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Da Libro bianco.

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Heil Heidegger!

II grande filosofo fu davvero un nazista della prima ora? A cinquant'anni di distanza sì ripropone il caso insieme alla rinnovata fortuna della sua opera. E per i tedeschi è un'altra occasione per riflettere sul proprio passato


L'Espresso, 26 agosto 1984


Giuliano Ferrara


Berlino ovest. Fu o non fu Martin Heidegger, creatore dell'esistenzialismo e filosofo tra i massimi del secolo, un nazista della prima ora? Ritorna una domanda che sembrava ormai obsoleta. E rinasce il "caso Heidegger". Un accademico dell'Università di Friburgo, la stessa in cui svolse le sue mansioni di Rettore (negli anni 1933-34) l'autore di "Essere e tempo", si è immerso negli archivi, ha frugato tra carte e documenti innumerevoli e ha messo insieme, con spietata pedanteria, una somma d dati che parlano da soli: Heidegger si compromise a fondo, sul piano personale e nelle sue funzioni accademiche, intellettualmente e politicamente, con il montante nazional-socialismo. Il caso vuole che queste ricerche siano nate da uno scrupolo simmetricamente opposto al loro esito. Hugo Ott, ordinario di economia e storia sociale nonché curatore di una monumentale opera storica sull'Università di Friburgo, è infatti, per sua stessa ammissione, più un ammiratore che un detrattore dell'opera filosofica dell'ex Rettore. Così, forse memore di una lettera in cui il filosofo confidava, già nel 1950, al grande romanista Hugo Friedrich, la sua speranza «di poter considerare ormai chiuso il caso Heidegger», Ott ha preso in mano qualche mese fa un libretto curato dal figlio di Martin, Hermann Heidegger, in cui era ristampato il suo famigerato discorso di inaugurazione del Rettorato ("L'autoaffermazione dell'Università tedesca"), insieme però con una memoria difensiva scritta subito dopo la catastrofe tedesca del '45 e ora pubblicata per la prima volta dopo quasi quarant'anni. Ott decide dunque di recensire l'opuscolo, si inoltra nei dettagli della memoria difensiva e a poco a poco riscopre in quelle pagine la verità assoluta della regola aurea di Aby Warburg, maestro dell'iconologia moderna, il quale guardava Leonardo e Piero della Francesca senza dimenticare mai che «Dio si annida nel particolare». In effetti, i particolari dell'autodifesa di Heidegger sono tutt'altro che convincenti e la loro pubblica esibizione, in vista di una definitiva sanatoria, libera nel lettore il demone della curiosità, combinando un bel pasticcio. La sua prosa sembra infatti confermare un vecchio sospetto di Golo Mann, che sosteneva essere il filosofo «un miscuglio di profondità di pensiero e di frode spirituale». E al centro dell'imbroglio stanno proprio gli argomenti e i "fatti" addotti, nel tentativo di difendersi, da Martin Heidegger. Eletto all'unanimità Rettore di Friburgo alla fine dell'aprile del '33, quando da ormai tre mesi Hitler aveva assunto il Cancellierato e proprio nel momento in cui precipitava lo scontro decisivo per l'instaurazione della dittatura, Heidegger rimase in carica fino alla primavera dell'anno successivo. Gli atti nel frattempo da lui compiuti, o da lui avallati nella sua qualità di Rettore, saranno letteralmente passati al setaccio dal suo critico, ma già le circostanze della sua elezione risultano per lo meno controverse, e la versione in merito da lui stesso fornita sembra definitivamente falsificata.

Il predecessore di Heidegger al Rettorato, l'anatomopatologo von Möllendorff, il quale a sua volta aveva rilevato l'incarico dell'archeologo Josef Sauer, restò in carica poco più di 5 giorni; un mandato piuttosto breve, concluso in modo ancora più sbrigativo. Ora, Heidegger sostiene, nella sua memoria, che von Möllendorff sarebbe stato destituito dal Kultur Minister dell'epoca e che proprio lui, insieme con Josef Sauer, avrebbe insistito fino all'ultimo minuto per convincere il filosofo ad accettare una successione niente affatto gradita. La ricerca documentaria di Hugo Ott sembra invalidare radicalmente e definitivamente questa tesi, sulla quale d’altra parte si è sempre basato il cruciale argomento difensivo secondo cui Heidegger avrebbe assolto controvoglia al mandato di Rettore solo e soltanto per difendere l'autonomia della scienza e l'indipendenza dell'Università dagli attacchi del nuovo potere. Niente affatto. Von Möllendorff non fu per nulla destituito, si dimise invece spontaneamente, in segno di protesta contro gli attacchi rivoltigli, a causa del suo liberalismo, dal foglio nazionalsocialista "Der Alemanne" e per lo sdegno nei confronti dell'opposizione ministeriale di allontanare dal Senato accademico 13 docenti ebrei. Ma non basta. Anche Sauer risulta essersi dimesso, il 15 aprile, dopo aver addirittura progettato uno sciopero dell'Università contro il Judenerlass, e dopo aver fatto fronte alle pressioni del filologo classico in camicia bruna Wolfgang Schadewaldt, perché a succedergli non fosse con Möllendorff ma proprio lui, Martin Heidegger. Le deduzioni sono purtroppo inevitabili: Heidegger brigò per diventare Rettore, fu il primo ad avallare il decreto antisemita e intrattenne rapporti di ambigua collaborazione con i nuovi padroni della Germania.

E non è tutto. Il 22 agosto del '33 annota Josef Sauer nel suo diario: «Ecco in che bell'impiccio ci ha cacciati quello sciagurato di Heidegger, che noi abbiamo eletto Rettore perché portasse nell'Università la nuova ventata di spiritualità». L'ironia di Sauer dissimula lo sconforto di chi aveva pensato che, malgrado tutto, Heidegger avrebbe perlomeno cercato di rimanere fedele ai sacri principi della tradizione accademica. Cosa che, puntualmente, non avvenne. Heidegger, infatti, apprestò in tempi rapidissimi una riforma dello Statuto dell'Università che, stando alla sua memoria del '45, avrebbe dovuto proteggere le Facoltà dalla politicizzazione nazionalsocialista e dalla furia ideologica dei giovani capi del nazismo studentesco. Il risultato purtroppo compromette ancora una volta la credibilità delle giustificazioni addotte in seguito dal filosofo. Dal primo ottobre del '33, infatti, entrò in vigore, insieme con il nuovo Statuto, il seguente complesso di nuove regole: il Rettore doveva essere nominato dal governo con il titolo di Führer dell'Università; il mandato a termine si trasformava in incarico a tempo indeterminato; gli organi accademici di autoamministrazione venivano totalmente esautorati; il Rettore stesso nominava i decani, ognuno dei quali diventava Führer della sua Facoltà; veniva istituito, nell'ambito della vita accademica, l'equivalente tedesco del "saluto al Duce!", il deutscher Gruss. Nè ci si può rifugiare nell'idea che il nuovo statuto fosse una mostruosità ideologico-burocratica imposta al Rettore di Friburgo dalla forza, per così dire inerziale, dell'offensiva nazionalsocialista. Hugo Ott pubblica infatti il testo di un telegramma di Heidegger al Cancelliere del Reich, Adolf Hitler, in cui si richiede addirittura che il Führer rinvii il previsto incontro con la Presidenza degli istituti superiori di istruzione «fino a quando non sia stata da questi eseguita la indispensabile opera di uniformazione (Gleichschaltung) dell'università» ai nuovi principi dominanti. E lo zelo particolare del Rettore di Friburgo, annota Ott, è inconfutabilmente dimostrato dal fatto che nessuno degli altri Länder si era spinto tanto lontano e tanto in fretta. Ott pubblica inoltre, per la prima volta, il testo integrale del pronunciamento adottato da una commissione accademica istituita a Friburgo nel '45, durante il periodo dell'occupazione francese. Sono giorni caldi, si cautela Mathias Schreiber sulle colonne della "Frankfurter Allgemeine Zeitung"; ed è indubbio che si tratta di un documento composto in circostanze tanto drammatiche da comportare, inevitabilmente, una certa dose di emozionalità. Ciò nonostante si tratta di una lettura agghiacciante. Heidegger avrebbe non soltanto uniformato l'Università al Führerprinzip, ma anche allontanato personalità accademiche sgradite al nuovo regime, aizzato gli studenti contro professori bollati come "reazionari" in nome dei valori della "rivoluzione nazionale", fino a spingersi tanto avanti, nella ricerca di una posizione di rilievo entro l'ambito del nuovo potere, da sottoscrivere appelli elettorali in favore del partito nazista. E tutto questo, si noti, sarebbe avvenuto proprio nei mesi che seguirono l'incendio del Reichstag (27 febbraio 1933) e l'inizio, immediatamente successivo, dei primi rastrellamenti antisemiti, dell'imprigionamento di migliaia di comunisti e del graduale imbavagliamento di tutti i partiti che erano usciti con le ossa rotte dal crollo della Repubblica di Weimar (alcuni dei quali parteciparono al primo governo di coalizione presieduto da Hitler).

Il Rettorato di Martin Heidegger torna dunque, a 50 anni di distanza, al centro di quell'interminabile interrogarsi sulla propria storia che i tedeschi chiamarono, negli anni '50, «elaborazione del lutto». La nuova fortuna filosofica di Heidegger, che ovviamente deve essere rigorosamente distinta anche se non appare definitivamente separabile dalla sua vicenda politica, nulla ha potuto di fronte alla celebre passione per l'investigazione introspettiva, anche la più crudele, che informa lo spirito tedesco, da Nietzsche a Heidegger (appunto). Neanche le blande, talvolta patetiche ammissioni contenute nello scritto del Maestro («sì, mi iscrissi al partito nazista, ma non prestai attività politica»; «certo, partecipai del clima di quegli anni e credetti che il nazionalsocialismo avrebbe potuto portare all'unione del popolo tedesco nel segno della sua essenza storica occidentale») hanno fermato la mano dell'inquisitore che torchia gli archivi ed esige sicure risposte dalla storia del suo paese. Un lettore della "Frankfurter Allgemeine" ha fatto presente in una lettera al direttore, non senza una punta di malinconica ironia, che l'articolo 11 della Costituzione post-napoleonica vietava ai giudici e ai cittadini «qualsivoglia ricerca in merito alle opinioni politiche e al voto dei francesi nel periodo precedente la restaurazione della Monarchia». Quel lettore forse impallidirebbe di fronte alla grazia cinica e maliziosa, tutta italiana, con cui recentemente Cesare Brandi ha liquidato, da par suo, l'intera questione («Qualunque cosa abbia fatto Heidegger, resta il fatto che "Essere e tempo" l'ha scritto lui»). Ma gli italiani, si sa, hanno un senso della storia meno drammatico di quanto non l'abbiano i tedeschi. E anche meno cupo e rassegnato di quanto non l'avesse lo stesso Heidegger, il quale scriveva, alla vigilia di un lungo periodo di isolamento nella Selva Nera, nella sua memoria difensiva del '45 (in cui, come si è visto, la credibilità dei pensieri sopravanza di gran lunga quella dei fatti): «Ciò a cui pensava Ernst Jünger nelle sue riflessioni sul dominio e sulla figura del lavoratore e ciò che, alla luce di queste riflessioni, intravvdeva, altro non è che la signoria universale della Volontà di Potenza nel quadro della storia planetaria. Tutto oggi è inscrivibile nel cerchio di questa realtà effettuale, lo si voglia chiamare Comunismo, Fascismo o Democrazia universale».



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