1871024IRE03

Da Libro bianco.

Indice

Se questo era un maestro

La Repubblica, 24 ottobre 1987


Rosellina Balbi


FRANCAMENTE, non si capisce perché mai libro del filosofo riletto Victor Farias (già allievo di Martin Heidegger), nel quale si documenta dettagliatamente l'adesione dello stesso Heidegger al nazismo, abbia suscitato in Francia tanto sconcerto. Secondo quanto ha scritto giovedì sulla Stampa Jaques Nobécourt, fino all’uscita del libro di Farias i francesi sapevano soltanto che Heidegger era stato rettore dell'università di Friburgo fra il 1933 e il '34. spinto dall'illusione che il nuovo regime avrebbe riscattato la Germania dalla «vergogna» di Versailles. Aveva pronunciato, è vero, qualche «discorso stonato», ma null'altro che gli si poteva rimproverare: tanto più che in seguito cadde - almeno per un certo periodo - in disgrazia.

In realtà, già da tempo si è accertato che, al momento dell’avvento al potere di Hitler, la posizione di Heidegger era abissalmente lontana da quella - per fare un esempio che ci riguarda - dei professori universitari italiani i quali (con sole undici eccezioni) presentarono giuramento di fedeltà al regime. In quel caso, si trattò di un comportamento dettato, in larghissima misura, da opportunismo, per non dire da vigliaccheria. E lo stesso vale, probabilmente, per la grande maggioranza di quei docenti tedeschi che non mancarono di proclamare la propria lealtà nei confronti del Terzo Reich, malgrado il conclamato disprezzo di quel regime per la cultura.

Per ciò che riguarda Heidegger, dicevo, le cose sono diverse, e lo si sapeva. Come scriveva nel '69 lo storico tedesco Karl D. Bracher nella sua opera su La dittatura tedesca (tradotta in italiano dal Mulino nel 1983), già l'accettazione del rettorato di Friburgo da parte di Heidegger era significativa: il filosofo sembrò infatti «dimentico che il suo maestro Edmund Husserl ne era stato bandito come “non ariano”»; peggio ancora, rivolse agli studenti un invito eloquente: «Le regole del vostro essere non siano più le idee! Il Führer, e lui soltanto, è la realtà tedesca presente e futura, e le sue leggi». Anche William Shirer, nella sua notissima Storia del Terzo Reich aveva fatto cenno della pubblica adesione al nazismo di molti «luminari» fra cui appunto Heidegger, citando in proposito il giudizio che ne avrebbe dato in seguito il professor Röpker: «Fu una scena di prostituzione che ha macchiato la storia onorevole della cultura tedesca».

In una «Memoria difensiva» scritta da Heidegger subito dopo disfatta nazista, ma resa pubblica solo qualche anno fa, il filosofo cercò di controbattere quelle accuse. Ma le sue argomentazioni furono demolite, non appena vennero conosciute, dal professor Hugo Ott - curatore, tra l'altro, di un'opera storica sull'università di Friburgo - sulla base di accurate ricerche di archivio (ne ha parlato nel novembre 1984 Giuliano Ferrara su l'Espresso) [1840826IES]. Adesso poi, proprio mentre l'editore Guanda manda in libreria una Intervista rilasciata da Heidegger al direttore dl Der Spiegel Augustein nel 1966 (e pubblicata anche questa dopo la morte del filosofo, nel 1976). Intervista nella quale il filosofo cerca ancora una volta di "chiarire" la sua posizione, ecco uscire il volume di Victor Farias, che sembra chiudere definitivamente la questione. Non solo, documenta Farias, nell'anno del suo rettorato Heidegger si comportò da nazista zelante (tre l’altro, denunciò come «pacifista» il professor Hermann Saudiger, futuro Premio Nobel per la chimica, e fece rapporto contro il professor Eduard Baumgarter, filosofo, in quanto «legato agli ebrei»); non solo si legò alle famigerate S.A. di Röhm; ma anche in seguito, malgrado certe (limitate) «distanze» da lui prese, mantenne un atteggiamento di sostanziale sostegno al regime: per fare un solo esempio fra i tanti possibili, restò sempre vicino al suoi amici dell'«Istituto d'igiene razziale» (non a caso, del resto, egli amava profondamente la figura del monaco secentesco Abraham di Santa Clara, violentemente antisemita). Come dicevo, dunque, c'è poco da stupirsi circa le rivelazioni sul filonazismo di Heidegger e difatti Jürgen Habermas, nell'intervista che pubblichiamo in questa stessa pagina, non se ne stupisce affatto, al contrario. Qui sorge, naturalmente, la vecchia questione del rapporto tra «pensiero» e «azione»; se cioè si debba o meno distinguere, negli intellettuali, il loro contributo alla cultura dai loro comportamenti politici e morali. E, accanto a questo problema di ordine generale, sorge un'altra questione. che riguarda specificamente Heidegger se cioè la sua filosofia sia lontana dall' ideologia nazista o se invece le sia parente. Pier Aldo Ravatti, in questa pagina sostiene la prima tesi; Habermas la seconda. E sull' argomento si continuerà certo a discutere.

Ma un punto mi sembra fuori di discussione: un professore che invita i propri allievi a bandire le idee e a sostituirle con il culto di un uomo (nel caso, Hitler ma la cosa non cambierebbe se anche si trattasse di un benefattore dell'umanità), può essere un grandissimo filosofo; sicuramente, come Maestro, è rinnegato.



Voci utilizzate nell'articolo

Opportunismo

Ostilità verso Husserl

Frase sul Führer

Denuncia di colleghi

Documento Baumgarten

Simpatia per le SA

Antisemitismo


Metodi applicati

Acritica delle fonti


Altri articoli collegati

1840826IES

Strumenti personali