia stato un rapporto organico tra il pensiero di Heidegger e il nazismo».

E poi Habermas, durissimo: Heidegger, Jünger eccetera, secondo lui avrebbero solo abilmente sfrattato un vuoto dello Stato democratico tedesco per inserire le loro istanze irrazionali…

«Ricordo che quando tornavo dalla Germania dicevo: il nostro fascismo è un fenomeno da paese arretrato. Ecco il nazismo, invece: fenomeno da paese avanzato, capitalistico, moderno. Non ho letto ancora il suo libro sulla modernità, ma può darsi che Habermas abbia ragione, che ci sia stato quel vuoto. Un conto era Heidegger visto dall'Italia, per cui l’"impolitico" diventava "prepolitico"; e un conto visto dalla Germania. Certo, Stato in Heidegger non ce n'era.



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