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Da Libro bianco.

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La requisitoria di Habermas

Le accuse di filonazismo documentate da Victor Farias nel suo libro, appena pubblicato in Francia, ripropongono il caso: è lecito dividere la filosofia dall’uomo?

Heidegger si riapre il processo

A colloquio con lo studioso tedesco


La Repubblica, 24 ottobre 1987


Vanna Vannuccini


FRANCOFORTE — Da qualche tempo a questa parte, la Germania — ma non solo la Germania — sembra chiamata. dopo oltre quaran t'anni, a confrontarsi con il nazismo. C'è stato il «revisionismo» di alcuni storici tedeschi; c'è stato il caso Waldheim; c'è stato il processo Barbie; ed ora c'è, ancora una volta, il dibattito sul «coinvolgimento» di Martin Heidegger nel regime di Hitler. Così Jürgen Habermas, che per quattordici anni era vissuto in disparte nel ritiro di Starnberg (dove ha scritto que la che forse è la sua opera maggiore, la Teoria dell'agre comunicativo, uscita in Italia presso il Mulino), e che neppure dopo il ritorno, due anni fa,a Francoforte si era lasciato trascinare in discussioni politiche, non ha voluto e potuto tacere oltre. Affrontiamo con lui, per pri ma cosa. la questione Heideggger, riportata in primo piano dal libro, uscito in Francia, del filosofo cileno Victor Farias. E' il crollo di un mito? «Il mito crolla solo per chi fino ad oggi ha letto Heidegger a storicamente e impoliticamente. Chi ha imparato a conoscerlo solo dopo il 1945, come autore della Lettera sull'umanesimo, se ne è fatto un'immagine un po' ingenua. Di Farias ho letto tre anni fa alcuni capitoli del manoscritto: la sostanza critica del libro è senz'altro ottima. Del resto, io stesso, nel Discorso filosofico della modernità (in Italia lo ha pubblicato quest'anno Laterza: pagg. 393, lire 30.000) ho dimostrato dettagliatamente come il passato nazista di Heidegger non sia affatto “esterno” al suo pensiero filosofico». Oltre che di Heidegger si parla anche, in questi giorni, di Carl Schmitt sempre a proposito di una «compromissione» con il nazismo. Ma lo si fa in chiave «difensiva». «Secondo me, ci si dovrebbe invece chiedere perché questi spiriti "conservatori-rivoluzionari" esercitino ancora una volta tanto fascino, soprattutto sulle ex subculture di sinistra. Si direbbe, che, almeno in Germania, qualcuno abbia trasferito direttamente la propria libido da Fidel Castro a Carl Schmitt, Forse alcune esperienze individuali di oggi corrispondono segretamente a quelle della generazione di intellettuali di quel tempo: radicali delusi, feriti dal trattato di Versailles, anticomunisti e grandi borghesi».

E Habermas continua: «Proviamo a ricordare. La destra hegeliana aveva lasciato un vuoto dal momento in cui l'illuminismo sociologico di Max Weber aveva tolto credito alla visione di un'autorità statale in cui si coniugassero religione e ragione. Ora, uno Stato puramente amministrativo, dominato dai partiti, non bastava a compensare quella perdita. Da una parte gli intellettuali erano diventati cinici perché si erano resi conto benissimo del modo in cui il meccanismo funzionava. Dall'altra parte, cercavano di ritrovare la sostanza del potere l' arcanum imperii, come diceva Schmitt — magari attraverso un atto di esaltazione senza precedenti. Così, con le loro risposte pseudorivoluzionarie Heidegger, Schmitt, Benn e Jünger vennero incontro a questa esigenza; la nostalgia del vecchio si trasferiva sul bisogno del radicalmente nuovo. Ma in realtà non si spostava dal vecchio. «Oggi i bisogni di molti intellettuali sono analoghi a quelli di allora: nati anch'essi dalla delusione di false speranze rivoluzionarie, e in più sostenuti dal posi-strutturalismo francese». «Io sono stato studente nelle università tedesche del dopoguerra dove, le assicuro, la continuità intellettuale col nazismo era ininterrotta. Da personaggi come Schmitt, Heidegger, Freyer,. Cehlen, Jünger, ho imparato molto. Quello che colpiva noi studenti, era il fatto che nessuno di loro rinnegò mai il passato, né disse una sola parola sul genocidio degli ebrei. Ed è stata proprio l'assenza di qualsiasi ammissione di errore politico — se non addirittura di colpa —, insomma la fuga dalla responsabilità, che ha avvelenato i rapporti tra le generazioni». Ma i «revisionisti»? Non sembrano disarmare: proprio recentemente è uscito un altro libro di Ernst Nolte, che si intitola «Il passato del passato». Habermas nega che alla base del «revisionismo» ci sia un genuino desiderio di approfondimento scientifico. «La tesi della colpa collettiva», dice, «fu giustamente liquidata da Jaspers già nel 1946. Oggi serve solo come pretesto agli apologeti del passato. Ha scritto il biografo di Adenauer, Hans Peter Schwarz, che là dove la coscienza nazionale è sostituita dalla colpa, il patriottismo degenera in pacifismo disfattista.Io non vedo perché una coscienza storica critica dovrebbe portale la gente al disfattismo». Si parta molto, a questo proposito, del bisogno dei tedeschi di riconquistare una propria identità. «Noi viviamo con diverse identità collettive: nella famiglia, nella città, nella regione; come appartenenti a una stessa religione; come europei. Queste identità si sovrappongono, ma non hanno più bisogno di essere ricondotte a un punto centrale dove integrarsi in una “identità nazionale”. Oggi le tradizioni nazionali debbono misurarsi sulle idee di democrazia e di diritti umani».

Eppure stiamo assistendo a un risveglio di spiriti nazionali. Secondo lei, é un fatto reazionario coltivare il sentimento nazionale? Nessuno vuole mettere sotto accusa il sentimento nazionale. Si tratta di chiedersi se il nazionalismo che si è formato nel corso del secolo scorso non sia cambiato dopo la seconda guerra mondiale, così come è cambiata la forma politica dello Stato nazionale. Certo, anche in Europa l'appartenenza a una nazione conserva una forza determinante, ma oggi è stata resa più "relativa" da altre lealtà, nonché dalla maggiore consapevolezza dell'appartenenza alla tradizione occidentale. Naturalmente, questa domanda in Germania — dopo Auschwitz, dopo un taglio senza precedenti con le tradizioni e i modelli ideali di prima — si pone in modo diverso che in Italia o in Francia». E qui le risposte di Habermas si ricollegano a quello che è il tema del citato Discorso filosofico sulla modernità: la difesa che l'autore fa della ragione contro le tendenze irrazionaliste della postrmodernità. «La modernità» dice Habermas, «è solo incompiuta. Incompiuto, non fallito, è il progetto di emancipazione dell'uomo formulato dall'illuminismo. Le domande sulle quali si fondano oggi i dubbi sulla modernità furono già poste dal giovane Hegel e poste da lui in modo forse addirittura più preciso di come le posero poi t successori di Nietzsche. Anche la Teoria critica, Horkheimer e Adorno soprattutto, hanno parlato di dialettica dell' illuminismo non per negare, ma per salvare il momento della ragione che la modernità ha travisato. Non hanno insomma, come molti poststrutruralisti, gettato via con l'acqua sporca anche il bambino».



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